Auro Ponchielli contro la fine del mondo

  • PROLOGO
    Questa storia si svolge in un tempo in cui sul pianeta terra vivono circa sette miliardi di esseri umani alle prese con il tracollo delle risorse energetiche e naturali.
    Per molti la vita è quella di sempre, per altri è un’epoca di profonda trasformazione spirituale, e per altri ancora è l’inizio di una fine annunciata. Milioni di persone confidano ogni loro speranza di salvezza nell’arrivo di luminose entità aliene, e trascorrono le notti scrutando il cielo.
    Per alcuni la risposta a tutto verrà da internet

    Per altri invece da internet giungono solo donne nude e falli immensi.
    Come prima di ogni grande temporale l’aria è satura di desideri inesauditi.


    VENERDì

    1
    All’età di trentotto anni Auro Ponchielli aveva guadagnato una scrivania bianca di legno laccato, una ragazza che amava farsi prendere da dietro e una stipsi idiopatica cronica che lo faceva evacuare una volta la settimana con la soddisfazione di una vittoria al mondiale.
    Le sue misure ammontavano a settantadue chili per centosessantanove centimetri di altezza

    Questo quando, con lo sforzo di un quadrupede da tiro, snocciolava le vertebre verso l’Energia Celeste nella lezione di yoga del lunedì sera.
    In condizioni normali, la spinta gravitazionale e un’indole accomodante rispetto alle pressioni esterne lo facevano rattrappire in un corpo ovoidale, togliendogli un paio di centimetri in altezza ma facendogli guadagnare qualche punto percentuale nel profilo aerodinamico. Il suo corpo, in condizioni normali, assomigliava a un oggetto domestico disegnato da Pininfarina

    A volte si chiedeva se quelli come lui non rappresentassero in realtà una frontiera dell’evoluzione umana, se non fossero i pionieri di una mutazione adattativa che si stava preparando a un ritorno agli oceani. Il rivestimento adiposo addominale, le articolazioni pigre, le spalle spioventi, tutto lasciava intendere un prossimo tuffo nelle acque gelide del mare del Nord.
    Già se li vedeva, orde di impiegati che lasciavano tutto e prendevano i primi treni diretti verso il nord Europa, portando con sé solo il minimo occorrente per il viaggio: qualche aringa in scatola per educare il gusto alla dieta marina e un barattolo di vaselina per inguainare il corpo in una pellicola impermeabile

    Sarebbero arrivati ad Aberdeen, in Scozia, e da lì in traghetto fino alle Shetland.
    Una mattina si sarebbero incontrati sulle scogliere appena fuori il centro abitato di Lerwick. Dopo aver sfilato i maglioni di cachemire e le camicie con le cifre ricamate sul taschino, avrebbero fatto scivolare i pantaloni alle caviglie, seguiti, senza troppi imbarazzi, dagli slip a righe o dai boxer con stampati gli orologini.
    A esserci, si sarebbe vista una fila sterminata di uomini nudi e lucenti, di un candore smaltato, un esercito di ceramica lucida

    Sarebbero rimasti lì senza dire una parola, a gustarsi il vento gelido che gli strizzava i genitali fino a ridurli alle dimensioni di un fumetto.
    Di sicuro ci sarebbe stato un momento di indecisione, qualche occhiata a sinistra e a destra, come sulla punta di un trampolino. Poi qualcuno, quello che vantava il maggior peso, avrebbe fatto il primo salto, di testa, con le braccia lungo i fianchi a far tutt’uno con la rotondità del corpo. Gli altri, il popolo della nuova specie, lo avrebbero seguito

    Con il tempo avrebbero elaborato un linguaggio di suoni semplici per dialogare in mezzo alle onde, segnali per dire “qui c’è un banco di pesci”, oppure “pericolo: c’è un gorgo”, o anche “ho trovato una femmina robusta”. Avrebbero conteso il cibo alle foche e ai leoni marini. Si sarebbero rifugiati nelle grotte per riposare. Nessuno avrebbe parlato mai della propria vita precedente. Per un po’, tutti i loro cellulari, abbandonati nelle tasche dei pantaloni, avrebbero squillato sinfonie cacofoniche di chiamate internazionali, che il vento avrebbe sparso in note lontane sui prati e nelle baie solitarie

    Poi le batterie sarebbero morte e la libertà sarebbe stata assoluta.
    All’età compiuta di trentotto anni Auro Ponchielli ne aveva molti di questi pensieri. E nonostante fosse in grado di qualificarli come fantasie, sotto sotto continuava ad attribuire loro un certo credito. Senza contare che alcuni elementi contribuivano a sostenere l’edificio delle sue teorie.
    Il suo collega di stanza, ad esempio, era un art director di centoventi chili per centonovanta centimetri di altezza che terminavano nella cupola di un cranio splendente

    Un boiler della Apple, se la Apple avesse fatto i boiler. E niente da dire, su questo, senonché si chiamava Marco Tritone. Insomma, mica un nome qualsiasi.
    Auro era convinto che Tritone, la cui dieta superava di gran lunga i ristretti concetti di “onnivoro” e di “commestibile”, stesse completando la metamorfosi per prepararsi al tuffo finale: di sicuro sarebbe stato lui il maschio alfa della nuova popolazione marina. A ogni modo Auro non aveva mai avuto il coraggio di parlare apertamente al collega della metamorfosi acquatica

    La sua posizione in agenzia era già precaria, motivo per cui preferiva tenerlo d’occhio senza farsi notare.
    Ecco, non farsi notare, tenere un profilo basso, era la cosa che gli riusciva meglio.
    A volte non ci si accorgeva nemmeno che ci fosse o no, in ufficio.
    Era capitato più volte che qualcuno lo cercasse da sopra le sue spalle: «Avete visto Auro?». In quel caso, non si dava nemmeno la briga di rispondere, limitandosi a far spuntare debolmente una mano, come una chela dal guscio

    Probabilmente era quello il suo vero talento: schivare le circostanze con la più alta densità di relazione, non compromettersi e tracciare orbite distanti dagli ammassi umani. Certo era un talento difficile da mettere a frutto in un’applicazione pratica remunerativa. Non che non ci avesse pensato – Auro aveva passato anni a ipotizzare ogni alternativa professionale possibile – ma per dirla con uno slogan: un mondo che esaltava chi andava a segno, non aveva premi di consolazione per chi schivava il bersaglio

    Appunto, uno slogan. Perché era questo che Auro faceva, il pubblicitario per la Extra Large Ideas, una piccola agenzia guidata da Luis Ferro, un ometto di sessant’anni che esibiva denti affilati e occhi da rettile all’assalto. Uno che citava la televisione, trangugiava manciate di antiossidanti e indossava pantaloni rosso fuoco con bretelle in tinta. Uno la cui unica passione era scambiare sua moglie una volta la settimana in locali protetti da buttafuori nordafricani alti due metri

    Uno, per finire, che se la sua esistenza fosse stata un servizio del National Geographic si sarebbe intitolato “Le abitudini del gambero-killer della Louisiana”.
    Questa, in estrema sintesi e con tutte le omissioni del caso, era la vita di Auro Ponchielli. Fino a venerdì 23 giugno.

    2
    Miki Zanetti, in arte Zanna, finì il suo programma radio del venerdì mattina con il consueto saluto: «Non vantatevi di essere
    vivi, perché sono in molti a esserlo. Ma siate unici e divini e meravigliosi come chiunque altro

    Per oggi è tutto, respirate fino a domani perché ci troveremo ancora qui, io e voi, alle undici e mezza, con Non azzannarmi!, il programma che tutti saprebbero fare ma per il momento faccio solo io, che sono Zanna, e vi dico ciao, io vado a vivere, voi fate lo stesso e statemi bene!».
    Il regista, al di là del vetro, fece entrare la pubblicità e alzò il pollice in segno di ok. Miki alzò entrambi i pollici, li rivolse verso di sé e allargò il famoso sorriso di Zanna, un’esposizione di porcellane a cui doveva la metà del suo successo, almeno quello di quando conduceva il suo programma in televisione

    Uscì dallo studio e andò da Fiona, la nuova ragazza che seguiva la redazione del programma più ascoltato della mattinata radiofonica.
    Fiona gli sorrise e gli porse un bicchierino di plastica: «Caffè?».
    «Grazie. Come ti è sembrato?».
    «Buono, come sempre».
    Miki guardò il liquido nero e ci soffiò sopra. Poi tornò a guardare la ragazza, il sorriso più famoso d’Italia se n’era andato via.
    «Buono, dici? Buono non è ottimo. Non è nemmeno perfetto

    Ed è molto lontano da straordinario. Buono è appena sopra discreto, una tacca più di sufficiente. È questo che mi stai dicendo? E magari sei anche di manica larga. Cos’è che non andava?».
    Lei lo guardava paralizzata.
    Zanna prese l’ultimo sorso, accartocciò il bicchiere e lo lasciò cadere nel bidone. «Allora?».
    «H-ho detto buono per dire... che era come sempre» balbettò.
    «Che andava bene».
    «Non hai sentito le telefonate? Non hai sentito come erano entusiasti? Lo sai che secondo i sondaggi il 27 per cento dei miei ascoltatori fa esattamente quello che gli dico di fare? Questo vuol dire che oggi duecentotrentamila persone hanno cantato a squarciagola: “Viva viva l’olandesina, Miralanza si avvicina”, un’affermazione nostalgica senza precedenti, un tuffo in diretta negli anni Settanta

    E tu hai il coraggio di dirmi buono?».
    «Volevo solo essere positiva...».
    Miki gettò un’occhiata ai giornali sparsi sulla scrivania, senza guardarli veramente. «Se hai una critica da fare mi piacerebbe sentirla. Lavoriamo assieme. Sei qui da poco ma fai parte di questo show. Se ho commesso anche un solo errore vorrei che me lo dicessi. Non voglio sentirti dire “buono” perché non hai il coraggio di dire “sufficiente” o “discreto” o chessò “dal quattro al cinque”»

    Fiona aveva abbassato lo sguardo a studiarsi la punta delle scarpe. Erano scarpe basse, visto che lei era già sopra la media in altezza.
    «Era straordinario...» farfugliò timidamente.
    Miki si voltò a guardarla. Il sorriso riemerse come una barriera corallina al ritirarsi della marea. «Davvero?».
    «D-davvero. Ho solo usato la parola sbagliata, tutto qui. Sei stato grande!».
    Lui fece un cenno di assenso e le si fece terribilmente vicino. La ragazza provò a indietreggiare ma venne bloccata dallo schienale della sedia

    Aveva la sua faccia a meno di due centimetri: l’aroma di caffè che gli usciva dalla bocca si mischiava all’odore di sudore e a una dose eccessiva di Bulgari pour homme.
    Miki si indicò gli occhi, prima uno e poi l’altro. «Lo sai cosa sono questi?».
    Fiona deglutì. «Occhi?».
    Miki sospirò e si toccò la pelle sotto gli occhi: «Qui, qui!».
    Fiona scrutò bene il punto indicato. Poi osservò l’insieme della sua faccia da bravo ragazzo, con basette da pirata e orecchino al lobo, un mix che rassicurava le mamme e faceva inumidire le figlie, quando non il contrario

    Si ricordò che in un’intervista al mensile Maschio Più Zanna si era rammaricato di essere stato con quattrocento donne, solo un decimo di quelle confessate da Mick Jagger. Lo studiò attentamente, ma niente, non ci trovava nulla di strano. Non sapeva cosa dire. All’improvviso temette per il suo posto di lavoro, quindi decise di buttarsi: «Meraviglioso!» esclamò. «Hai un viso meraviglioso, anzi perfetto direi. Grazie per avermelo mostrato così da vicino!».
    Zanna aggrottò le sopracciglia

    «Ma cosa diavolo stai dicendo? Guarda qui sotto. Lo vedi il colore?».
    Lei si zittì e tornò a esaminarlo. «È un po’ più scuro, sono solo occhiaie, ma ti stanno benissimo, È solo un po’ di stanchezza...».
    «È proprio questo il punto! Non è stanchezza, Fiona. Questo si chiama piacere». Miki-l’uomo era diventato Zanna-l’artista, e adesso Zanna era un mago che voleva passare attraverso i fori spalancati delle sue pupille.
    «Queste virgole scure sono la punteggiatura gioiosa al romanzo della mia vita» spiegò

    «Questa è l’ombra gettata dai miei occhi quando si riempiono di luce. E lo sai perché questa mattina ho due gondole ormeggiate sopra le guance?».
    Fiona scosse il capo, intimorita.
    «Perché ho amato in profondità una donna per tutta la notte! Ora non so cosa tu ti immagini quando senti la parola “amare”, ma sappi che quando la senti uscire dalla mia bocca devi pensare alla mitologia norrena, devi pensare al palazzo di Asgard costruito dai Giganti, ai guerrieri che riposano nelle cinquecentoquaranta stanze del Valhalla, devi pensare alle Valchirie, al sangue versato dei cinghiali e all’idromele»

    Fiona, turbata, cercò di fare un passo di lato ma Zanna le afferrò il braccio. «Fiona, ti sto dicendo che l’ho scopata come avrebbe fatto Odino! L’ho scopata fin nel midollo, le ho strizzato l’anima fino a farla sbandierare fuori dal corpo, le ho fatto prendere aria e gliel’ho ricacciata dentro con le dita. Le ho solleticato le cellule una a una. Sotto la direzione dei miei polpastrelli settantamila miliardi di cellule hanno intonato in coro Oh Happy Day! L’ho fatta urlare in lingue dimenticate dagli uomini e in lingue che gli uomini devono ancora imparare

    L’ho fatta gemere in guaiti primitivi che risuonano solo sul fondo della gola rosa delle iguane. I suoi muscoli si sono slegati e riannodati, i suoi occhi hanno cambiato colore... si è messa a latrare come una lupa. E lo sai perché ti dico questo, Fiona?».
    Adesso la ragazza tremava. Lavorava lì da tre mesi, non aveva ancora preso familiarità con Zanna. E poi, dal canto suo, la sera prima aveva visto per la quarta volta Insonnia d’amore mentre cercava di indovinare i quiz della patente

    «Questo show è una celebrazione dell’amore» proseguì Zanna.
    «È come l’Inno alla gioia nella Nona sinfonia di Beethoven, è un ascensore sparato al trecentesimo piano dell’estasi, il lecca lecca tra le guance di Lolita. Io risveglio il divino che c’è in ognuno di noi, sradico le abitudini mortali e trapianto bulbi di eternità negli ascoltatori, capisci?».
    Fiona assentì vistosamente.
    Zanna la accarezzò. «Piccola, non c’è abbastanza luce nei tuoi occhi

    Non c’è abbastanza ombra sotto di essi. È per questo che esprimi giudizi così severi».
    «Ma io non volevo...».
    Zanna le premette l’indice sulle labbra. «Shhh! Voglio che tu ascolti la magia che circonda l’esistenza. Se vuoi davvero lavorare con me, voglio vederti arrivare la mattina con i nervi slacciati, le ginocchia peste e gli occhi lividi. Voglio vedere sul tuo corpo di gatta le ferite aperte nella notte. Ce l’hai qualcuno con cui fare tutto questo, cara?».
    «Mi stai chiedendo se ho un fidanzato?»

    Zanna alzò gli occhi al soffitto. «Se vuoi metterla così, sì Fiona cara, ce l’hai un fidanzato? Un sacro maschio della stirpe degli dei? Uno che abbia nelle vene il sangue degli Antichi, il fuoco del cielo e le fiamme dell’Inferno?».
    Fiona pensò a Vincenzo. Pensò a quando rilasciava gas sul divano, in preda all’emozione per un film con Bruce Willis, e a quell’odore acre, di zolfo, che sì, le ricordava chiaramente l’inferno.
    «Sì, ce l’ho, è pugliese... va bene uguale?»

    Zanna aprì il suo sorriso e fece un passo indietro, liberandola da quell’incontro ravvicinato. «Dacci dentro Fiona, mi raccomando! E adesso veniamo al lavoro. Ci sono novità?».
    Fiona emise un lungo respiro di sollievo e si schiarì la voce. «Sì, volevo dirtelo. C’è di là un uomo che vorrebbe parlarti. È arrivato all’inizio del programma».
    «Chi è?».
    «Non lo so, ha detto solo che l’avresti ricevuto di sicuro. Sembra uno importante...».
    «Ti ha detto come si chiama?»

    Fiona staccò il post-it che aveva incollato alla sua agenda:
    «Cortes. Padre Cortes».
    «Vuoi dire che è un prete? D’accordo, fallo entrare e lasciaci pure soli».
    Fiona si sentì sollevata dal potersi allontanare per un po’ da Zanna. Si affrettò a uscire dallo studio e lasciò la porta aperta.
    Poco dopo comparve un uomo alto e asciutto, in completo nero. Il cranio rasato e il viso abbronzato facevano pensare più al
    sole delle savane che alla penombra delle sagrestie

    Un romanzo satirico e fantastico sulla fine del mondo. Alessandro Pozzetti ha ereditato la penna e lo humour di Benni. Si ride. Molto.

    Alessandro Pozzetti

Alessandro Pozzetti Auro Ponchielli contro la fine del mondo

Numero Pagine : 408
Prezzo : 14.45 €
ISBN : 978-88-99253-06-6
In libreria da : 11-06-2015

Un’apocalisse comica con ampliamento di coscienza incorporato

Nel giro di soli tre giorni, mentre una pioggia incessante infuria sul mondo intero ed eventi inspiegabili sembrano annunciare la fine dell’umanità, una schiera di personaggi del tutto singolari si vedrà costretta a rinunciare alla propria quotidianità per abbracciare un destino più grande, nel tentativo di sventare il più tragico e assurdo dei complotti.
In un susseguirsi di colpi di scena, un romanzo che ammicca alla cultura pop, ai B-movie e alle isterie contemporanee. Un romanzo dove ci sono: un pubblicitario posseduto dallo spirito di Clint Eastwood; un tizio soprannominato Padrepio che impersona Gesù Cristo in documentari a sfondo religioso; una ragazza dai capezzoli molto particolari; un dj capace di annusare i feromoni femminili a distanza; un’astronave stracolma di anziani; un computer senziente che ha le sembianze di Adriano Celentano; una pornostar, regina del doppio anale; un papa in procinto di essere sparato nello spazio; uno scimpanzé parlante con un debole per la pizza quattro stagioni. Che altro? Ah, già, l’Apocalisse, o quantomeno qualcosa che le assomiglia.

Questo libro è per chi ama ascoltare Louis Armstrong sotto la pioggia e resta incantato nel vedere il colore della luce dopo un temporale, per chi sente una voce che gli dice di fare cose maledettamente stupide e non può fare a meno di ubbidirle e per chi rimane a lungo sotto la doccia bollente cercando di dare un ordine alla propria vita.

Backstage Del Libro

Le avventure di Auro Ponchielli proseguono sulla pagina facebook di NN, leggi #paroladiauro, rubrica settimanale a cura di Alessandro Pozzetti

#paroladiauro1: DOVE L’AUTORE SI METTE IN MEZZO E DÀ PROVA DEL SUO DISAGIO DIBATTENDO DI UNA QUESTIONE DI CUI NON IMPORTA A NESSUNO

#paroladiauro2: LE DONNE E L’ALITO DEL FURETTO

#paroladiauro3: DOVE L’AUTORE RACCONTA, SULLA PROPRIA PELLE, DA DOVE NASCANO I MALESSERI DEI SUOI PERSONAGGI

#paroladiauro4: DOVE L’AUTORE RACCONTA, SULLA PROPRIA PELLE, DA DOVE NASCANO I MALESSERI DEI SUOI PERSONAGGI. PARTE 2

‪#‎paroladiauro5‬: DOVE L’AUTORE RACCONTA, SULLA PROPRIA PELLE, DA DOVE NASCANO I MALESSERI DEI SUOI PERSONAGGI. PARTE 3

‪#‎paroladiauro6:DOVE L’AUTORE RACCONTA, SULLA PROPRIA PELLE, DA DOVE NASCANO I MALESSERI DEI SUOI PERSONAGGI. PARTE 4

‎#paroladiauro7‬: DOVE L’AUTORE RACCONTA COME CERCA DI TRARRE IL MEGLIO DAI SUOI MALESSERI, SENZA RIUSCIRCI.

#paroladiauro8: DOVE L’AUTORE SCOPRE CHE LA SUA CASA È UNA CASA IMPERFETTA

#paroladiauro9: QUANDO L’AUTORE GUARDA NELL’ABISSO, L’ABISSO SI VOLTA DALL’ALTRA PARTE

#paroladiauro10: LA MACCHINA DEGLI ABBRACCI

#paroladiauro11: THE END (?)

Songbook di Auro Ponchielli contro la fine del mondo di Alessandro Pozzetti

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook, Note a margine. a cura di Danilo Di Termini

PROLOGO

Augusto Martelli – Casa Vianello – 1988

Le ho solleticato le cellule una a una. Sotto la direzione dei miei polpastrelli settantamila miliardi di cellule hanno intonato in coro Oh Happy Days! L’ho fatta urlare in lingue dimenticate dagli uomini e in lingue che gli uomini devono ancora imparare. L’ho fatta gemere in guaiti primitivi che risuonano solo sul fondo della gola rosa delle iguane. I suoi muscoli si sono slegati e riannodati, i suoi occhi hanno cambiato colore… si è messa a latrare come una lupa. E lo sai perché ti dico questo Fiona?».
Adesso la ragazza tremava. Lavorava lì da tre mesi, non aveva ancora preso familiarità con Zanna. E poi, dal canto suo, la sera prima aveva visto per la quarta volta Insonnia d’amore mentre cercava di indovinare i quiz della patente.
«Questo show è una celebrazione dell’amore»

Amici di Maria De Filippi – Oh Happy Days – 2003

Clint si sfilò il sigaro dalle labbra e guardò Auro diritto negli occhi. «Adesso ascoltami bene» continuò, «l’autocommiserazione è solo una pala con cui ci si scava la fossa, e lo stesso vale per la speranza: non so se sia l’ultima a morire, ma di sicuro è la prima a uccidere. E se proprio nei tuoi momenti bui vuoi credere in qualcosa, allora abbi fede in questo: sopra le nuvole c’è il sereno!».
«Ehi, aspetta, quella è una canzone di Sergio Endrigo!».

Franco Battiato – Aria di Neve – 1999

Auro si fece da parte e lo lasciò sedere alla tastiera. L’amico cominciò a battere e dopo poco comparve sul video l’immagine familiare di Celentano.
Il molleggiato li osservava sfregandosi il mento nella consueta espressione confusa. Un tic nervoso gli faceva ballare l’occhio sinistro tirandosi appresso l’angolo della bocca. Sollevò l’indice verso Padrepio: «Tu, tu sei…» disse.
«Sì?» Fece Padrepio.
«Niente» rispose Adriano. «Tu sei. La frase finisce lì».

Adriano Celentano – Il tuo Bacio è come un Rock – 1959

«Cazzo! Cazzo! Cazzo!» urlò. Mai imprecazione era stata più adatta. Si piegò in due, sperando che in quel modo l’obbiettivo fosse meno raggiungibile, ma servì solo a evitare che i colpi fossero troppo diretti. Era drammatico constatare come un uomo adulto potesse riuscire a colpirsi l’uccello in qualsiasi posizione, se solo lo desiderasse con tutte le sue forze.

Frank Zappa – Tengo ‘na minchia tanta – 1969

Armstrong era passato a cantare Wonderful World, celebrando cieli blu mentre oltre le finestre l’oscurità richiudeva l’orizzonte su se stesso e la pioggia risuonava imperterrita nella stanza.
Belladonna, dopo aver dato fondo a tutte le sue risorse, se ne stava raggomitolata in un angolo del divano, intenta a mordicchiarsi le unghie come fosse un buon modo per escludere una volta per tutte il mondo attorno a lei.

Flaming Lips – What a Wonderful World – 1990

«Non riesco a crederci, quella è una DeLorean!».
Padrepio si lasciò sfuggire un sorriso. «L’ho sempre desiderata. Sai che vado matto per Ritorno al futuro».

Huey Lewis & the News – Power of Love – 1985

EPILOGO

Joey Ramone – What A Wonderful World – 2002

Rassegna Stampa online Alessandro Pozzetti

Segnalazione di Paolo Armelli su Wired.it
Recensione di Rossella Montemurro su Il Mio TG
Recensione di Francesca Crescentini su Tegamini
Recensione su You nbso online casino reviews Booker
Recensione su Mangialibri
Segnalazione su Liberlist
Recensione su Rockit
Recensione su Il Volta Pagine
Su Avis on Magazine