Danze di guerra

  • Furto con scasso
    [Breaking and entering]

    Quando ero al college, e iniziavo a imparare come si monta un film – come si costruisce una scena – il mio professore, Mr Baron, mi disse: «Non devi mostrare la porta che si usa per entrare in una stanza. Se dentro c’è già qualcuno, il pubblico capirà che non è entrato dalla finestra o caduto dal soffitto, e non si è nemmeno materializzato dal niente. Il pubblico capisce che ha usato una porta: gli occhi e la mente stabiliranno la connessione, quindi puoi tranquillamente saltare la porta»

    Mr Baron era uno che gesticolava molto e quando disse quelle parole si mise a saltare. E io risi, senza sapere che le avrei sempre ricordate, anche se, certo, quando oggi racconto questa storia, trasformo il mio esuberante professore in un animale da palcoscenico degno di Broadway.
    «Salta la porta, figliolo!» canta Mr Baron nei miei racconti – nelle mie bugie e iperboli – saltando per il palco con un cilindro in una mano e un bastone nell’altra. «Salta la porta, amico mio! E sarai libero!»

    “Salta la porta” è un buon consiglio – una massima, se volete – che ho applicato a tutta la mia carriera cinematografica, forse a tutta la mia vita. Per farla un po’ meno poetica, si potrebbe dire: “In fase di montaggio vanno omesse tutte le informazioni superflue”. Quindi, vi racconterò questa storia – con le parole, non con le immagini o i video di repertorio –, costruirò le sue scene cercando di omettere tutte le informazioni superflue. Ma, sorprendentemente, per raccontare questa storia saltando la porta devo iniziare proprio con una porta: quella di casa mia, sulla 27th Avenue del Central District di Seattle, Washingto

    Un anno fa hanno bussato alla mia porta. Ho sentito ma non mi sono neanche alzato dalla sedia. Come montatore freelance lavoro da casa e stavo impazzendo su una scena di un modesto film indipendente. Scritto, diretto e filmato da dilettanti, il girato era insieme incompleto e voluminoso.
    In poche parole, un grande ammasso di niente. Peraltro, era una scena d’amore (una scena di sesso molto cruda, a dirla tutta) e il regista e il produttore avevano convinto chissà come
    un’ingenua e ambiziosa attrice locale a farsi riprendere integralmente nuda, nuda e cruda

    Non voleva essere un film pornografico; anzi: l’idea era di raccontare un tenero percorso
    di crescita. Ma non aveva nulla di artistico, o perlomeno non era il tipo di arte a cui aspiravano. Questa giovane donna era stata sfruttata (con il suo permesso, certo), ma ero comunque determinato a fare del mio meglio per proteggerla.
    Non fraintendetemi. Non sono un moralista – ho montato e apprezzato film ben più crudi, quanto a sesso e a violenza – ma nella performance di quella giovane attrice avevo individuato una vulnerabilità sincera e rivoluzionaria

    Anche se il regista e il produttore pensavano che stesse solo recitando, che la paura e la vergogna che mostrava fossero solo il frutto delle sue capacità tecniche, io mi ero fatto
    un’altra idea. E così, tagliando scene di nudità gratuita e concentrandomi sui volti e su piccole parti di dialogo, prestando più attenzione alle dita che non a quello che stavano
    toccando, speravo di far virare una squallida scena di sesso acrobatico in uno scambio che rappresentasse il modo in cui due persone appena innamorate potrebbero toccarsi

    Ero paternalistico, condiscendente, ipocrita? Non lo metto in dubbio. Dopotutto, venivo pagato per lavorare con degli sfruttatori, quindi forse anch’io ero sfruttato e aiutavo a sfruttare quella donna, no? E che dire del ragazzo, l’attore?
    Era anche lui ottuso e vulnerabile? Anche se aveva il permesso (anzi, l’obbligo legale) di tenere nascosto il pene, non era forse più sfruttato che sfruttatore? Sono cose difficili da definire. E comunque, anche nella più compromessa delle situazioni, bisogna trovare un equilibrio morale

    Ma come potevo trovare un equilibrio con quei colpi alla porta? Era diventato un martellare evangelico: Toc, toc, tac, toc! Doveva essere il tempo in quattro quarti di un testimone di Geova o di un mormone. Toc, cha, toc, cha! Doveva essere il pentametro giambico di un imbonitore ambientalista del Sierra Club o di un giovane venditore di giornali.
    Credetemi, nessuno di interessante o importante ha mai bussato a una porta alle tre del pomeriggio, quindi l’ho ignorato e ho continuato la mia opera pia

    E, come previsto, il mio
    potenziale ospite ha smesso di fare baccano e se n’è andato: prima i passi che scendevano le scale e poi solo il silenzio – per quanto possa essere silenzioso un quartiere cittadino.

    “Sherman Alexie è uno scrittore sfrontato, che colpisce dritto al cuore”. THE NEW YORK TIMES

    Sherman Alexie

Sherman Alexie Danze di guerra

Traduttore : Laura Gazzarrini
Numero Pagine : 208
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-99253-76-9
In libreria da : 01-02-2018

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

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SongBook di Danze di guerra

 a cura di Danilo Di Termini

 

Come affrontare, dal punto di vista musicale una raccolta di racconti e poesie? 

Una delle strade, la più immediata, era ‘musicare’ i singoli racconti; ma addentrandomi nella lettura ho trovato nei protagonisti (uomini alle prese con le loro fragilità e le loro incapacità) e nella geografia dei luoghi (la città di Spokane, dove Sherman Alexie ha studiato) i due principali comuni denominatori. Così ho deciso che i protagonisti di questa SongBook sarebbero stati musicisti nati a Spokane, una cittadina di circa duecentomila abitanti, che ha dato i natali a una quantità percentualmente piuttosto rilevante di artisti. Alcuni li trovate qui con un occhio di riguardo per Jim Boyd che compare con tre canzoni i cui testi sono stati scritti proprio da Alexie per il film Smoke Signals – tratto da un suo racconto “This is What it Means to Say Phoenix, Arizona”; e con un’eccezione, quella degli scozzesi Simple Minds, presenti in omaggio a quello che a mio parere è il più bel racconto della raccolta, ”Agghiacciante simmetria”, che inizia in un cinema di Spokane dove proiettano Breakfast Club, il film del 1985 che inizia e finisce proprio con la canzone scelta per una sorta di Bonus Track di questa SongBook.

 

Jim Boyd – Father and Farther – 1998

Jim Boyd – Treaties – 1998

Jim Boyd – Reservation blues – 1998

Scomparso nel 2016 Jim Boyd è stato un cantautore Native American. È apparso nel film del The Business of Fancydancing scritto e diretto da Sherman Alexie.

Nato a Spokane nel 1956.

 

Bing Crosby – I Can’t Give You Anything But Love – 1954

Attore, cantante, celeberrimo interprete di White Christmas.

Nato a Tacoma nel 1903, ma già nel 1906 viveva a Spokane.

 

 

Andy Gibson – Wanna Make You Love Me – 2011

 

Autore di “Don’t You Wanna Stay“, brano che ha raggiunto la prima posizione della classifica Country nell’interpretazione di Jason Aldean and Kelly Clarkson nel 2011, ha pubblicato nello stesso anno il suo primo singolo.

Nato a Spokane nel 1981.

 

Danny O’Keefe  – The Road – 1972

Magari il nome di questo cantautore non vi dirà niente. Ma tra le sue canzoni, interpretate da artisti come Elvis Presley, John Denver, Ben Harper c’è anche questa, in originale portata al successo da Jackson Browne, e diventata in Italia “Una città per cantare” con il testo di Lucio Dalla per la voce di Ron.

Nato a Spokane nel 1943.

 

The Byrds – Mr Tambourine Man – 1965

Michael Clarke era il batterista dei Byrds, il gruppo che portò al successo questo brano di Bob Dylan.

Scomparso nel 1993 era nato a Spokane nel 1946.

 

Jimmy Rowles – The Peacocks – 1975

Pianista, cantante, compositore, eccellente accompagnatore di cantanti. La sua composizione più celebre è questa, incisa insieme a Stan Getz.

Nato a Spokane nel 1918.

 

BONUS TRACK

Simple Minds – Don’t You (Forget About Me)