Faber

  • Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita. Non eravamo né poveri né ricchi, non rimpiangevamo l’aristocrazia, non coltivavamo sogni utopici e la democrazia ci era ormai indifferente. I nostri genitori avevano lavorato, ma mai al di fuori di uffici, scuole, poste, ospedali, amministrazioni. I nostri padri non portavano né tuta né cravatta, le nostre madri né grembiule né tailleur.
    Eravamo stati educati e formati da libri, film, canzoni – dalla promessa di diventare individui

    Credo che avessimo il diritto di aspettarci una vita diversa. Abbiamo studiato – un po’, abbastanza, troppo –, abbiamo imparato a rispettare l’arte e gli artisti, ad amare l’intraprendenza che crea qualcosa di nuovo, ma anche a sognare, a passeggiare, ad apprezzare il tempo libero, a credere che tutti saremmo potuti diventare dei geni, disprezzando la stupidità, detestando come da copione la dittatura e l’ordine costituito. Ma per guadagnarci da vivere come tutti gli altri, una volta adulti, abbiamo capito che non si sarebbe mai trattato d’altro che di mettersi in riga e lavorare

    A quel tempo c’era la crisi economica e non si trovava più lavoro; o meglio, si lavorava al ribasso. Abbiamo subìto la società come una promessa due volte infranta. Alcuni ci hanno fatto l’abitudine, altri non sono mai riusciti a sopportarlo. Erano in guerra contro il mondo intero che aveva lasciato loro intravedere la vita vera, la possibilità di essere qualcuno, e che aveva suonato, dopo l’adolescenza, la fine della ricreazione per la classe media. Si chiedeva ai figli e alle figlie nati dal boom del dopoguerra e del Sessantotto di abbandonare la propria idea illusoria di libertà e di autorealizzazione, per indossare l’uniforme invisibile delle persone qualunque

    Molti si sono impoveriti, alcuni si sono dati alla violenza. La maggior parte si è battuta timidamente per rientrare nella massa senza fare storie.
    Hanno cercato di salvare quello che potevano: la loro sopravvivenza sociale. Io sono stato tra quelli che hanno scelto di chinare il capo per passare attraverso la porta del mio tempo – ma non Faber, purtroppo o per fortuna.
    E per questo non ha smesso di perseguitarmi.


    1
    Madeleine

    Non ho alcun senso dell’orientamento; non saprei disegnare nemmeno la traiettoria approssimativa del mio tragitto

    Eppure a ogni curva mi sembrava di uscire da un grande cerchio per entrare in uno più piccolo.
    Lasciata l’autostrada, avevo preso la statale. Dopo aver invertito la marcia ai confini della città, nella zona industriale in cui mi ero persa, avevo fatto il pieno in una stazione di servizio e chiesto indicazioni. Su consiglio di un giovane uomo muscoloso, tatuato e affascinante, mi ero immessa in una serie di gallerie lungo la vecchia linea ferroviaria. Poi avevo svoltato a destra al secondo incrocio, e ora c’era solo una via, che seguiva le strette anse del fiume

    Ho spento la radio e con la mano ho pulito il vetro, polveroso all’interno e sporco all’esterno per il viaggio da Parigi: sul parabrezza si abbattevano l’inquinamento, il vento e, a mano a mano che mi avvicinavo al traguardo, sempre più insetti.
    Nonostante le spiegazioni di mio marito, non ero mai riuscita a usare il navigatore della mia Toyota Aygo nera (che, fra parentesi, mi faceva pensare a un grande coleottero).
    Una spessa mappa stradale della Francia, di quelle a fisarmonica, mi aveva permesso di raggiungere la strada provinciale del Couserans, sui Pirenei

    Ma in mezzo al caos che regnava ai miei piedi non c’era modo di trovare quella dannata cartina, dimenticata senza dubbio alla stazione di servizio per colpa del giovane gentiluomo. Piegata in due nell’abitacolo, ho strizzato le palpebre, nella speranza di vedere la scritta aulac su un cartello all’incrocio dove finiva la provinciale, nel punto in cui il fiume fiancheggiato da pioppi e acacie si divideva in due sottili corsi d’acqua. Io e Basile avevamo ragione di credere che lui si fosse trasferito nella valle di Aulac dopo il fallimento della sua avventura “autonoma”

    Nel mese di marzo, la neve dei torrenti di montagna cominciava a riversarsi nell’Ariège, e il freddo dell’inverno si dissolveva nell’aria pura. Allo stop, ho abbassato il finestrino dal lato del conducente per leggere le indicazioni. Di Aulac nessuna traccia. Mi ero persa di nuovo? Ero bloccata. Tutto sembrava scoraggiarmi dal continuare e mi chiedevo se il nostro progetto avesse senso. Così ho accostato, poi ho fatto due passi sul marciapiede, stiracchiandomi: la mattinata di viaggio era stata troppo lunga

    Stanca, per un attimo mi sono abbandonata all’odore salubre dei pioppi neri, sopra l’acqua vivace del piccolo torrente che si snodava sotto una capanna, ora chiusa, che d’estate offriva giri in canoa. Il fiume era protetto da un muretto dietro il quale, chinandomi a respirare il lieve profumo di acqua fresca, ho trovato un cartello a terra, forse abbattuto da qualche adolescente del posto durante un giro in motorino. Il cartello indicava la
    direzione di Aulac e del colle di Airelles, a soli sei chilometri di distanza

    Quasi giunta a destinazione, ho deciso di darmi una sistemata.
    Sotto le mie dita, gonfie per l’umidità, non ho trovato la bella chioma di quando ero giovane, perché da ormai sei anni portavo i capelli corti. Ho subito pensato che Faber mi aveva sempre vista con i capelli lunghi o a carré. Mi avrebbe riconosciuta? Dopo una serie di tornanti al centro di una piccola gola, resa ancora più inquietante dalle reti di protezione e dagli avvisi di possibile frana, il sole è riapparso sulla strada incassata

    L’asfalto si è aperto davanti a me, ancora dipinto con il nome del portatore della maglia a pois del precedente Tour de France; sembrava scivolare delicatamente fino a una valle gialla e verde. Alcuni cavalli, dei Merens dalle zampe corte, vagavano per i campi. Il campeggio comunale era custodito da tre trattori e un’imballatrice che giacevano immobili, in attesa di agosto e della stagione del fieno.
    Ho lasciato la macchina nel parcheggio di ghiaia di un minimarket che sarebbe rimasto chiuso fino alle tre del pomeriggio e, spinta dalla sete, ho trovato un distributore automatico di bevande nella hall deserta di una casa di riposo alle porte del paese

    Sorseggiando il tè freddo al limone preso alla macchinetta, ho ripreso a camminare sul lato ombroso della via maltenuta che conduceva al centro deserto di Aulac. Intorno a una quercia, alcune panche e alcuni posti auto disegnavano una giostra i cui soli spettatori mi sembravano essere le vetrine del panettiere, del macellaio, del giornalaio e del farmacista. Troppo piccola, la chiesa in mattoni stava nascosta dietro l’albero, all’imbocco della strada verso il colle di Airelles; meno timido, il grande bar Au rendez-vous des chasseurs occupava oltre un terzo della piazza

    Ma il dehors, con gli ombrelloni chiusi sopra i tavoli che esibivano il logo di una bevanda all’anice, sembrava un porto affollato di navi dalle bandiere a mezz’asta.
    Da lì partiva una piccola strada in salita, che ospitava una fila di quattro o cinque negozi: un alimentari biologico, un piccolo bar, una libreria, una merceria e una bottega dalla vetrina sporca di cui non ho ben capito la funzione. Sulla porta della libreria, un volantino contro l’installazione di un nuovo ripetitore per la telefonia mobile, che si soffermava soprattutto sull’“impiego da parte dei produttori di telefoni cellulari di manodopera indonesiana sottopagata ed esposta a sostanze altamente tossiche” e sul “tentativo globalizzato di controllo mentale e di monitoraggio attraverso le telecomunicazioni”

    Una locandina che pubblicizzava l’uscita di un volume sulle sfide della decrescita. Una serie di fumetti satirici sui cacciatori, l’attuale presidente della Repubblica e Israele. Un appello alla resistenza civile contro l’espulsione dei sans-papiers. La quarta di copertina di un libro sulla deep ecology, con interviste ad Arne Næss a proposito dell’ecosofia dei suoi ultimi anni. Infine una lunga citazione di Günther Anders copiata a mano.
    La libreria era chiusa e non c’era traccia degli orari di apertura

    Sono entrata nell’alimentari, dove ho salutato una donna di mezza età. Magrissima, indossava un abito lungo di lino, e i capelli neri attraversati da una ciocca bianca irregolare erano tenuti indietro con un ferro da calza. Ammucchiati sul pavimento, alcuni sacchi di patate che lei stava portando sul retro, spezzandosi la schiena. Improvvisamente mi ha visto e si è scusata con un rapido movimento del mento. Un foglio d’ordine giallo, infilato per comodità tra le labbra, le impediva di aprire la bocca

    La donna è scomparsa dietro una tenda di perline, che hanno prodotto un lieve suono acquoso.

    “Se chiudiamo gli occhi, vediamo due fonti di luce distinte: la fonte interiore del ricordo, che santifica il passato e lo magnifica, e la fonte esteriore del mondo così com’è, che vi sovrappone il presente e lo lascia trionfare”.

    Tristan Garcia Faber

Tristan Garcia Faber

Traduttore : Sarah De Sanctis
Numero Pagine : 400
Prezzo : 19 €
ISBN : 978-88-99253-37-0
In libreria da : 22-09-2016

Faber è bellissimo, straordinario. Rifiuta i limiti, promette una vita diversa e al liceo è stato lo spirito guida di una rivolta contro ogni ipocrisia e conformismo. Anni dopo, Madeleine e Basile, i suoi amici e seguaci più fedeli, ricevono una lettera che contiene una richiesta d’aiuto in codice. E decidono di sacrificare le loro vite ormai autonome per riportare a Mornay l’amico di un tempo. Il loro legame si rinsalda ma tornano a galla vecchi rancori e vecchie storie, anche quelle più segrete e tragiche, che li costringevano in un’alleanza soffocante. Faber si è ormai trasformato in una sorta di oscura leggenda: mostro manipolatore oppure antica divinità abbattuta dalla ferocia dei nuovi dèi. E i suoi amici si ritrovano in bilico tra fascinazione e paura.

Il romanzo del filosofo Tristan Garcia è una struggente storia di amore e di amicizia che racconta della lotta contro il tempo, della tragica battaglia per conservare le illusioni e dell’adolescenza breve e affamata che si erge solitaria in difesa dei sogni.

Questo libro è per chi ama osservare le sfumature bianco argento del fuoco, per chi ascoltava gli Smashing Pumpkins negli anni Novanta, per chi da bambino ha inventato un codice segreto per sfuggire ai nemici, e per chi crede che il futuro sia più antico del passato e che l’adolescenza sia l’ultima libertà che ancora abbiamo.

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SongBook di Faber

FABER
Faber è la storia di tre ragazzi, tre adolescenti che vivono nella provincia francese a metà degli anni ‘90, cercando di dare un senso alla loro esistenza. In quegli anni, ancora, ci si trovava in casa di uno o dell’altro e si ascoltavano i dischi; e Faber, Basile e Madeleine così fanno, rendendo molto semplice e inevitabile questa songbook. Ci sono i dischi dei genitori, dei fratelli maggiori, quelli ascoltati a Manchester durante una vacanza-studio. Ma poi i tempi cambiano e la musica cambia insieme a loro. Così questa songbook segue questa mutazione, ma sempre limitandosi a registrare le indicazioni di un testo ricchissimo di spunti, titoli e citazioni, che quasi sembra voler lasciar mai in silenzio il lettore.

“Infine ci siamo addormentati. Senza accorgercene, ci siamo intrecciati tutti e tre. Sul parquet sporco della stanza, il tappeto arrotolato in un angolo, Faber era sdraiato su un fianco, con la camicia tirata su. L’avevo circondato con le braccia, le cosce. Basile mi aveva preso per la vita, la testa appoggiata sul mio seno. Si era infilato tra il mio petto e la schiena di Faber, tenendogli le mani. Io ero quasi nuda. A forza di contorcerci, avevamo finito per formare un triangolo perfetto”.

New Order – Bizarre Love Triangle – 1986

Téléphone – Crache Ton Venin – 1979

Pink Floyd – Whs You Were Here –

Stone Roses – One Love – 1990

Morrissey – My Love Life – 1991

Sonic Youth – Kool Thing – 1990

Warren G – Regulate – 1994

Snoop Dogg – Who Am I (What’s My Name)? -1993

Dr. Dre – Keep Their Heads Ringin – 1995

NAS – The World Is Yours – 1994