Il diner nel deserto

  • 1.

    Un sole rosso stava in bilico sull’orizzonte quando arrivai al Premiato Diner del Deserto. Le ombre dell’alba ne avvolgevano gli angoli. Nel cielo che si andava rischiarando era ancora visibile una pallida luna piena. Posteggiai l’autoarticolato lungo il perimetro esterno del parcheggio in ghiaia. Sulla porta era appeso il cartello chiuso. A sinistra, come una specie di monumento a Superman, una cabina telefonica in vetro e metallo nero. Dentro c’era un vero telefono con il disco che ruotava scattando su dieci numeri bianchi

    A differenza dei telefoni nei film, questo funzionava – se avevi abbastanza monetine.
    La curiosità non era mai stata un mio problema. La trattavo come un cane che dorme in una discarica. In linea di massima, non scavalcavo la recinzione. Alcune cicatrici frastagliate sul sedere mi ricordavano le poche volte in cui avevo violato quella regola. Solo perché il cane non si vede, non vuol dire che non ci sia. Certo, di tanto in tanto do una sbirciatina oltre la rete. Ciò che vedo e penso lo tengo per me

    Quel lunedì mattina di fine maggio mi trovavo pericolosamente vicino alla recinzione. Walt Butterfield, il proprietario del diner, era una specie di unitariano: la sua era una parrocchia con un unico fedele, di cui lui stesso era il cane da guardia. La sua discarica era il Premiato Diner del Deserto, e prima di strapparti la gola non abbaiava né ringhiava. Mi piaceva lui e mi piaceva il suo rottamaio. Quel luogo era una specie di strano santuario. Nel corso degli anni, il dine era diventato per me un’area di sosta, oltre che una fonte di attrazione e di inutili congetture

    Era sempre la prima fermata, anche quando non avevo consegne per Walt. A volte era anche l’ultima.
    Per abitudine provai con la porta d’ingresso. Chiusa a chiave, come al solito. Era la facciata che Walt metteva tra sé e il mondo. Walt dormiva in quello che un tempo era un piccolo magazzino accanto alla cucina. Dietro il diner, superato un ampio vialetto di sabbia e lastricato, c’era un capanno Quonset 15x30m in acciaio zincato che risaliva alla Seconda guerra mondiale. Era lì che Walt viveva davvero, solo con le sue motociclette, gli attrezzi, l’olio lubrificante e i canyon di componenti ancora imballati che arrivavano fino al soffitto

    La collezione di moto di Walt era formata da nove delle bestie più rare e ricercate che avessero mai abbellito le strade d’America e d’Europa. Tra queste c’era la prima che avesse mai posseduto, una Vincent Black Shadow del 1948. La stessa che montava, con la sposina della guerra di Corea aggrappata ai fianchi asciutti, il giorno in cui si era fermato per la prima volta sulla ghiaia di quello che ai tempi si chiamava Oasis Café. Lui aveva vent’anni. Lei sedici e non parlava inglese

    Avevano comprato quel posto un anno dopo, nel 1953.
    Il diner di Walt, come tutte le altre cose della sua vita, era sempre tirato a lucido. Dalla porta a vetri diedi una sbirciatina alle sedute in vinile verde lime dei sei tavolini e ai dodici sgabelli. Il plotone di saliere e pepiere era sull’attenti. Il rivestimento lungo il bordo del bancone mi salutò con il suo perpetuo sorriso cromato. Le mattonelle di linoleum risplendevano marroni e avorio, incerate e lucenti come sempre. Un jukebox Wurlitzer del 1948 se ne stava addossato alla parete in fondo al locale

    Dietro il bancone, una comanda, la stessa di sempre, pendeva inerte da un filo sopra il pass della cucina in acciaio inossidabile. Per quanto ne sapevo, era l’ultima comanda dell’ultimo pasto preparato per un avventore, probabilmente intorno all’autunno del 1987.
    Tornai al camion e scaricai un pesante cartone pieno dei soliti pezzi di motocicletta, poi lo trasportai con il carrello fino all’ingresso del capanno Quonset. Il mercoledì della settimana precedente, Walt aveva ricevuto un carico insolito da New York – sei scatoloni, tutti di dimensioni diverse

    Il peso dei colli non era distribuito in modo irregolare come per i ricambi di moto, anche se non fu quello a incuriosirmi. Nel campo del mittente, ogni scatolone aveva un diverso indirizzo di New York, ma il nome era sempre lo stesso, un certo Chun-Ja. Niente cognome. Erano arrivati a due a due, tutti partiti lo stesso giorno, ogni coppia spedita con uno dei tre grandi corrieri – FedEx, ups e dhl. Io avevo un contratto esclusivo con FedEx e ups, ma non con dhl.
    Avevo appoggiato i miei quattro scatoloni accanto ai due lasciati dal corriere dhl

    Nessuno li aveva ritirati fino a venerdì mattina. Questo voleva dire che erano rimasti fuori per due giorni e due notti, il che non soltanto era strano, ma non era mai successo in tutti gli anni in cui avevo consegnato merce a Walt.
    C’era un’unica spiegazione possibile al fatto che Walt non avesse ritirato il carico: era stato fuori città, anche se per quanto ne sapevo non aveva parenti né amici, e in generale nessun altro posto dove andare. Vista l’età avanzata, si sarebbe potuto supporre che fosse morto di cause naturali e che si trovasse steso, rigido come un’asse di legno, da qualche parte nei meandri del diner o dell’officina, o che giacesse con le ossa rotte nel deserto per un incidente con una delle sue moto

    Bisognava conoscere Walt per comprendere quanto fossero inverosimili quelle ipotesi.
    Diedi un colpo alla porta del Quonset. Solo uno. Walt ci sentiva perfettamente. A settantanove anni, tutto in lui rasentava la perfezione, tranne il suo comportamento con la gente. In qualunque punto della proprietà si trovasse, qualunque cosa stesse facendo, grazie a una sorta di sesto senso capiva sempre se qualcuno era nei paraggi. Se non si mostrava, significava che ti stava ignorando. La mossa più cauta e intelligente era andarsene – il prima possibile

    Prendere a pugni la porta o mettersi a urlare serviva solo a mandarlo in bestia. Se c’era un settantanovenne al mondo che non era il caso di mandare in bestia, quello era Walt Butterfield.
    Negli ultimi vent’anni ero stato forse l’unica persona ad aver visto l’officina dentro il capanno di Walt. Quelle incursioni occasionali nel suo mondo, sempre precedute da un invito simile a un borbottio, non duravano mai più del tempo necessario a far scivolare i pacchi dal carrello.
    Lasciai il nuovo scatolone di ricambi accanto alla porta e scelsi la mossa più saggia

    Era una bella fortuna che Walt non fosse venuto ad aprire la porta. Avrei potuto fare una stupidaggine, tipo chiedergli dove era stato o cosa c’era nei sei scatoloni provenienti da New York.
    Speravo sempre di beccare Walt, o meglio di trovarlo propenso a farsi beccare. In qualche occasione ci eravamo seduti nel diner chiuso. A volte chiacchieravamo, ma di solito no. Quando gli andava di parlare, lo ascoltavo sempre. Ogni tanto mi aveva addirittura preparato e servito la colazione nel dine

    Aveva vissuto da quelle parti più a lungo di chiunque altro, o almeno più a lungo di chiunque avesse un cervello funzionante e una memoria affidabile.
    Tornai al camion deciso a non rimuginare su quelle consegne bizzarre o sull’assenza di Walt. I grandi misteri della vita non mi preoccupavano mai più di tanto. Come fossero state costruite le piramidi, o se Cortés fosse o meno omosessuale erano questioni che non pungolavano la mia curiosità. D’altra parte, era difficile resistere alla scomparsa di Walt e a quella strana merce

    Io e il diner ci contemplammo a vicenda. Come Walt, anche lui vantava un lungo e avvincente passato.
    La us-191 è la principale arteria a nord e a sud di Price, nello Utah. Verso nord conduce a Salt Lake City. Dritto a sud, porta a Green River e poi a Moab. L’uscita per la statale 117 è a circa trenta chilometri dal confine urbano di Price. Percorrendo una quindicina di chilometri verso est sulla 117, a sinistra, in mezzo a un nulla piatto e aspro, si può ammirare il Premiato Diner del Deserto

    Il diner era stato costruito nel 1929. Dal 1955 al 1987 il diner era apparso in dozzine di B-movie. C’erano i thriller horror ambientati nel deserto, i film apocalittici con i centauri, sempre nel deserto, e i film in cui una persona, di solito una bella ragazza, attraversava il deserto in macchina da sola e le capitava qualcosa di brutto. Ogni tanto sulla tv via cavo ci si può imbattere in una di queste gemme a basso costo. Io esultavo sempre quando il diner appariva sullo schermo. Nei miei film preferiti c’erano mostri atomici o alieni che terrorizzavano gli abitanti di piccole cittadine nel deserto

    Alla fine gli autoctoni trionfavano e salvavano il pianeta. Nella maggior parte dei casi, si aggiudicavano la vittoria con poco più di una batteria per auto, un paio di fucili Winchester e un professore universitario con qualche teoria folle – oltre a una bellissima figlia ribelle.
    Il vialetto di ghiaia bianca, le pompe per la benzina, quelle d’epoca con la sfera di vetro, i muri in mattoni bianchi e le rifiniture verdi lo facevano sembrare familiare, come una casa che conosci da sempre ma che non hai mai visitato

    Anche l’autista più indurito o provato dal sole rallentava e sorrideva.
    Due cartelloni sulla 191, uno rivolto verso sud e uno verso nord, avvertivano i veicoli della presenza del diner. "Torte fatte in casa... bibite fresche... a pochi metri". I cartelloni erano vecchi e sbiaditi. Nel corso degli anni così tanta gente si era fermata e aveva trovato il diner chiuso che un motociclista arrabbiato aveva modificato con lo spray il cartellone a nord: "il fantomatico diner del deserto"

    Anche se non era del tutto vero, ci andava vicino. Nelle rare occasioni in cui non era stato così, per coloro che avevano trovato la porta aperta e Walt dietro il bancone, l’esperienza si era rivelata spiacevole. Anche se non lo sapevo con sicurezza, avevo sempre sospettato che di tanto in tanto Walt levasse il cartello chiuso e girasse la chiave solo per attirare qualcuno da cacciar via.
    Versai le ultime gocce di caffè dal thermos nella tazza di ceramica e mi considerai fortunato. Gli affari andavano molto male, e avevo addebitato il gasolio sulla Visa cercando di non chiedermi come sarei potuto sopravvivere un altro mese

    Eppure, ogni mattina mi svegliavo con la sensazione di essere diretto a casa. Certo, la mia sorte era spesso avversa, ma era comunque una buona sorte, anche se negli ultimi tempi mi sentivo sempre più come quegli uomini adulti che vivono a casa di genitori poveri, malandati e bislacchi – cosa che avrebbe potuto benissimo essere vera, se li avessi avuti.
    In realtà non mi sentivo neanche lontanamente fortunato come in passato. Sotto la superficie si stava facendo strada un brivido di fredda disperazione

    Le cose dovevano cambiare. Volevo che cambiassero. Come la maggior parte delle persone che sostengono di volere un cambiamento, in realtà volevo solo avere abbastanza soldi per mantenere tutto com’era, ma meglio.
    L’autostrada si allungava nel sole di fronte a me. Era mia e ne ero felice. Il fatto che lo fosse perché nessun altro la voleva non mi infastidiva. Mentre i freni sibilavano, lanciai un ultimo sguardo al diner, poi rientrai sulla 117 e diedi inizio al resto della giornata.

    “Un romanzo eccezionale sotto tutti i punti di vista: scrittura, trama, dialoghi, suspense, humour”. THE WASHINGTON POST

    James Anderson

James Anderson Il diner nel deserto

Traduttore : Chiara Baffa
Numero Pagine : 320
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-04-3
In libreria da : 13-09-2018

Ben Jones è un camionista sull’orlo della bancarotta che effettua consegne lungo la statale 117 del deserto dello Utah, una terra ospitale solo per chi ha scelto di isolarsi dal mondo. Un giorno Ben incontra Claire, che si nasconde dal marito in una casa abbandonata e suona le corde di un violoncello invisibile. L’amore per Claire porta Ben a stringere amicizia con Ginny, un’adolescente incinta in rotta con la madre, e a fare i conti con il burbero affetto di Walt, il proprietario di un diner nel deserto chiuso da anni in seguito a un terribile fatto di sangue. Tra rivelazioni inaspettate, scomparse improvvise e il furto di un prezioso strumento musicale, tutti incontrano il proprio destino, cieco come le alluvioni che allagano i canyon rocciosi.
Con dolce e disincantata ironia, James Anderson ci consegna un avvincente noir on-the-road, in cui il male e il desiderio di vendetta svaniscono di fronte alla lealtà che unisce i personaggi: impalpabile come l’ombra di un miraggio, intensa come la luce che abita il deserto.

Songbook de Il diner nel deserto

Il Diner nel Deserto di James Anderson
Ho appena iniziato a leggere il libro di James Anderson e già alla seconda pagina ho trovato l’amico ideale per la mia songbook: “Un jukebox Wurlitzer del 1948 se ne stava addossato alla parete in fondo al locale”. Mentre proseguivo nella lettura di questa sorta di noir ambientato lungo la statale 117 del deserto dello Utah, l’immagine di questo juke-box non mi abbandonava e speravo che Anderson prima o poi mi svelasse quali canzoni contenesse. Non è mai accaduto; in realtà il juke-box ritorna solo un paio di volte nel corso della narrazione: a metà romanzo quando Ben si ritrova nel diner al buio e “In fondo alla stanza il neon del jukebox continuava a ronzare, formando in rosa e viola le parole hit parade”. E poco prima quando il protagonista sta per entrare e rimane fermo con la mano sulla maniglia: “Walt aveva acceso il jukebox Wurlitzer e stava ascoltando una vecchia canzone degli anni Quaranta o Cinquanta. Non era la prima volta. Aprii la porta sorridendo. Walt sorrideva anche di più. Stava ballando con Claire”.
Così non mi è restato che riempire io stesso quel magnifico Wurlitzer, immaginando quali canzoni Walt avesse deciso che gli avrebbero fatto compagnia per sempre: alcune sono lì da sempre, sono i successi di quel 1948: da Four Brothers di Woody Herman con una sezione sax stellare composta da Zoot Sims, Serge Chaloff, Herbie Steward e Stan Getz; c’è un brano di Mahalia Jackson che vendette otto milioni di copie; c’è Nature Boy, una canzone senza tempo di Nat King Cole; c’è Good Rocking Tonight che da lì a qualche anno sarebbe diventato un successo di Elvis); le altre le ha scelte personalmente Walt in omaggio a quello Utah che non lascerebbe per nessun motivo al mondo.

Woody Herman – Four Brothers – 1948

Nat King Cole – Nature Boy – 1948

Mahalia Jackson – Move On Up A Little Higher – 1948

Roy Brown – Good Rocking Tonight 1948

T-Bone Walker ‎– I’m Waiting For Your Call – 1948

On a rattlesnake speedway in the Utah desert / I pick up my money and head back into town / Driving cross the Waynesboro county line / I got the radio on and I’m just killing time
Bruce Springsteen – Promised Land – 1978

Marked eighty points on that old Brahma bull / The entry fees high up in Utah they tell me / But you’re going there with a back pocket full
Chris LeDoux – Rodeo Trails – 1973

Build me a cabin in Utah / Marry me a wife, catch rainbow trout / Have a bunch of kids who call me ‘pa’ / That must be what it’s all about
Jennifer Warnes – Sign on the Window (Bob Dylan song) – 1979

I see the gentleman from Utah / Our friendly Beehive state / How can we help you, Utah? / How can we make you great?
Randy Newman – Beehive State – 1968

Cloud shadows on the mountain / And our shadow on the mountainside / After Salt Lake City / I have time to close my eyes
Timber Timbre – Grand Canyon – 2014