Il salto

  • Sull’edizione del giovedì del Riverdale Press c’era un articolo che cominciava con Ieri notte un uomo bianco non identificato è stato travolto da un treno della Metro-North che entrava nella stazione di Riverdale in West 254th Street. L’uomo è morto sul colpo.
    Il macchinista aveva dichiarato alla polizia che l’uomo era solo e si era buttato sui binari. La polizia aveva rimosso il corpo e cercato i documenti, invano. I 425 passeggeri erano stati trasferiti su un altro treno, che era ripartito con una ventina di minuti di ritardo




    Se fossi una giornalista, avrei parlato con tutti e preso nota di tutto. Sarei andata in ospedale e avrei interrogato chiunque si trovasse nel reparto psichiatrico quando il mio amico, Harris, è uscito dalla porta. Solo così questo libro avrebbe potuto essere un resoconto accurato della verità.
    Per descrivere i fatti in maniera responsabile, con sufficienti ricerche per confermarli, avrei dovuto chiedere a diverse persone dell’ultima volta in cui l’avevano visto

    Ma ho paura di fare domande ai suoi genitori. Ho paura di parlare con la sua ultima amante. Ho paura di incontrare i medici, il macchinista.
    Per tre anni ho studiato orchestrazione klezmer, fisica dei temporali, mappe dell’Europa dell’Est. Pensavo di poter barattare la mia vita con quelle ricerche inutili, infaticabili. Avevo talmente paura delle risposte che non ho fatto domande, e ora sono passati tre anni. Ormai nessuno ricorda più i dettagli di quel 23 luglio 2008.
    Avrei potuto aspettare la fine della mia vita per capire cos’è successo quel giorno, rimandare tutto all’ultimo momento per vederne l’effetto, invece ho aspettato per un periodo di tempo che ora sembra arbitrario, assurdo

    Mi ero tanto sforzata di dimenticare la morte di Harris che ormai i ricordi sono vaghi, erosi dal tempo, ricoperti dalla polvere di tutto quello che è accaduto poi. Ma ora voglio ricordarla, e impedire che mi tormenti.



    Sappiamo che il tempo di Harris si perde a mezzogiorno – l’aveva detto l’infermiera dell’accettazione – fino alle 22.48, quando il treno è entrato in stazione. Forse in quel minuto il macchinista aveva azionato il freno pneumatico

    Forse aveva fatto partire la sirena. E poco prima o poco dopo, il muso schiacciato, o forse tutta la pancia del treno poco al di sopra dei binari, erano entrati in contatto con il corpo ancora vivo del mio amico.
    Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto.
    Non saprei dire se Harris abbia provato sollievo quando si è disteso sui binari, anche se mi piacerebbe. Non riesco a immaginare altro che angoscia, una luce accecante, poi il nulla

    Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a di erenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.



    Certe persone sono convinte che solo gli egoisti vedano il suicidio come una possibilità, ma io non credo che sia una soluzione a portata di tutti. A me era sembrato plausibile per un istante, poi tra me e il suicidio si è chiusa una porta

    Ed è rimasta chiusa.
    Certe persone credono che dovrei essere in collera con Harris, ma io non sono in collera. Penso davvero che la sofferenza possa diventare intollerabile.
    Un uomo che ha perso la compagna di una morte lenta vorrebbe che questo libro parlasse d’amore.
    Un uomo che ha perso il fratello di una morte rapida vorrebbe che questo libro parlasse di rabbia. Non ho potuto salvare mio fratello, dice. La rabbia non se ne va mai.

    “È come passare il tempo con un personaggio di Nabokov”. NEW YORK TIMES

    Sarah Manguso Il Salto

Sarah Manguso Il Salto

Traduttore : Gioia Guerzoni
Numero Pagine : 112
Prezzo : 16 €
ISBN : 978-88-99253-54-7
In libreria da : 16-03-2017

Il 23 luglio 2008, a New York, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della metro. Harris amava la musica e le don­ne, aveva un lavoro, un amore e una vita piena, a tratti felice. Soffriva, però, di episodi psicotici, ed è dopo uno di questi che fugge dall’ospedale dove è ricoverato e si lancia nel bagliore di un treno in arrivo alla stazione. Per Sarah Manguso la scomparsa di Harris è la perdita di un amico, il più caro, il più intimo. Ma l’autrice non vuole ricostrui­ re le circostanze del suicidio e neppure scrivere la sua biografia.
Il salto è un memoir, una meditazione e un libro sulle parole: amicizia, memoria, dolore, morte. Parole sincere, perché precise e delicate. E immortali, perché materia della vita e di tutte le storie. Ma soprattutto parole coraggiose e neces­sarie, perché maneggiare il dolore è dif­ficile e faticoso, a volte quanto provarlo, ma aiuta ad accettare il distacco, anche quello de nitivo, e a fare il salto verso l’amore e l’infinito.

Questo libro è per chi si abbraccia, conta fino a cinque, e poi sceglie di andare a dormire sul divano, per chi piange cantando a squarcia­gola Forever young di Bob Dylan, per chi saltella di gioia a pugni stretti e per chi crede che la misura del passato sia la larghezza, che come un’ala porta con sé anche gli amici perduti.

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