In gratitudine

  • Diagnosi

    Il futuro scintillò davanti ai miei occhi in tutta la sua fatidica
    banalità. Un disagio, prima, così intenso da escludere
    tutti gli altri stati d’animo. Ma un disagio ripiegato su se
    stesso nello sconforto, quello che ti coglie quando qualcosa
    fuori dal tuo controllo ti pone su un binario prestabilito. E
    che, pur non facendo parte della tua esperienza, è talmente
    noto in tutte le sue forme culturali che ti basterebbe togliere
    il cappuccio alla penna per annotare sul taccuino ogni
    singola cosa che succederà e che proverai nell’immediato
    futuro

    Sorprese incluse.
    Mi uscì una battuta.
    «Allora... tocca mettersi a cucinare metanfetamina» dissi
    al Poeta, seduto al mio fianco, un po’ in disparte. Con uno
    sforzo, il Poeta mise in moto il suo viso e rispose a tono. «Questa
    è l’ultima, poi ce ne andiamo». Il dottore e l’infermiere
    rimasero impassibili. Mentre tornavamo a casa, il Poeta disse
    che secondo lui quei due non guardavano molte serie tv
    americane. Solo dopo pensai che forse, da quando Breaking
    Bad era andato in onda, gli oncologi e gli infermieri dell’intero
    mondo occidentale si erano dovuti sorbire la battuta sulla
    metanfetamina ogni volta che avevano usato i metodi più
    nuovi, non brutali e collaudati, per dire a un paziente che ha
    un cancro inoperabile – con la massima gentilezza e onestà,
    dopo aver valutato con domande in apparenza innocue lasua tenuta psicologica («Mi dica cosa si aspettava da questo
    appuntamento»)

    Magari non avevano riso al mio tentativo
    – senza dubbio sfuggente – di alleggerire l’atmosfera, non
    perché non avessero colto la citazione, ma perché troppe volte,
    dopo simili appuntamenti, si erano detti: Se ne sento un
    altro dire che deve mettersi a cucinare metanfetamina, lo
    sbatto a terra e gli ruggisco in faccia: “Ascoltami, cazzo!”.
    Mi mortificava l’idea che, prima ancora di fare un solo passo
    sulla strada del cancro, avevo commesso la mia prima banalità

    Ero già una paziente oncologica prevedibile.
    E se avessi scelto l’altra possibilità? Se fossi rimasta seduta
    in dignitoso silenzio, per un momento, a ricompormi (sono
    sicura che quel breve vuoto vada descritto così)? E poi avessi
    fatto delle domande serie, intelligenti, sulla natura della
    terapia proposta dall’oncologo non per «guarirmi» (l’aveva
    infilato all’inizio del discorso, perché io potessi tenerne
    conto oppure rimuoverlo, a mia scelta), ma per ottenere il
    20 o 30 per cento di possibilità di remissione per un tempo
    imprecisato? Dopo aver ascoltato la sua risposta (tre cicli
    di chemioterapia, una tac, radioterapia fino a Natale, poi
    chissà) con l’attenzione di cui era capace la mia mente confusa,
    sarei stata costretta a porre la successiva e inevitabile
    domanda “Quanto tempo?” lasciando ovviamente aperta
    ogni scappatoia all’oncologo, che dopotutto non aveva colpe
    per il mio cancro

    «Certo, capisco, sarebbe irragionevole da parte mia
    aspettarmi che lei sappia con certezza quando è probabile
    che muoia se decido di sottopormi alla terapia. Sono sicura
    che ogni caso sia diverso, e che ci si affidi solo alle statistiche,
    ma forse potrebbe darmi un’idea di massima: anni... mesi...
    settimane?».
    Nella mia testa le dimensioni dei caratteri rimpicciolivano
    a mano a mano che il tempo si riduceva, e quando arrivai
    all’ultima parola d’un tratto mi colpì, con tutta la forza e
    l’intensità del verbo “colpire”, l’idea che “settimane” potesse
    davvero essere la risposta e non soltanto un arco di tempo
    che nella mia frase seguiva logicamente gli altri due

    Ogni
    cellula del mio corpo, tranne quelle deputate a mantenere
    un’apparenza calma e ragionevole, ballava il boogie-woogie
    a quella possibilità, l’unica a cui fino a quel momento non
    avevo ancora pensato. Settimane. Eppure, nel copione già
    pronto fornito insieme alla diagnosi, unica per me, ma culturalmente
    familiare, era proprio “Quanto tempo?” la domanda
    che mi aspettava, subito dopo la Brillante Battuta
    Contemporanea Internazionale sul Cancro

    Peraltro non l’avevo ancora posta. Sto andando troppo in
    fretta. In realtà l’oncologo (il mio Onc Doc, come ormai lo
    chiamo) per mostrare polmoni e linfonodi stava tracciando
    dei circoletti – i risultati della pet e della broncoscopia – su
    uno schema del torso umano; così ebbi modo di vedere che
    le dimensioni del tumore nel lobo inferiore sinistro erano
    ridotte (bene), ma anche che era troppo vicino alla pleura
    per essere operabile (non tanto bene); e che le sue cellule
    discretamente attive (abbastanza male) erano già passate
    attraverso due linfonodi e ne avevano raggiunto un terzo,
    adiacente all’esofago (molto male)

    Con il cauto «per curarla,
    non per guarirla» che aveva premesso al suo piano
    d’azione, di fatto mi aveva appena informato che (più prima
    che poi) sarei morta sotto le sue cure. A quel punto mi
    toccava decidere, volevo fargli l’ovvia domanda successiva?
    E quella dopo? (“Quanto tempo, senza la terapia?”). Credo
    che sapesse benissimo come andavano a finire quei consulti.
    Perché avrei dovuto rendergli le cose più semplici? pensai
    in quel momento

    È piuttosto difficile assimilare il concetto
    secondo cui la persona che sta prevedendo la tua morte
    alquanto prossima non è necessariamente un nemico.
    Per giunta, al pensiero di porre la domanda B o numero 2 – innescando
    così la prevedibile sequela di luoghi comuni – il
    grande sconforto, unito al disagio cui accennavo prima,
    si faceva insostenibile. Invece di seguire il copione, immaginai
    di ringraziare medico e infermiere con un cenno e
    andarmene

    Il Poeta sarebbe venuto via con me e non ne
    avremmo più parlato. L’approccio da Donna Senza Nome.
    Un breve grido alla Ennio Morricone e la porta si sarebbe
    chiusa dietro di noi. Ma nemmeno così andava bene.
    Dopo il momento eroico, mi sarebbe toccato vivere un’ora
    dopo l’altra. La vita di ogni giorno, persino abbreviata, non
    ammette la vacuità eroica del cinema. Per dire, un lungo,
    lunghissimo primo piano alla Sergio Leone sul volto impassibile
    di Clint Eastwood o di Henry Fonda; il film di Warhol
    con John Giorno che dorme per cinque ore e venti minuti;
    i settantanove minuti di blu intenso nel piano sequenza di
    Jarma

    Oppure avrei potuto non fare nulla. Restare seduta in
    un silenzio sadico, in attesa di qualunque cosa prevedesse
    il Manuale di comunicazioni diagnostiche buone per tutte
    le occasioni.
    “Sì? E quindi?”.
    Una scontrosa maleducazione è tra le scelte possibili per
    noi malati di cancro. Stabilirebbe un periodo di cattiva condotta,
    intimi saturnali tristi-allegri, il mondo alla rovescia,
    caos regolamentato dal signore del disordine, per un breve
    periodo prima che riprenda la grande sfacchinata di tirare
    avanti, cancro o non cancro

    Probabilmente non riuscirei
    a tenere il muso fino alla morte, io che sono una delle più
    grandi musone sulla faccia della terra. Mi verrebbe fame.
    Oppure voglia di guardare la tv. O magari di grattarmi, e
    uno qualsiasi di questi desideri è fatalmente in grado di far
    crollare all’istante l’implacabile muro del broncio. C’è un
    altro sentiero, più spontaneo, nel labirinto scrupolosamente
    curato delle risposte standard, ma ci vorrebbe un Jack
    Lemmon che allunga il collo a mo’ di tartaruga, e urla a
    pochi centimetri dalla faccia dell’oncologo: “Mi sta dicendo
    che ho il CANCRO? Che sto per MORIRE? Guardi che so
    benissimo che INOPERABILE significa che si propagherà
    ovunque tra linfonodi e ninfonodi!”

    (Dovrei scusarmi per
    questa battuta, ma non sono affatto dispiaciuta). “Con tutti
    i suoi giri di parole, ha appena detto che secondo lei FRA
    TRE ANNI sarò MORTA. Se sono FORTUNATA. Ho capito
    BENE?”.

    “Cos’è che non saprò, quando non sarò più una macchina conoscente? Com’è possibile che il nulla sia nulla? Datemi una mano, filosofi, non resta molto tempo. O è soltanto una danza, una quadriglia fatta della zuppa di lacrime di Alice. Alice non ne ha, di lacrime. Be’, questo è quello che sapete voi. Io ho nuotato a dorso in queste lacrime."

    Jenny Diski In gratitudine

Jenny Diski In gratitudine

Traduttore : Fabio Cremonesi
Numero Pagine : 272
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-99253-67-7
In libreria da : 26-10-2017

Nell’agosto del 2014 Jenny Diski riceve la diagnosi definitiva: ha un cancro inoperabile e le rimangono pochi anni di vita. Non sa come reagire, ma sa di non avere altra scelta che scriverne. E decide di raccontare per la prima volta i suoi anni con Doris Lessing, la romanziera premio Nobel che l’ha accolta in casa da adolescente. Jenny entra nella famiglia di Doris da estranea, portando con sé tutte le paure e la rabbia, le domande e l’inquietudine di una quindicenne uscita da un’infanzia tormentata, vissuta tra i genitori e gli ospedali psichiatrici. Ma la favola della trovatella e della nobile salvatrice non calza alle esistenze di Jenny e Doris, che rimangono sempre in bilico tra le parole gratitudine e ingratitudine, fino alla fine. Come in uno specchio, anche il rapporto con la malattia ruota attorno a queste due parole, perché pone la scrittrice sempre, fino alla fine, davanti alle stesse identiche paure, incertezze e speranze.

Sincera fino allo spasimo, Jenny Diski guarda il mostro negli occhi e, con una furia e un’ironia prive di lamenti e recriminazioni, ci consegna una dichiarazione di amore per la vita, il potere delle parole e l’orgoglio dell’esperienza.