Katherine

  • Prologo

    La mia vita è cominciata in un recipiente quadrato. La temperatura era di trentasette gradi centigradi, come all’interno di un corpo umano. Come all’interno di un utero. Il recipiente aveva quattro pozzetti e sul bordo erano impresse le lettere NUNC. I pozzetti ospitavano gli ovociti di mia madre, non più di tre ciascuno. Poi è stato introdotto lo sperma di mio padre, gli spermatozoi autorizzati a dirigersi verso gli ovuli in una sorta di imitazione del processo riproduttivo

    Gli ingredienti sono stati tutti raccolti scrupolosamente, meticolosamente passati al vaglio. Un pezzetto di lei e un pezzetto di lui, un prezioso granello di una e un prezioso granello dell’altro. In alto, sagome azzurrine si muovevano leggere, come nuvole.
    Nel giro di qualche ora sono stata trasferita in una soluzione, o terreno di coltura dove sarebbe dovuta avvenire la mia scissione. Terreno di coltura, scissione sono espressioni tecniche. Nel corso dei cinque giorni successivi mi sono divisa e sono diventata una blastocisti, composta da una sessantina di cellule

    I miei progressi venivano monitorati dalle sagome azzurre. Ogni tanto prendevano un embrione che consideravano incapace di sopravvivere e lo toglievano di mezzo. Ma a me no, mai. Non mi hanno mai toccata. Tutto questo succedeva al quarto piano di
    un ospedale nella zona ovest di Londra, nel reparto di procreazione assistita.
    Sebbene io fossi uno dei vari embrioni “di primo grado” – cellule limpide, giunzioni strette, nessuna traccia di frammentazione o blebbing – i tecnici non mi hanno scelta per l’impianto immediato

    Sono stata messa da parte.
    Ci è voluta un’ora e mezzo per congelarmi.
    Dopodiché, sono stata riposta in un basso cilindro d’acciaio, riempito di azoto liquido e isolato come un thermos.
    Mi hanno infilata in una microscopica cannuccia trasparente con tante piccole prese d’aria. La cannuccia è stata a sua volta infilata in un astuccio. Sulla cannuccia e sull’astuccio sono state applicate etichette col nome e la data di nascita della paziente, cioè mia madre. Sono rimasta sospesa in un bagno di crioprotettore e varie sostanze nutrienti a una temperatura costante ed estrema: meno centonovantasei gradi centigradi

    All’epoca, negli anni Ottanta, non si sapeva con certezza per quanto tempo un embrione congelato si sarebbe conservato integro. Ogni nazione aveva una sua idea. La prassi, nel Regno Unito, era che dopo dieci anni gli embrioni congelati dovessero essere eliminati. Si credeva che le cellule si deteriorassero, perdendo così la necessaria capacità di adattarsi per sopravvivere al processo di scongelamento.
    Ma nessuno lo sapeva con certezza. Era una scienza giovanissima e le ricerche non avevano ancora prodotto risultati definitivi

    È strano essere la versione estinta, obsoleta, di qualcosa che non è mai esistito. Un po’ come essere un fantasma, solo al contrario. Un fantasma è una persona morta che non scompare. Ma si può definire fantasma una persona che non è mai vissuta? Si può parlare di fantasmi anche per l’altro estremo della vita?
    Gli anni passavano.
    Ogni tanto, e solo per alcuni secondi, qualcuno sollevava il coperchio della vasca di conservazione e attraverso un turbine di nebbia arrivava un flusso di luce bianca

    Venivano prelevati alcuni embrioni, ma io rimanevo dov’ero, nella mia cannuccia trasparente. Il coperchio veniva rimesso a posto. Calava di nuovo il buio.


    Uno

    Un altro splendido settembre. Un sole più vivo, più tenero, dello stesso colore delle fedi nuziali di una volta. Roma che torna a popolarsi, la gente che rientra al lavoro dopo le vacanze. Giro in scooter per la città, buche e sampietrini, un cielo di blocchi azzurri sopra i tetti. Sono tornate anche le rondini, guizzano come proiettili tra un palazzo e l’altro, in linea retta

    Parcheggio la Vespa davanti alla stazione ed entro.
    Era primavera quando ho cominciato a far caso ai messaggi. Allora erano criptici, stuzzicavano la mia curiosità. Mentre attraversavo piazza Farnese ho trovato una banconota da cinquanta euro piegata a triangolo. Qualche giorno dopo, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, un elefantino di plastica grigio con un laccetto sfilacciato attorno al collo. E poi un’infinità di monete, chiavi e carte da gioco. Nessuno di questi oggetti aveva qualcosa di preciso da comunicare

    Servivano solo per mettere alla prova la mia attenzione. Colpetti sulla spalla. Piccoli richiami. Ciononostante ogni volta avvertivo un brivido, il sibilo di un razzo nell’oscurità del mio corpo. Fotografavo tutto e conservavo le immagini sul portatile, in un file che avevo chiamato informazioni.
    Col passare delle settimane, il mondo ha cominciato a parlarmi in modo più preciso. A maggio mi sono fermata a prendere un caffè macchiato vicino al Pantheon. Sul mio tavolino c’era un pezzetto di carta con sopra un numero di telefono

    Ho riconosciuto il prefisso – Bologna – e ho chiamato quel numero. Ha risposto una donna, la voce agitata, un pianto di bambino sullo sfondo. Ho riattaccato. Il pezzetto di carta era un messaggio, ma non uno di quelli a cui dovevo prestare attenzione. A giugno sono entrata nel camerino di un negozio di via del Corso. Per terra c’era la brochure di un albergo francese. In posizione vantaggiosa per la A8, l’Hôtel Allure offriva servizi di alto livello. Un venerdì pomeriggio ho preso in prestito la macchina della mia
    amica Daniela e ho guidato per sette ore di fila, superando Firenze e Genova e proseguendo lungo la costa fino a Nizza

    A mezzanotte l’insegna al neon dell’albergo è comparsa nell’aria nera profumata di gelsomino e di gas di scarico. Il giorno dopo sono rimasta per gran parte del tempo a bordo piscina. Il cielo caldo e bianco. Il flusso del traffico sulla Provençale. Nel tardo pomeriggio è entrato nel parcheggio un uomo alla guida di una bmw grigio metallizzato. Si è fermato davanti alla piscina, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Si chiamava Pascal e lavorava nel campo delle telecomunicazioni

    Quando mi ha invitata fuori a cena – nel momento in cui mi ha rivolto la domanda – ho capito, in qualche modo, che lui non era rilevante. Se l’Hôtel Allure è stato un errore, però, va detto che è stato un errore utile, perché da allora non faccio che sognare di
    partire per un viaggio.

    Scritta come una spy story , Katherine racconta di una donna che non si mette in viaggio per cercare l’amore, ma perché è sicura di esserselo lasciato alle spalle. JAMES SALTER

    Rupert Thomson Katherine

Rupert Thomson Katherine

Traduttore : Federica Aceto
Numero Pagine : 304
Prezzo : 17 €
ISBN : 978-88-99253-36-3
In libreria da : 22-09-2016

Katherine è nata da fecondazione in vitro dopo essere stata congelata per otto anni. Da sempre avverte un vuoto, anche se da qualche tempo il destino le manda dei messaggi, piccoli indizi che trova sulla sua strada e che le riempiono la vita di colore. A diciannove anni Katherine vive a Roma, da sola: la madre è mancata dopo una malattia e il padre è spesso lontano per lavoro. Così un giorno decide di seguire i segni del destino. E scappa facendo perdere le sue tracce. Il viaggio, che la porta da Berlino fino ai confini estremi della Russia, è l’occasione per prendere consapevolezza delle sue origini e per venire a patti con l’assenza del padre e la morte della madre.

Con una prosa lucida, cristallina e cinematografica, Rupert Thomson ci racconta di una donna che con la forza del carattere riesce a portare la sua vita fuori dal vicolo cieco del passato e a lanciarsi nel futuro con coraggio, libertà e passione.

Questo libro è per chi si specchia nella buccia di una mela rossa, per chi non ha mai ascoltato What a difference a day makes cantata da Shilpa Ray, per chi si sente a casa quando riconosce il profumo dei pini, e per chi ha gettato via d’impulso un oggetto del passato creando così un nuovo ricordo impalpabile.

Rassegna Stampa on line di Rupert Thomson

Intervista su Tu Style
Recensione su Libri in Musica
Recensione su Athenae Noctua
Su Odor di Gelsomino

SongBook di Katherine

KATHERINE
Quando inizio a leggere un libro per farne la Songbook ovviamente non so quale sarà il filo conduttore che mi porterà a scegliere dei brani invece di altri. E mentre m’inoltro nel racconto, penso che non riuscirò a trovarlo (e prima o poi capiterà); poi improvvisamente in una pagina, in una riga, in una singola parola avviene l’inaspettato e a quel punto tutto diviene, più o meno, semplice. Stavolta è capitato a pagina 129, quando sul foglio si è stagliata la parola Arkhangel’sk (Arcangelo in italiano), una città portuale della Russia nord occidentale, immortalata in un paio di libri e in altrettanti film. E lì ho capito che il tema portante della Songbook di Katherine sarebbero state le città attraversate dalla protagonista nel suo girovagare. Ho cominciato a lavorare in quella direzione e quando qualche pagina dopo ho letto la frase “Il cielo sopra Berlino” il brano di Nick Cave è arrivato da sé, ma non volevo togliere una canzone da uno dei dischi della trilogia berlinese di Bowie. Che infatti è rimasta. Salvo scoprire, nell’ultimo risvolto di copertina, che un altro libro di Rupert Thomson è stato inserito dal compianto David nei 100 capolavori di tutti i tempi. A quel punto anche il finale era d’obbligo. E buon ascolto.

Londra
M.I.A. – Galang – 2004

Roma
Gala – Freed from Desire – 1997

Berlino
Nick Cave – From Her to Eternity – 1984

David Bowie – Heroes – 1977

Zurigo
Janis Joplin – Me & Bobby McGee – 1970

Arkhangel’sk
Erik Truffaz – Arkhangel’sk – 2007

Longyearbyen
Royksopp – You Know I Have to Go – 2014

Finale
David Bowie – Neukoln – 1977