La fine dei vandalismi

  • Capitolo Uno

    Quell’autunno, l’iniziativa per la raccolta del sangue si
    tenne alla stazione dei pompieri di Grafton. Lo sceriffo Dan
    Norman era lì perlopiù in segno di buona volontà ma, siccome
    una delle infermiere non si era presentata, aveva acconsentito
    ad applicare il cotone nell’incavo del braccio dei
    donatori. «E grazie» diceva.
    Era primo pomeriggio quando arrivò Louise Darling.
    Dan la conosceva appena. C’era con lei anche Tiny Darling,
    il marito

    Dan era convinto che Tiny fosse l’autore di alcuni
    furti con scasso avvenuti alla Westey’s Farm Home, sulla
    Highway 18. Non c’erano prove concrete, però.
    Louise aveva in testa un foulard rosso. Si tolse la giacca
    da marinaio per farsi prelevare il sangue. Sotto indossava
    una maglietta verde scuro con taschino. Dan ammirò i suoi
    lunghi avambracci bianchi e le premette un quadrato di cotone
    sulla vena.
    «La ringrazio, signora Darling» disse

    Poi toccò a Tiny. Aveva i capelli rossi, e un gufo tatuato
    sul dorso della mano. «Dovreste mandare questo sangue a
    Port Gaspar» disse.
    «Dove?» domandò Dan.
    «A Port Gaspar» ripeté Tiny. «La Marina militare ha
    venduto un carico di salmone surgelato avariato agli eschimesi,
    e adesso stanno male. Hanno la setticemia. E indovina
    che cos’ha fatto la Marina. Ha mandato gli avvocati a minacciare
    la comunità eschimese».
    «Dove si trova Port Gaspar?» domandò Da

    «Al Polo Sud» rispose Louise. Aveva grandi occhi verdi
    e lentiggini sbiadite. «Abbiamo sentito la notizia alla radio.
    Magari non era la Marina militare, ma le navi con cui sono
    arrivati erano quelle».
    «Come osservatori» disse Tiny. «Gli eschimesi hanno
    viaggiato sui ponti in una piccola sezione tutta loro, delimitata
    da corde. E ora devono farsi le trasfusioni».
    Lo sceriffo Dan Norman lasciò il braccio di Tiny e si rivolse
    all’infermiera Barbara Jones

    «Dove va a finire questo
    sangue? Tutto al Mercy?».
    «Già» rispose lei. «Ma sai cosa ti dico? Una volta una mia
    cugina di secondo grado si è ammalata di setticemia. È una
    cosa molto seria. Tu la conosci, Dan: mia cugina Mary».
    «Mary Ross» disse Dan.
    «Mary Jewell» precisò l’infermiera. «In realtà, era sua
    madre che si chiamava Ross: Viola Ross. Era cugina di
    Kenny Ross, che è stato in Corea... be’, quand’era malata
    non riusciva nemmeno ad attraversare la stanza»

    Louise Darling si sistemò la giacca e inclinò la testa da un
    lato. «Non sono sicura che fossero proprio eschimesi» disse.
    «Faceva abbastanza freddo perché fossero eschimesi» disse
    Tiny. «Gli avvocati hanno detto che se si lamentano ancora
    vanno a spianargli l’intero villaggio con lo spazzaneve».
    «Le loro case sono fatte di neve?» domandò Dan.
    «A quanto pare» disse Tiny.

    Dan Norman si imbatté in Tiny Darling in occasione
    di una rissa avvenuta una domenica sera al Lime Bucket

    Dan detestava le risse da bar da quando era stato colpito
    alla schiena con l’impugnatura di una stecca da biliardo, e
    per tutta l’estate gli era toccato andare da un chiropratico invece di starsene all’aria aperta. Il chiropratico teneva una
    bottiglia di vodka sopra una grossa cassaforte dietro la scrivania
    e pretendeva di essere chiamato dottor Jim il Giovane
    perché, diceva, il suo compianto padre veniva chiamato
    dottor Jim il Vecchio.
    Quella domenica sera, Tiny aveva preso Bob Becker per
    il cappuccio della felpa rossa e gli stava sbattendo la testa
    contro le manopole di un biliardino

    Dan strinse un braccio
    intorno al collo di Tiny e lo trascinò fuori. Stava cominciando
    a cadere la prima neve dell’anno, e la si vedeva scendere
    obliqua per tutta la strada deserta. Tiny era cosciente ma
    piuttosto sbronzo. Da quel che Dan era riuscito a capire,
    la rissa era nata da una discussione sulla carriera di Tanya
    Tucker, che secondo Bob era finita, mentre Tiny sosteneva
    il contrario.
    A bordo della volante, Dan e Tiny partirono verso
    sudovest lungo la strada asfaltata di Pinville, diretti alla prigione
    di Morrisville

    Più o meno a metà del tragitto Tiny
    cercò di colpire Dan, e quest’ultimo dovette accostare, far
    scendere Tiny, ammanettarlo e caricarlo sul sedile posteriore
    dell’auto.
    «Avevo sempre pensato che fossi un tipo sveglio» disse
    Dan da dietro la grata «ma a quanto pare mi sbagliavo miseramente
    ».
    «Mi si stanno slogando le braccia» disse Tiny.
    «Avresti fatto meglio a sbattere la tua, di testa, su quelle
    manopole» disse Dan.
    Seguì un lungo silenzio

    «Hai la neve sul cappello» disse
    Tiny.
    Dan rallentò perché un procione stava attraversando la
    strada. «Sappiamo che sei stato tu a entrare da Westey’s»
    disse Dan. «Sei stato maldestro con quella porta, a proposito.
    Ma la questione ormai è chiusa, perché non abbiamo intenzione di incriminare nessuno, perciò non so nemmeno
    perché l’ho tirata fuori».
    Tiny rise. «Quant’è alta questa volante?» domandò. «Mezzo
    metro scarso?»


    Le luci erano soffuse, alla prigione di Morrisville, e all’interno
    due vicesceriffi e alcuni loro amici stavano proiettando
    diapositive di donne nude su una cartina della contea. «Mi
    piacerebbe abitare nella fattoria di Floyd Coffee, stasera»
    disse il vicesceriffo Earl Kellogg junior. Dan ordinò loro di
    piantarla, di prendere Tiny e di metterlo in una cella. Dopodiché
    si sedette alla scrivania per redigere il verbale.
    «Ci sono drogati in giro a spacciare» disse Tiny

    «C’è chi
    accoltella gente nel vicolo dietro la banca. E poi ci sono io,
    che ho anche donato il sangue».
    «Qual è il tuo vero nome, Tiny?» domandò Dan.
    «Charles» rispose Tiny. «Lavoro nel campo dell’idraulica».
    «Balle» disse Earl Kellogg. «Dan, ha chiamato la figlia di
    Ted Jewell. Mi sfugge il nome, ora».
    «Ce ne sono due: Shea e Antonia» disse Ed Aiken, l’altro
    vice.
    «Okay» disse Earl. «Gli studenti del penultimo anno al
    Morrisville-Wylie hanno organizzato un ballo contro i vandalismi,
    e Shea Jewell dice che ti vogliono come padrino della
    serata

    Avevano chiesto a Rollie Wilson, che guida l’ambulanza,
    ma come sai Wilson ha avuto quell’incendio».
    «Vedremo» disse Dan.
    «È una serata semiformale» disse Earl.
    Dan staccò la spina del proiettore, requisì le diapositive
    e se ne andò. Stava ancora nevicando. Non prese la strada
    più breve per tornare a Grafton e si ritrovò a passare
    davanti a casa di Tiny e Louise. La luce del piccolo giardino occhieggiava tra gli alberi. Tiny e Louise stavano in affitto
    nella fattoria bianca, un tempo casa di Harvey e Iris Klar e
    tuttora proprietà della loro figlia Jean, che viveva a una cinquantina
    di chilometri da lì, a Reinbeck, e faceva un lavoro
    legato in qualche modo alla fabbrica di mattoni e piastrelle
    del posto

    Dan si infilò nel vialetto e scese dall’auto. Un cane bianco
    dalla testa squadrata balzò fuori dal capanno degli attrezzi
    e gli si avvicinò saltellando sulla fine neve azzurrina. Il cane
    non fece praticamente nessun rumore, e Dan lo convinse
    a tornarsene nel capanno. Nel frattempo, Louise Darling
    aveva aperto la porta di casa. Dan le andò incontro. Qualcuno
    aveva sistemato delle balle di fieno tutt’intorno alle
    fondamenta: ottima idea

    Louise indossava un paio di jeans
    e una felpa bianca. Dan entrò, chiuse la porta e notò che
    Louise non portava né scarpe né calze. Il soggiorno era
    buio, tranne che per la luce violetta della tv.
    Louise accese la lampada da tavolo. «Dov’è Tiny?» domandò.
    Aveva lunghi capelli castani con la riga da una parte.
    In un angolo c’era una macchina fotografica fissata su un
    cavalletto: Louise lavorava da Kleeborg’s Portraits, il negozio
    di fotografia a Stone City

    «Tiny si è azzuffato con Bob Becker al Lime Bucket» disse
    Dan. «Sta bene ma è ubriaco, perciò ho deciso di fargli
    passare la notte in cella a Morrisville».
    «Non si è fatto male, vero?» domandò Louise.
    «No» rispose Dan. «Come dicevo, ha avuto la meglio».
    «Di che cosa è accusato?» domandò Louise.
    «Non lo denuncerò» disse Dan. «Me ne laverò le mani.
    Che cosa stavi guardando?».
    «In che senso» domandò Louise «te ne laverai le mani?»

    Dan si voltò verso il televisore. «Domattina lo faccio uscire» spiegò. «Alle otto, finito il turno, lo lasceranno andare».
    Louise andò a bere qualcosa di ambrato da un bicchierino.
    «Maledizione» disse. «Perché la gente non lascia in pace
    Tiny?».
    Dan si sedette sul bracciolo di una poltrona. «Louise» disse
    «in tutta sincerità, molta gente potrebbe chiedere la stessa
    cosa a lui. Tiny riesce a essere davvero insopportabile».
    Louise prese un pacchetto di sigarette e si accomodò sul
    divano

    «Questo è vero» ammise.
    «Che cos’è?» domandò Dan indicando la tv.
    «Comix Classix, sulla krox» rispose Louise. «C’è un prete
    stanchissimo, in una stanza, alle prese con una falena che
    lo fa impazzire. Il prete ha dovuto girare tutto il giorno in
    bicicletta per strade sterrate». Louise si accese una sigaretta.
    «Ah...» fece Dan.
    «È una commedia ambientata in Italia» spiegò Louise.
    La guardarono per un minuto. Dan si tolse il cappello e
    se lo appese su un ginocchio

    «Proprio uno spasso» disse Louise.
    Dan tornò a casa con la sua volante. Aveva un sandwich
    all’uovo fritto e una birra Miller. Abitava in una casa mobile
    bianca e turchese appena fuori Grafton. Guardò le diapositive
    delle donne nude, ma erano troppo piccole.
    Louise si smaltava le unghie dei piedi: Dan l’aveva notato.
    Se le smaltava di rosso scuro. La immaginò intenta a ritoccarsi,
    da sola, in una delle stanze di quella fattoria piena di
    spifferi

    “È come una bottiglia di ottimo champagne”.
    JONATHAN FRANZEN

    “Ci sono scrittori che alzano il velo e ci fanno vedere le cose per la prima volta. Tom Drury è un raro maestro nell’arte di vedere”.
    YIYUN LI

    Tom Drury

Tom Drury LA fine dei vandalismi

Traduttore : Gianni Pannofino
Numero Pagine : 400
Prezzo : 19 €
ISBN : 978-88-99253-55-4
In libreria da : 13-04-2017

Il mondo di Grouse County è una ragnatela di cittadine sparse in un immaginario Midwest, dove le vite sono intrecciate da legami di amicizia, affetto o semplice conoscenza. È qui che Louise Darling decide di divorziare da Tiny e fa visita alla madre, Mary, per portarla fuori a pranzo prima della seduta del consiglio comunale, dove si discutono le sorti di un cane mordace.
Nel frattempo, lo sceriffo Dan Norman si trova a dare la caccia al marito di Louise, per atti vandalici commessi nella scuola durante il ballo contro i vandalismi. E così Dan incontra Louise, se ne innamora, Tiny la perde per sempre, e Louise ritrova finalmente se stessa.
Tom Drury sceglie di non dirigere i suoi personaggi come burattini, ma al contrario, con piccole pennellate, dai loro incontri attinge la forza per creare l’epica di Grouse County.

Leggero e profondo, divertente e malinconico allo stesso tempo, La fine dei vandalismi racconta la vita, quella di ogni giorno, che macina gioie e tristezze senza sosta. E lo fa senza seguire traiettorie premeditate, accettando la fatalità dell’esistenza, in un inno alla sua pacata e ingovernabile casualità.

Questo libro è per chi ama la furia della pioggia d’aprile, che allontana l’inverno e accoglie la primavera, per chi guarda la via Lattea come una strada che conduce davvero da qualche parte, per chi ascolta Feeling good di Nina Simone, e per chi si trova a camminare verso la felicità a piccoli passi, come se stesse procedendo su un cornicione sospeso nel vuoto.

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The Doobie Brothers – Long Train Running – 1973
https://open.spotify.com/track/5w2LjkfivZpYLNqWHkLBBH

Al ballo nella palestra di Grafton che dà il titolo al libro, “Brian Davis & i cumuli-di-scorie”” pestano duro e sciorinano i classici del rock anni Settanta. Impossibile che quella sera non abbiano suonato, oltre a “China Groove”, anche questo brano dei Doobie e, difficile che nel sentirlo, la signora Thorsen non abbia ancheggiato a ritmo. Mamma mia che pezzo! A suo tempo, questo capolavoro di Tom Johnston fece ballare indistintamente oltre che studenti e impiegati, anche hippy e bikers. “Without love where would you be now, without love?”

Johnny Cash – One piece at a time – 1976
https://open.spotify.com/track/2DL7K304onfbgwdQ1VjSOM

Citata a pag. 41. “…Louise accese la radio. Johnny Cash stava cantando di un metalmeccanico che si costruiva un’auto con i pezzi sottratti di nascosto dalla fabbrica nell’arco di tanti anni”. Piccolo capolavoro del country, suona come la colonna sonora ideale per un viaggio in Cadillac lungo le strade pianeggianti degli stati del Midwest. “La voglio quell’auto” e una volta al volante datemi i chilometri necessari ad ascoltarmi l’intera discografia del crooner figlio del mezzadro dell’Arkansas.

Talking Heads – Psycho Killer – 1977
https://open.spotify.com/track/6ckTQFWsmJurBz4O5cfGnD

Citata a pag. 52. Chi sarebbe questa Tina? Domandò Dan. Tina dei Talking Heads rispose Errol Thomas al poliziotto che gli chiedeva il senso della scritta “Armageddon” e “Tina Rules” che avevano appena dipinto sulla torre dell’acqua di Pinville. Martina Michèle “Tina” Weymouth fondò con il futuro marito Chris Frantz e David Byrne prima il gruppo The Artistics e poi i Talking Heads (dove suonava il basso) e, dopo lo scioglimento, i Tom Tom Club (senza Byrne con cui pare finito l’idillio). Questo è il brano più noto dei Talking Heads anche grazie alla linea di basso tracciata proprio da Tina. Splendido e in grado di generare proseliti: “Vogliamo che la gente sappia, vogliamo che la gente si svegli”

Neil Young – Out on the weekend  – 1972
https://open.spotify.com/track/6GXdbSh7cPVTDLUCATr8Tz

Citata a pag. 73. Louise e Cheryl “avevano trovato quei caschi simili a uova di dinosauro, appesi tutti in fila, e con la vernice spray avevano pensato bene di scrivere una lettera per ogni casco: SEE THE LONELY BOYS OUT ON THE WEEKEND. La frase era tratta da una canzone di Neil Young che, a dire il vero non parlava di football, bensì di un ragazzo che voleva compare un pick.up e partire per Los Angeles”. Canzone indimenticabile (forse ispirata dalla fine del suo primo matrimonio) tratta dall’album capolavoro del cantautore canadese che influenzò l’intera scena country-rock statunitense. “She’s so fine, she’s in my mind, I hear her callin’”

John Mellencamp – Small town – 1985
https://open.spotify.com/track/1AdJEKjlgghLbUEVgABPrH

Citato a pag.173. Tiny Darling “provò a figurarsi queste immagini come scene di un documentario sulla sua vita, con una colonna sonora di John Cougar Mellencamp”. Una delle voci più solide del rock cantautorale Usa canta la provincia americana, raccontando la propria nascita e crescita in due piccole città dell’Indiana. “Another boring romantic that’s me; But I’ve seen it all in a small town”. “No I cannot forget where it is that I come from I cannot forget the people who love me. Yeah, I can be myself here in this small town. And people let me be just what I want to be”. Una delle chiavi di lettura degli Stati Uniti.

Jim Reeves – This world Is not my home – 1962
https://open.spotify.com/track/4lNpkBdxwUq2Z4r6gxVmba

Citato a pag.183. “Joan era nello scantinato della chiesa intenta a suonare This world is not my home al pianoforte quando Tiny scese le scale”. Prima di morire a 40 anni, nel 1964, in un incidente aereo, il texano “Gentleman Jim” fu un importante esponente di quel country che passò sotto il nome di Nashville sound. “Lui si fermò e la ascoltò cantare This world is not my home I’m just a passing through My treasures are laid up somewhere beyond the blue. Fecero l’amore sullo sgabello del piano, sui gradini e nel campanile, dove di fatto non c’era più una campana dal 1977…”. Oh Lord, you know…

Vaughn Meader – The first family – 1962
https://open.spotify.com/track/6d3blKGa52PaBX54q2M6LY

Citata a pag. 320. “L’aspetto piacevole di questo sistema era che gli uomini non avevano niente da fare. Se ne stavano seduti ad ascoltare i dischi di Vaughn Meader e a bere birra di Claude”. Curioso (e molto americano) quadretto familiare in stile dem: nella fattoria dei kennedyani Robeshaw accade che gli uomini, che “ai vecchi tempi sarebbero stati fuori a trebbiare”, ora riempiono l’attesa della cena con i vecchi vinili in cui il comico imita il presidente John F. Kennedy e dà vita a gustose scenette sulla first family e sullo staff della Casa Bianca. Il successo di Meader finì con la morte del trentacinquesimo presidente: un’altra vittima di Lee Harvey Oswald.

Al Green – Lets Stay Together – 1972
https://open.spotify.com/track/14ZmaHWdIZg1fNaeofl9La
Al Green – Funny how time slips away – 1973
https://open.spotify.com/track/3rE0RGW5kLbdiQyHIUTIra
Al Green – Starting all over again – 1973
https://open.spotify.com/track/4WmfZZYxw8t7TG7xRflee5

Citato a pag. 367. “C’era un jukebox dal suono corposo e frusciante, pieno di dischi di Al Green. Albert e Chiang ne misero molti di quei dischi pur sapendo che non sarebbero potuti rimanere insieme”. Tra i meriti di Tarantino, c’è anche quello di aver riproposto una hit come “Lets stay together” e lo strepitoso falsetto soul del musicista afroamericano. Che qui propongo con altre perle, “Funny how time slips away” e il blues di “Starting all over again”, che mi piace pensare abbiano accompagnato l’addio dei i due giovani amanti. Remember child that you are mine. I’ll hear your prayer and take you back again.