La mia vita è un paese straniero

  • Occorrono troppe vite per farne una.
    Eugenio Montale

    Sono un drone e attraverso il buio sopra il mio corpo, volo sopra mia moglie che dorme accanto a me, sopra la curvatura della terra, sopra i Glens of Antrim e la costa dalmata, le granate di Brčko e Dubrovnik si inarcano nell’aria al mio fianco, proiettili pieni di poesia e di morte e di amore.
    Sono a 32.000 piedi dal litorale atlantico. I campi, i frutteti, i boschi sottostanti si accalcano come nazioni su una carta geografica seguendo i corsi d’acqua, le strade lastricate e gli sterrati e i solchi dell’aratro

    Paesi che toccano altri paesi. Bosnia e Vietnam e Iraq e Irlanda del Nord e Corea e Russia schiacciate insieme nella geografia di sotto. E in alto cumuli sparsi, forme create sulla terra dalla luce del sole.
    La battaglia di Guadalcanal emerge dalle ombre in cui vive mio nonno. Adesso Bougainville, Guam, Iwo Jima. La Highway 1 – l’Autostrada della Morte irachena – si stende nel deserto da un lato e nella valle di San Joaquin in California dall’altro. La fiancheggiano gli eucalipti della mia infanzia

    Qua e là vedo sull’asfalto i segni del fuoco nei punti in cui abbandonavano gli autocarri in fiamme. Là il mio defunto zio Paul ruba le arance dai frutteti, come faceva quando avevo otto anni, mentre dalla parte opposta la terra fresca e scura copre i morti recenti. Appollaiati sulle
    lapidi, i gufi invocano l’acqua.
    Così trascorro ogni notte, verificando le impronte del calore nel paesaggio, alternando i filtri delle lenti mentre mi inclino in virata, raccogliendo un circuito alla volta le informazioni necessarie, tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che abbiamo fatto accalcato nei confini della mappa sottostante


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    «La situazione è questa» disse il sergente maggiore capo Fredrickson indicando le bandierine di plastica rosse e blu, conficcate nel terreno su barrette di metallo. Dovevano essercene
    trenta o quaranta, schierate nell’erba attorno a noi senza un criterio evidente. Era il settembre del 2003 e, come alcuni tra quelli radunati intorno al Sergente di prima classe
    Fredrickson in quel campo verde e ben tenuto fuori dalla nostra aula, stavo osservando la scena per valutare il significato delle bandiere

    Sul grosso televisore nella sala di ritrovo
    della compagnia ci aspettava la guerra. I combattenti che sparavano ai soldati americani a Baghdad, a Samarra e a Tikrit stavano perfezionando la stretta del grilletto apposta
    per noi.
    «Siamo circondati da morti. E da pezzi di morti» disse Fredrickson enfatizzando la parola pezzi. «La vostra squadra si è imbattuta nel luogo di una possibile imboscata. Nessun
    sopravvissuto. Non è un’esercitazione. Quindi: qual è la prima cosa da fare?»
    Uno degli allievi in fondo disse: «Recuperare un casino di sacchi di plastica»

    Fredrickson sorrise.
    «No. Come in ogni altro caso la prima cosa da fare, la prima cosa è la messa in sicurezza. Creare un perimetro, poi mettersi al lavoro». Proseguì spiegando che ci sarebbe voluto un certo numero di uomini per svolgere l’incarico, specie se era questione di tempo, come sempre in quei casi. «Vi conviene fotografare la scena da vari punti di vista, sempre che abbiate una digitale e tempo a disposizione. A questo servono le bandierine. Dovete piantarne una per ogni cadavere, o pezzo di cadavere che trovate

    Se non avete la macchina fotografica fate uno schizzo». Ci esercitiamo a disegnare in fretta sui taccuini, inseriamo brevi note a margine, crocette e freccine: uno schema approssimativo dei punti cardinali.
    Lui ci dice di usare un certo modulo del Dipartimento della Difesa per etichettare e tenere il conto dei morti sigillati nei loro sacchi. «E ricordatevi di una cosa molto importante:
    non mettete mai due pezzi separati nello stesso sacco». Tace un istante. «Vi faccio un esempio»

    Indica il soldato più vicino, dicendogli di sdraiarsi e far finta di essere morto.
    Il sergente Gordon s’inginocchia sull’erba umida e si sdraia bocconi con il braccio destro teso in fuori, come a indicare qualcosa dietro di noi. Tiene la bocca aperta e all’inizio guarda fisso le poche nuvole nel cielo. Poi chiude gli occhi e fa il morto.
    Qualcuno ride di lui e della sua capacità di fingere, di perdere tempo in ogni circostanza, mentre Fredrickson gli si avvicina. «Immaginate che questo braccio» accenna all’arto proteso di Gordon, «sia saltato all’altezza dell’ascella

    Intorno non ci sono altri corpi, ed è evidente che l’uniforme è la stessa e così via. Ciò non toglie che dobbiate mettere il corpo in un primo sacco assegnandogli un numero, poi mettere il braccio in un secondo sacco, con un altro numero». Ci guarda in faccia uno dopo l’altro. «Non traete conclusioni. Ci penseranno a casa. Gli faranno il test del Dna e tutto il resto». Tace di nuovo, poi prosegue: «Statemi bene a sentire. Bisogna assolutamente evitare che quei poveretti dei familiari si ritrovino a seppellire il loro soldato insieme ai pezzi di qualcun altro

    Ricevuto?»
    Mentre lui continua a spiegare il lavoro che ci aspetta, il mio sguardo vaga per il prato e le bandierine luccicanti conficcate a terra intorno a noi. È un raro giorno di sole a Fort Lewis, nello stato di Washington, e la luce del primo mattino illumina la natura traslucida dell’erba nel suo debole protendersi verso l’infinito. I caduti si mettono in posizione. Alcuni giacciono sul fianco, altri sulla schiena, girati verso il cielo. Ognuno con una bandierina numerata accanto

    Alcuni voltano piano la testa verso me, gli occhi confusi nel paesaggio di nuvole mentre chiedono con voci roche, sommesse, un poco d’acqua. Solo un sorso, dicono.
    Un sorso d’acqua.

    “Scompaiono i distributori di benzina e le lavanderie automatiche e le code all’ufficio di collocamento e i negozi di ferramenta americani. Per il momento sono soldati. Sono giganti che osservano la vita di qualcun altro in scala. Stanno fermi nel grande flusso della Storia – passata, presente e futura – e lo risucchiano tutto”.

    Brian Turner

Brian Turner La mia vita è un paese straniero

Traduttore : Guido Calza
Numero Pagine : 208
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-99253-43-1
In libreria da : 27-10-2016

Nel 2003 il sergente Brian Turner è a capo di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Dieci anni dopo, a casa, accanto alla moglie addormentata ha una visione: come un drone sulla mappa del mondo, sorvola Bosnia e Vietnam, Iraq, Europa e Cambogia.
Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno, con i giochi da bambino e le vite degli amici caduti in battaglia.
Così, tutti i conflitti si dispiegano sotto di lui in un unico, immenso, territorio di guerra e violenza.
Nel 2003 il sergente Brian Turner diventa un poeta e quando, dieci anni dopo, la visione torna nella sue notti insonni, grazie alla poesia riesce a raccontarla così da accettarne la memoria – una memoria tanto grande che l’America non basterebbe a contenerla, e che sfrega l’anima fino a scorticarla.
Liberata la nostalgia, la compassione e il desiderio di verità, La mia vita è un paese straniero racconta in diretta le azioni, le esercitazioni, i vuoti e i rumori, la paura e il coraggio, la tragedia e la gioia dei ritorni. E riconnettendo vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di riallacciare il filo del senso a quello del silenzio.

Questo libro è per chi ama guardare i prati e le colline con il binocolo, per chi sogna di volare in una fotografia di Ansel Adams, per chi ha visto le viti crescere nel cratere di un vulcano, e per chi si è trasformato in un uccello notturno solo dopo aver visto le fiamme bruciare il suo mondo.

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a cura di Danilo di Termini

“Eppure i soldati non smettono di marciare, generazione dopo generazione, da una guerra all’altra”.

Che musica si ascolta in guerra?
Forse in guerra non c’è tempo per la musica, anche se conosciamo le playlist degli iPod dei soldati in attesa di una missione (per scatenare l’aggressività o forse solo per vincere la paura) e se dopo Apocalypse Now è impossibile non associare il suono delle pale di un elicottero a quello della Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner.
Ma sfogliando le pagine di questo libro s’incontra tanta musica: il protagonista ne ascolta moltissima, addirittura con un amico (al quale il libro è dedicato) pensa di formare una band al termine della sua esperienza nell’esercito. E la prima scelta poteva essere ritrovare queste canzoni; poi, per antitesi, ho pensato a brani che parlassero di pace o dell’orrore della guerra, di tutte le guerre. Intanto proseguendo nella lettura ero arrivato alla prima licenza e a un viaggio in California che mi avevano portato a scegliere la canzone di Albert Hammond (nella versione di Sonny & Cher); e da subito avevo pensato ai Public Enemy, “He Got the Game” che contiene un sample di “For What It’s Worth” dei Buffalo Springfield, la canzone di Stephen Stills indelebilmente legata al Vietnam. e che volevo assolutamente inserire. Alla fine non c’era più un filo conduttore unico, ma molte suggestioni che mi sono sembrate il modo migliore di riflettere i sentimenti della lettura di un testo così singolare.

Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?”

Fabrizio De Andrè – La Guerra di Piero – 1964

Bob Dylan – Masters of War – 1963

Sonny and Cher – It Never Rains in Southern California – 1973

Tommy James & the Shondells – Crystal Blue Persuasion – 1968

Ultravox – Hiroshima Mon Amour – 1977

Orchestral Manouvres in the Dark – Enola Gay – 1980

Bruce Springsteen – Devils & Dust – 2005

Public Enemy – He Got Game – 1998

Ryuichi Sakamoto- ‘Merry Christmas Mr Lawrence – 1989

Brian Turner racconta La mia vita è un paese straniero