La resistenza del maschio

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    Il Pirellone di Gio Ponti, 127.10 metri.
    La guglia maggiore del Duomo di Milano, 108.50 metri.
    La Torre Littoria del Parco Sempione, 108 metri.
    La Torre Velasca, 106 metri.
    Il Bosco Verticale, Torre E, 110 metri. Torre D, 76 metri.

    Nella rotonda prendere la seconda uscita.

    L’Uomo ha le mani sul volante, gira a destra passando sotto un ponte, poi risale. Tiene il navigatore impostato, ma non ne ha bisogno. Recita a memoria le altezze delle torri per restare sveglio


    Alla prossima rotonda prendere la prima uscita.

    Prosegue costeggiando un cubo di cemento con la scritta frigomercato. Intanto continua a bassa voce.
    La Torre di viale Filippetti, 89 metri.
    La Torre del Filarete, 70 metri.

    Viaggia a bordo di una berlina blu con i sedili in pelle. Sul cruscotto un quotidiano e un libro. Sul sedile di fianco una borsa. Dietro confusione di fogli, un computer, indumenti.

    Procedere dritto per un chilometro


    Torre Isozaki, Il Dritto, 217 metri.
    Torre Hadid, Lo Storto, 175 metri.
    Torre Libeskind, Il Curvo, 160 metri.

    È perso nei suoi pensieri quando vede i fari di una vettura che si avvicina velocemente nella corsia opposta, sembra per qualche istante puntare verso di lui, poi fa una curva e si schianta contro un palo della luce. Parte un clacson. L’Uomo rallenta d’istinto, una donna scende dal marciapiede e si getta in mezzo alla strada, allarga le braccia, grida

    Lui schiaccia il freno e inchioda, a pochi metri da lei.

    Periferia sud orientale di Milano. Nonostante la notte il buio non c’è. Lampioni e insegne, un impasto giallo raffreddato dai neon. Rumori in rilievo, forme degli edifici ortogonali e svuotate.
    A sinistra c’è il quartiere Ettore Ponti, millenovecentotrentotto.
    A destra c’è l’Ortomercato, millenovecentosessantacinque.
    Ci passa davanti da quando è bambino, ha l’abitudine di riguardare in continuazione le stesse cose

    Ogni volta aggiunge un dettaglio.
    L’ambulanza arriva presto, porta via la ragazza. Ha perso conoscenza. Testa contro parabrezza.
    Non aveva la cintura allacciata.
    Il vigile chiede libretto e patente, lui ha tutto. Poi gli domanda: «A che ora, più o meno».
    Lui guarda l’orologio e risponde: «All’una, credo».
    «Lei da dove procedeva?» chiede ancora.
    «Dalla strada che costeggia l’abbazia di Chiaravalle, ero là, ho tenuto una conferenza sull’architettura degli ordini monastici»

    Il vigile lo informa che deve fare l’alcol test. Lui sostiene di non aver bevuto niente e aggiunge che non è coinvolto nell’incidente.
    «Meglio così, ci togliamo qualsiasi dubbio» commenta il vigile.
    C’è una deriva di prevaricazione in quelle parole, l’Uomo ritiene che sia per via della notte e per l’anomalia dell’evento.
    Vorrebbe tornare a casa, è stanco: «Faccio il test e intanto continuo a raccontarle» dice.
    Deve toccarsi il naso con le dita e camminare in linea retta, lo fa con eleganza, giacca e pantaloni scuri, una camicia grigia, scarpe stringate nere

    «Sbanda un po’» osserva il vigile.
    «Si può sbandare per molti motivi, non ho bevuto niente, sono solo stanco» obietta l’Uomo.
    «Mi dica cosa è successo» risponde il vigile.
    Inizia a raccontare quello che ha visto, la vettura nella carreggiata opposta, la curva, l’impatto: «A un tratto quella Signora mi si è buttata davanti. Ho inchiodato, mollato la macchina in mezzo alla strada e guardato nell’abitacolo. C’era la ragazza piegata sull’airbag. Vi ho chiamati e questo è tutto»

    La Signora è una prostituta. Gonna corta, stivaletti neri, un giubbino di pelle imbottito. Poco trucco e capelli biondi lunghi fino alle spalle. Una faccia buona, molti segni sulla pelle. Era ferma ad aspettare con una sigaretta accesa, cuffiette dell’ipod alle orecchie. Dichiara di aver visto l’automobile rossa arrivare da destra, a forte velocità, e poi è certa che abbia puntato verso il palo.
    Mentre parla è seduta sul sedile posteriore della macchina dell’Uomo. C’è umidità, sente freddo

    Entrambi concordano che si tratti di un gesto volontario.
    «Sembrava così, poi non so se lo sterzo era rotto o se la ragazza si è distratta» aggiunge l’Uomo.
    Il vigile gli chiede di soffiare dentro il palloncino.
    Lui domanda se dopo averlo fatto può tornare a casa.
    «Vediamo il risultato e poi magari sì» risponde il vigile.
    Deve riempire uno spazio piccolo. Produce un sospiro sufficiente a rilevare il tasso alcolico. Avrebbe potuto fare un’altra strada, prendere la tangenziale

    Ripensa al motivo della scelta. Voleva passare proprio da lì. Vedere l’apertura del nuovo collegamento che da Rogoredo permette di raggiungere la zona sud est di Milano.
    Guardare quello spazio da un altro punto vista. Arrivare di spalle.
    Non stava guidando veloce, è sicuro.
    Conosce le sue reazioni fisiche al millimetro. A quell’ora inizia a salire la fatica, il contraccolpo dovuto alle sue esibizioni, incontri, lezioni, convegni, interviste, passaggi televisivi.
    È un metabolizzatore di adrenalina

    Un dopamina dipendente.
    Aveva fatto in tempo a guardare, vedere, rallentare, inchiodare. Misura perfetta. L’unica variabile era dentro la macchina.
    È una donna.
    Avrebbe potuto svoltare a destra, proseguire diritto, schiantarsi contro di lui.
    Ciò che è decisivo si compie nonostante tutto è un esergo-parabola. L’ha scritto Nietzsche. Gli piace.
    Ciò che deve accadere accade. È la proiezione ortogonale dello stesso concetto.

    Prima di andarsene resta ancora una cosa da chiarire

    «Agente, vorrei precisare che io e la Signora non ci conosciamo, era seduta nella mia macchina perché sentiva freddo, le ho spiegato come sono andate le cose».
    Il vigile non alza la testa dal verbale, gli risponde: «Non sono affari miei».
    «Mi si è parata davanti, non la stavo caricando, vorrei che fosse chiaro, ha capito?».
    «Le ho detto che è un problema suo. Firmi la dichiarazione e resti rintracciabile».
    La Signora ascolta, esce dall’abitacolo e mentre riprende il suo posto di lavoro domanda al vigile: «E la ragazza?»

    «Ha perso conoscenza, non so altro» risponde lui.
    «Posso andare?» chiede l’Uomo.
    «Adesso sì».

    Le due del mattino, un paio di finestre nel palazzo di fronte si accendono, qualcuno si affaccia a guardare. Un uomo con un cane al guinzaglio si avvicina all’incidente.
    Rimosso il danno, restano i segni.
    Le linee di gesso sull’asfalto, la Renault rossa accartocciata contro il palo. Un carro attrezzi che avanza da lontano con il lampeggiante acceso

    L’Uomo rientra in auto, getta l’ultima occhiata alla Signora sul marciapiede, poi infila la mano destra nella tasca della giacca e prende il cellulare. È scarico.
    «Senta» gli dice la prostituta «non sono contagiosa».
    Lui si percepisce in difetto, sente di doverle delle scuse. Abbassa il finestrino: «Ha ragione, potevo evitare di precisare, mi dispiace».
    «Lasci stare, sono abituata».
    Lei è il grado zero della distanza. Quando l’Uomo sa che può avere tutto non vuole più niente

    nziona così.
    Le sue fantasie sono le prostitute più capaci che abbia mai frequentato.
    È un monaco di stanchezza, alza la mano in segno di saluto strappandole una specie di ghigno soddisfatto; lei crede di sapere cosa passi nella testa dei maschi quando la guardano.
    L’Uomo recita a bassa voce le altezze delle torri per restare sveglio.

    La Torre Unicredit, 231 metri.
    La Torre Diamante, 140 metri.
    La Torre Solaria, 143 metri.

    Aveva fatto in tempo a guardare, vedere, rallentare, inchiodare. Misura perfetta. L’unica variabile era dentro la macchina. È una donna.

    Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli La resistenza del maschio

Numero Pagine : 240
Prezzo : 13 €
ISBN : 978-88-99253-09-7
In libreria da : 10-09-2015

L’Uomo ha una vita di successo, moglie, lavoro, casa. Non vuole figli e non vuole solo sesso. Cerca in ogni circostanza misura e proporzioni. Una notte assiste a un incidente: una donna si schianta contro un palo della luce. L’immagine di lei, simile a un quadro preraffaellita, diventa un’ossessione. Intanto nella sala d’aspetto di uno studio medico tre donne attendono il loro turno. Parlano di uomini, sicure di essere alle prese con un nuovo tipo di maschio, quello che resiste, che si nega e non si concede. Al di là della volontà di ciascun personaggio, qualcosa sta per accadere: La resistenza del maschio illumina una nuova forma di lussuria, che qui trova la sua ultima metamorfosi.

“Un Uomo che è una Fortezza. E poi una Moglie, una Signora, una Ragazza. E un incidente. Sono tutti gli incidenti, le ragazze, le signore, le mogli e gli uomini che abbiamo visto nella vita. Che siamo stati anche solo per una volta. Nella sala d’attesa di questa storia, tre Parche filano a parole il destino dell’Uomo”.
Gian Luca Favetto

Questo libro è per chi è innamorato dell’azzurro che non si riesce a toccare, per chi ama soffermarsi nei luoghi di transito e nei foyer dei teatri, per chi disegna tutto quello che vede e per chi non riesce a regalare canzoni per paura di perderle.

Songbook di La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli

In questo libro c’erano vari spunti musicali: canzoni e gruppi che appaiono in chat telefoniche, nei ricordi di una vacanza, in un disegno, nella colonna sonora di un film. Ma la scansione del racconto mi ha fatto tornare in mente un disco che amo molto – 2-3-4 di Shelly Manne, un album in cui la formazione cambia a ogni titolo, ora in duo, ora in trio, ora in quartetto. analogamente a quanto accade ai personaggi del libro. Ed è da questa idea che sono partito. Shelly Manne è uno dei più misconosciuti batteristi della storia del jazz (è lui a suonare la batteria doppiando Frank Sinatra in L’Uomo dal Braccio d’Oro), protagonista della scena californiana anni ’50 al fianco di tutti i più grandi dell’epoca: da Chet Baker ad Art Pepper, da Stan Getz a Bill Evans. In questo disco suona con uno dei padri dello strumento modernamente inteso, non più giovanissimo – all’epoca ha 58 anni – capace però di dialogare con soave naturalezza in ogni ambito musicale. (Danilo Di Termini)

L’Uomo ha le mani sul volante, gira a destra passando sotto un ponte poi risale.
Coleman Hawkins – Picasso – 1948

È notte, un uomo è solo in macchina, scopriremo più avanti essere un professore di disegno e rilievo all’università. Sta per andare incontro a un episodio che cambierà la sua vita e ci piace pensare che ascolti il primo brano inciso per sassofono solo della storia del jazz.

 

Sono in tre, sedute nella sala d’aspetto del centro medico polifunzionale. Le poltroncine comode rivestite di panno rosso, un tavolino basso con alcune riviste, un attaccapanni vuoto. Due sono in silenzio, la terza sta parlando.
Shelly Manne – Lean on Me – 1962

Sono in tre, Eddie Costa al vibrafono e al pianoforte, George Duvivier al contrabbasso e Shelly Manne alla batteria. Dialogano, si raccontano, si scoprono poco a poco, raccontandosi con i loro strumenti, con l’evidente piacere di rivelarsi.

 

Nella porta sono inserite le chiavi dall’interno. È costretto a suonare. Le dice sempre di toglierle, ma lei si dimentica. Nel giro di qualche minuto la porta si apre. Una donna in jeans e maglietta, alta, la faccia regolare e spigolosa, gli occhi chiari come i capelli. “Cosa fai ancora alzata?” chiede l’Uomo. “Ti aspettavo” risponde online casino lei. “Andiamo a dormire” suggerisce lui. Le passa davanti, appoggiando la borsa sulla sedia nell’ingresso. “Non ti ho aspettato per andare a letto, forse è il caso di parlare, non credi”?
Shelly Manne – Me and Some Drums – 1962

Dopo un’introduzione il pianoforte si fa da parte e i protagonisti diventano la batteria di Shelley Manne e il sax di Coleman Hawkins (sempre lui), un dialogo che riflette idealmente quello tra l’Uomo e la donna (così, minuscola, nel testo).

 

D’istinto guarda l’orologio. Segna un orario fuori dalla sua percezione, è in ritardo di mezz’ora. Saluta l’Amico che vuole ancora sapere: “Come va con tu moglie?” ”Al solito”. Senti, ti faccio un favore volentieri, lo sai che ho sempre avuto un debole per lei…poi tolgo il disturbo, i figli che ho mi bastano. L’uomo sorride, poi risponde: “Devo andare. Sei sempre molto gentile, grazie di tutto, davvero”.
Steve Turre – What Is Thing Called Love – 2003

Poi c’è l’Amico, un personaggio apparentemente minore, ma che riaffiora spesso nel testo. L’ho accoppiato a un trombone, un po’ per fare un facile doppio senso, un po’ perché il trombone è sovente sottovalutato e Steve Turre che ne è interprete contemporaneo ne esprime a fondo tutte le nuances.

 

“Stai scherzando?” Silvia guarda Marta fissandola negli occhi, mentre Chiara sta manovrando il variatore della luce per regolarne l’intensità.
Shelly Manne – Cherokee – 1962

Immaginando un ipotetico dialogo tra i personaggi del libro, un quartetto, forse la più classica tra le formazioni del jazz: il pianoforte (questa volta suonato da Hank Jones), il contrabbasso, la batteria, quella che in gergo si chiama ritmica, che si mette completamente al servizio del quarto strumento, un sassofono o una tromba, generalmente con il compito di non farsi notare, ma con la segreta speranza di riuscirci. Ma questo è un quartetto paritario, anche perché il leader è un batterista, non proprio usuale nemmeno nel jazz, insomma, come capita a volte anche tra le persone, il puro piacere di ascoltare una conversazione equilibrata e appassionante. O ci si riesce solo in musica?

 

La musica è sempre un buon punto di partenza. Modifica lo spazio, come le parole, ma di più.
John Zorn – Batman – 1989

Un altro sassofono, quello di John Zorn, agli antipodi del precedente, un sax alto, ironico e rabbioso. Eppure impersona lo stesso Uomo, ma qui con il nome di Emme, ed è alle prese con un’altra donna, Effe, in un’estenuante scambio di messaggi in cui lui si trasforma, ci appare un altro, mostra un’altra sua identità. Ho scelto Zorn proprio in omaggio alla donna, poiché in una delle prime conversazioni è lei a inviargli un link a una sua canzone.

 

“È la colonna sonora del mio spettacolo Nothing else matter, i Metallica in versione ballata melodica, li conoscete?”.
Metallica – Nothing Else Matter – 1969

Nient’altro importa, e forse è proprio così.

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