La versione della cameriera

  • Mi spaventò all’alba di ogni giorno, nell’estate che trascorsi con lei. Si sedeva sul bordo del letto, i lunghi capelli sciolti, sciolti fino a terra e ondeggianti mentre li spazzolava senza posa, e nella stanza si ritiravano le ombre e dalle due finestre fluiva la prima luce. I capelli erano lunghi come la sua storia e non avrebbe potuto camminare se non li avesse raccolti in folte trecce e fissati attorno e in cima alla testa con degli spilloni. Altrimenti avrebbero spazzato il pavimento come lo strascico di una veste medievale, e le sarebbe toccato radunarli in un fascio e avvolgerseli più volte al braccio per non inciampare

    Era nata contadina, poi aveva lavorato per mezzo secolo come cameriera, dunque non avrebbe potuto dormire dopo l’alba nemmeno per scommessa, e ogni mattina che passai con lei alla prima luce si metteva a sedere e spazzolava i suoi lunghi capelli da strega, li spazzolava a ciocche, più e più volte, lisciando quei capelli che da decenni non vedevano un paio di forbici, e da cui non si sarebbe separata nonostante l’assurdità di tempo che ogni giorno le serviva per tenerli in ordine. Erano perlopiù bianchi e macchiati di grigio, i colori di un giornale rimasto sotto la pioggia finché i titoli non si sciolgono sulla pagina

    Per tutta l’estate dei miei dodici anni mi svegliò ogni giorno spaventandomi, e nel destarmi la vedevo lì, con l’alba alle spalle, mentre le molle del letto cigolavano piano e una spazzola d’osso scivolava su quei capelli che parevano usciti da una fiaba, e forse non di quelle allegre. Si chiamava Alma, non le andava di essere chiamata nonna ed era capace di rifilarti una sberla se le davi della nonnina. Era sola, vecchia e fiera, e mio padre mi aveva mandato lì, dalla città sul fiume vicino a St

    Louis dove vivevamo, in segno di riconciliazione. Lei era felice di ospitarmi e si preoccupava che mi divertissi, che passassi un’estate memorabile, ma la spensieratezza non le veniva molto naturale; le sue ultime ore di gioco risalivano a prima della Grande guerra, un gioco d’infanzia dimenticato, con un cerchio di legno e una bacchetta. Provò a coinvolgermi in lunghe camminate nella cittadina di West Table, mi portava al parco e restava a osservare mentre sguazzavo nel laghetto, mi lasciava strappare le erbacce in giardino e tirare una palla da baseball contro la porta del capanno degli attrezzi

    Era l’estate del 1965 ma lei non aveva ancora la televisione, solo una radio che pareva sempre annunciare i prezzi del bestiame e le quotazioni del grano. Ogni parola di Alma si dilatava in una cantilena, anche se capitava che non dicesse molto per giorni e giorni. Poi venne un tardo pomeriggio in cui ero avvilito, annoiato e scontento, e prendevo a calci svogliati cose che mi avevano detto di non prendere a calci, una giornata torrida che si oscurò con l’arrivo di un sinistro temporale, e noi sedevamo nella verandina in mezzo al vento forte, a guardare quegli atti folgoranti che dilaniavano il cielo

    I lampi graffiarono le nubi e rombò il tuono. Con l’abito svolazzante, gli occhi socchiusi e lontani, lei scelse con astuzia quell’attimo di furia per cominciare il suo resoconto dell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, dei quarantadue ballerini morti in un istante in quell’angolo dei monti Ozark nel Missouri, delle coppiette uccise nel bel mezzo di un passo di valzer, lanciate verso le nuvole in una bruma rosa inseguita da fiamme gigantesche, e del perché fosse accaduto. E più ancora: la frenesia di fuoco, le tante vittime, i tanti sospetti, i pochi fatti, un grande crimine o una colossale disgrazia, un perdurante mistero che lei era convinta di aver risolto

    Sapevo che mio padre non voleva che sentissi da lei quella storia, che era l’origine della loro contesa, ed era proprio questo a solleticarmi, a rendermi ansioso di saperne di più, di più e ancora di più. Decine di persone erano rimaste menomate, spezzate, ustionate al punto che la pelle si era sciolta e staccata dalle ossa. Le grida provenienti dalle macerie e dalle fiamme non si erano mai spente nelle orecchie di chi le aveva udite, le urla dei vicini che bruciavano, degli amici, degli amanti, dei parenti come Ruby, la mia prozia

    La morte o la rovina di tanti giovani in una città di appena quattromila anime suscitarono un doloroso, sconvolto appello alla giustizia. Si avanzarono dubbi, si sbraitarono minacce, si assembrarono folle, ma tutta quella rabbia non trovò un bersaglio preciso. I sospetti e le spiegazioni possibili erano così tanti e complessi, così scollegati da prove decisive, che la pubblica inchiesta girò fiaccamente a vuoto, in un cerchio ampio e crepitante, finché, senza clamore, non fu archiviata. Nessuno venne mai incriminato o condannato, e le ventotto vittime ignote furono sepolte ai piedi di un monumentale angelo alto tre metri che piano piano divenne nero, dopo anni e anni di freddo e caldo e pioggia battente

    “Un romanzo che ti lascia a bocca aperta. Daniel Woodrell scrive un libro impetuoso, travolgente, sulla vita e sul destino”. SAM SHEPARD

    Daniel Woodrell

Daniel Woodrell La versione della cameriera

Traduttore : Guido Calza
Numero Pagine : 192
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-18-0
In libreria da : 14-03-2019

Il dodicenne Alek trascorre l’estate a West Table, Missouri, con sua nonna Alma. Vecchia, eccentrica e orgogliosa, la donna ha lavorato per cinquant’anni come cameriera per le famiglie ricche della città, allevando tre figli e sopportando un marito sempre assente. Alma conosce molte storie, ma quella che più la ossessiona è l’esplosione della sala da ballo che nel 1929 causò la morte di quarantadue persone, tra cui l’amatissima
sorella Ruby. Nessuno ha mai scoperto com’è andata, né è mai stato trovato il responsabile: Alma è certa di sapere la verità, e la racconta ad Alek, per rendere giustizia alle vittime e donare pace a se stessa.
Nel primo episodio della Serie di West Table, Daniel Woodrell illumina con nitide, veloci pennellate di colore una varietà di personaggi. Alma, Alek, Ruby, i Glencross e gli sfortunati ballerini sono voci di un romanzo corale, serrato come un noir, che parla di condivisione e di comunità, di un passato che si avvolge al presente, ora come una condanna, ora come un riscatto, in cui tutti si ritrovano colpevoli e innocenti.

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Nel 1929 in una sala da ballo di West Table, una località dei monti Ozark, in Missouri, a causa di una tremenda esplosione muoiono 42 persone; questo il punto di partenza del libro di Daniel Woodrell, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto l’anno prima a West Plain, una cittadina nella contea di Howell, sempre in Missouri.
Ho pensato a quelle persone, a quei ballerini, ad Alek, a Ruby, alla famiglia Glencross, le voci di un coro che solo il racconto di Alma si ostina a non dissolvere nell’oblio. Ed è venuto spontaneo aggiungere a quelle immagini sbiadite, la musica dei Ruggenti Anni 20, (immortalati da Scott Fitzgerald nei Racconti dell’età del jazz), hit di un’epoca apparentemente lontana, ma che in fondo, come le parole di Woodrell, continuano a raccontare storie e sentimenti universali e senza tempo

Daniel Woodrell