Le cose che restano

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    «Una volta» disse mia madre «non esisteva il buio totale. Persino di notte, la luna era luminosa quanto il sole. L’unica differenza stava nella luce, che era blu. Vedevi tutto per chilometri
    e chilometri e non faceva mai freddo. Si chiamava crepuscolo».
    «Perché crepuscolo?».
    «Perché è una parola in codice per cielo blu». Mi ero ricordata che si diceva codice blu quando moriva qualcuno, e anche questo aveva a che fare con il cielo.
    Un giorno Dio aveva chiamato il pipistrello per dargli una cesta da portare sulla Luna

    La cesta era piena di buio, ma
    Dio non aveva detto al pipistrello cos’era, solo “Portala sulla luna, poi quando torni ti spiego tutto”. Così il pipistrello parte in cerca della luna con la cesta in groppa. Mentre vola
    verso il cielo, la luna lo vede e si nasconde dietro una nuvola.
    Il pipistrello è stanco, e si ferma a riposare. Depone la cesta e va in cerca di qualcosa da mangiare. Mentre è a caccia, arrivano altri animali (più che altro lupi e cani, e anche un
    tasso con una zampa rotta)

    Pensando che nella cesta ci sia del cibo, gli animali alzano il coperchio, ma dentro c’è solo il buio, e loro non l’hanno mai visto. I cani e i lupi cercano di tirarlo fuori e di giocarci, ma gli guizza tra i denti e scivola via. In quel momento torna il pipistrello, apre la cesta e la trova vuota. Gli altri animali spariscono nella notte e il pipistrello si alza in volo per andare a riprendere il buio. Lo vede dappertutto, ma non riesce proprio a infilarlo di nuovo nella cesta. Per questo il pipistrello ancora oggi dorme tutto il giorno e vola di notte

    Cerca sempre di riprendere il buio.
    «E dov’è che la storia parla dell’Africa?» chiesi. Avevo pregato mia madre di raccontarmi dell’Africa, e invece lei si era messa a parlare del pipistrello. «È tutta sull’Africa» ribatté, seccata. «Tutta, tranne la parte su Dio».
    Da giovane mia madre viveva in Tanzania e studiava gli uccelli. Era lì che aveva incontrato mio padre. Lui era andato in Africa per avviare un allevamento di pesci, lei gli aveva insegnato un po’ di swahili, e poi era andata com’era andata

    «L’ho incontrato prima che nascessi tu» diceva mia madre.
    «Persino prima che tu fossi una luce nei miei occhi».
    Questo la faceva sempre ridere, e ridevo anch’io. Avevo visto una foto dei miei genitori in Africa, sulla spiaggia, con un gigantesco pesce argenteo in braccio. In Tanzania, quando il sole si abbassava, diceva mia madre, i ragazzi del villaggio si appostavano tra gli alberi con un retino e pescavano i pipistrelli in cielo.
    Nel mio quaderno scrissi:

    ornitologa
    Tanzania
    allevamento di pesci
    swahili
    un pipistrello non è un uccello – mammifero

    Mia madre mi dettava le parole lettera per lettera, e tempo dopo aggiunsi idealista all’elenco, perché aveva detto che mio padre era così da giovane

    Tenevo il quaderno perché pensavo che magari un giorno sarei diventata una detective.
    Scrivevo tutte le parole che sentivo, e quando le pagine iniziarono a staccarsi le appiccicai di nuovo con la colla. Prima o poi, qualcuno mi avrebbe offerto un mistero da risolvere e io avrei aperto il quaderno e gli indizi sarebbero stati già tutti lì, pronti da usare.
    Mia madre mi aveva detto che in inglese un altro nome per detective era P.I., Private Investigator, cioè investigatore privato e che Pi era anche un numero greco che nessuno sarebbe mai riuscito a scrivere per intero

    «E se scrivi giorno e notte e non dormi mai per cento anni?» le chiesi.
    «Non ci riusciresti lo stesso» rispose lei.
    Del pipistrello volevo sapere: perché Dio aveva messo il buio nella cesta? Perché la luna non voleva farsi vedere dal pipistrello? Il tasso, come si era ferito alla zampa? Cosa mangiano i pipistrelli? Dov’era finito il buio? Cos’era successo ai cani e ai lupi che avevano cercato di rubarlo?
    «I pipistrelli mangiano soprattutto frutta e insetti» disse mia madre

    «Il buio si era messo a correre dappertutto».
    «Ma i pipistrelli mangiano le persone?».
    «No» disse. «Ma in Sudamerica c’è un tipo di pipistrello che beve il sangue di chi dorme. A volte morsica le persone senza nemmeno svegliarle, perché il suo tocco è lieve come un bacio».
    Mia madre spense la luce e chiuse la porta. La stanza infilò di nuovo il vestito da notte, pieno di pieghe profonde che inghiottivano il buio. Le ombre si muovevano sul muro, rincorrendo i fari delle macchine

    Chiusi gli occhi e cercai di sognare in un’altra lingua. Mia madre sapeva cinque lingue a memoria e sognava in tre. Suo padre era stato un linguista e un tempo anche lei voleva diventare linguista. A volte, in sogno, passava tutta la notte a tradurre quello che una persona diceva a un’altra.
    Quando si alzava era così stanca che non riusciva quasi a parlare. Per questo dormiva tutto il giorno e di notte vagava per casa.
    In Africa, diceva mia madre, c’è una città segreta dove nessuno dorme

    Mai. Se un viaggiatore ci arriva e si addormenta, viene sepolto vivo prima che si svegli. Visto che gli abitanti non sanno
    cos’è il sonno, appena lo vedono pensano che sia morto durante la notte. Se si sveglia mentre lo seppelliscono, si mettono in testa che sia un demonio e lo ammazzano di botte. Si capisce di essere entrati nella città insonne solo perché nel cuore della notte c’è un mormorio costante. A parte quello, sembra un posto come un altro. Ai viaggiatori si consiglia di andare nelle altre città e di chiedere ai passanti «Dove posso dormire?» perché nella città che non dorme nessuno saprebbe la risposta


    Mia madre mi aveva insegnato un po’ di francese. Sapevo “Come ti chiami?” e “Per favore, può aiutarmi, sto cercando...?”.
    Una volta le avevo chiesto di insegnarmi lo swahili e lei disse: «Sai già una parola. Prova a indovinarla». Avevo provato con detective ma era sbagliato. «Safari» disse. «È un’antica parola swahili che vuol dire viaggio». Era anche un programma alla tele che piaceva a mio padre. «Sì» disse mia madre. «Proprio quello».
    Più tardi scrissi safari nel mio quaderno vicino alla parola Sophie, il nome dell’altra figlia di mia madre, che era morta in Africa prima che nascessi io

    Una volta le avevo chiesto se Sophie aveva imparato lo swahili prima di morire, e mia madre aveva risposto che era troppo piccola per parlare qualsiasi lingua.

    "SE LE COSE CHE RESTANO SONO LE COSE DESTINATE A DURARE, IL ROMANZO DI JENNY OFFILL È UNA DI QUESTE." The New York Times Book Review

    Jenny Offill

Jenny Offill Le cose che restano

Traduttore : Gioia Guerzoni
Numero Pagine : 240
Prezzo : 17 €
ISBN : 978-88-99253-30-1
In libreria da : 12-05-2016

Il padre di Grace crede nella scienza e costruisce per la figlia una casa di bambole con luci che si accendono davvero. La madre di Grace le racconta leggende africane e trascrive la storia dell’universo in una stanza dalle pareti dipinte di nero. Grace ha otto anni e la sua vita è come un labirinto da cui si diramano sentieri per altri mondi, fatti di numeri e fiabe, assurdità e meraviglie: ma poco alla volta anche quei mondi sbiadiscono, e la sua famiglia si disgrega. Grace è costretta a scegliere tra i propri genitori vulnerabili, diversissimi, pieni di difetti, e per farlo deve lasciare la sua casa nel Vermont e spingersi fino alle strade allagate di New Orleans, al deserto del Nevada, in un viaggio drammatico e fiabesco.

Con la stessa poesia e intelligenza feroce di Sembrava una felicità, Jenny Offill tesse il racconto di una bambina che vuole ardentemente capire la differenza tra verità, menzogna e speranza. Un romanzo che parla del confine sottile tra futuro e passato, il filo d’acciaio del presente su cui camminiamo come funamboli.

Questo libro è per chi tiene un diario con la storia della propria felicità, per chi usa la scienza per mettere in pratica la magia, per chi fa il bagno di notte e dimentica i vestiti sulla riva, e per chi accetta di essere un po’ folle per mostrare l’anima al mondo, come luce di stelle che non esistono più.

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LE COSE CHE RESTANO
«Una volta» disse mia madre «non esisteva il buio totale. Persino di notte, la luna era luminosa quanto il sole. L’unica differenza stava nella luce, che era blu. Vedevi tutto per chilometri e non faceva mai freddo. Si chiamava crepuscolo».
Thelonious Monk – Crepuscule with Nellie – 1963

Era troppo buio in casa. Vedevo Edgar dall’altra parte della stanza, ma non riuscivo a distinguere il suo viso… Stava canticchiando una canzone che conoscevo. Quella sulla donna che si trasforma in salice piangente.
Billie Holiday – Willow Weep for Me – 1954

Alla radio qualcuno cantava di una devil moon, una donna canaglia. Mio padre girò la manopola.
Anita O’Day – Old Devil Moon – 1957

Mia madre scoppiò a ridere quando lo vide. Si era messa i jeans e una t-shirt con davanti la scritta HO LASCIATO IL CUORE A SAN FRANCISCO.
Tony Bennett – I Left My Heart in San Francisco – 1962

Per celebrare la fine del calendario cosmico, mia madre propose di fare un viaggio a New Orleans. Ci aveva abituato da bambina ed era l’unica città che avesse mai amato, mi disse. Mio nonno era sepolto a New Orleans, e quindi saremmo andate a vedere la sua tomba, disse. In più, avremmo fatto un giro in battello e guardato le parate. Cos’altro c’è da vedere? Il sole e gli zombie, disse mia madre.
Dr John – Gris-Gris Gumbo Ya Ya – 1968

Quando raggiungemmo la machina, l’acqua era arrivata alle maniglie delle portiere. Mia madre ne tirò fuori un po’ con una tazza e discutemmo della possibilità di rimanere folgorate. Decidemmo di rischiare. Girò la chiave nell’accensione e la nostra brava macchina partì… «Quanto siamo felici?» mi chiese, e la risposta era: al settimo cielo.
Tom Waits – Sea of Love – 1989

Quando mio padre vide il disegno, mi chiese cosa volevo per natale. Dissi che volevo comprare una stella e darle il nome di mia madre. Avevo letto che costava cinquanta dollari.
Mio padre scrollò la testa. «Le stelle non sono fatte per quello»
Bill Evans – Turn Out the Stars – 1980

Un uomo canta: Dovevi essere tu. Dovevi essere tu. Mia madre accosta e scende, lasciando le chiavi in macchina, L’uomo continua a cantare.
Ray Charles – It Had To Be You – 1959