L’uomo che non riusciva a morire

  • All’inizio aveva tutte le caratteristiche di un semplice raffreddore e per tale io lo presi. Un raffreddore qualunque, ne avevo avuti tanti in vita mia, chi non ne ha avuti? Certo, persistente, prolungato, ma comunque senza evoluzioni. Un raffreddore che mi teneva il naso sempre chiuso, che mi faceva starnutire e colare muco all’improvviso, e tutto il genere di cose che un raffreddore provoca. Perché preoccuparsene? Perché questo raffreddore in particolare avrebbe dovuto destare in me più apprensione del solito?
    Così passarono un paio di mesi buoni, che tra l’altro andarono a sfociare in una primavera pollinosa e densa, a cui attribuivo se non la causa quanto meno il non concludersi di quel raffreddore, che mi sembrava quasi rinforzato – ammesso che esista il rinforzo come categoria medico-diagnostica – da una componente allergica

    Due mesi, dicevo, mi ci vollero, non di più, per decidermi ad andare dal medico di base, il quale però non poté che confermare la mia diagnosi: si trattava di un banale raffreddore, aggravato – rinforzato, aggiunsi io in una sua pausa – dalla suddetta componente allergica. Quindi mi prescrisse solo dosi massicce di vitamina c, un antipiretico a mia scelta in presenza di febbre e una visita dall’allergologo per le prove allergiche. Queste ultime, però, da non effettuarsi nel periodo primaverile, durante l’impollinazione, perché il corpo è più sensibile e gli esami possono risultare falsati

    Rimandai quindi i controlli alla fine di giugno. D’altronde non c’era fretta, si trattava solo di convivere con uno stupido raffreddore e io avevo molto da fare in studio.
    La quotidianità poi prese il sopravvento fino quasi alla metà di luglio e però, a quel punto, il raffreddore non sembrava più così stupido. Niente che richiedesse una particolare urgenza, intendiamoci, e, tuttavia, segnali che forse non di puro e semplice raffreddore si trattasse, cominciavano ad arrivare. Il viso si era leggermente arrossato, la pelle non aveva il suo color pelle naturale, gli occhi si chiudevano da soli e i sintomi iniziali erano diventati sempre più molesti

    Ad ogni modo, andai a fare le prove allergiche ancora convinto che dell’aggravarsi della situazione la responsabile fosse soltanto la primavera. Chi altri poteva essere?
    L’allergologo – nome che ho sempre trovato simpatico con quel suono come di galleggiamento – era persona molto cortese, quasi umana. Dopo una breve visita per rilevare eventuali complicanze a livello respiratorio, passammo ai test veri e propri. Con dei piccoli aghi disegnò sulle mie braccia due lunghe linee: una cinquantina di minuscole punture con tutti gli elementi naturali che potenzialmente possono dare allergia

    La reazione della mia pelle avrebbe rivelato l’eventuale intolleranza, ma la prova risultò quasi completamente negativa. Ero allergico solo alle parietarie e neanche in maniera grave, non tale da giustificare tutti quei fastidi. Eppure i sintomi sembravano combaciare, confermò l’allergologo. E quindi? Quindi bisognava fare altre analisi, magari uno screening completo: sangue, urine, radiografie del naso e del torace, magari una tac, insomma tutto.
    Uno screening completo è qualcosa di lungo e complicato per la sanità italiana: si tratta di prenotare, attardarsi in code lunghe e articolate, pagare ticket, poi rifare le code, e infine effettuare l’analisi vera e propria

    E ricominciare da capo per ogni singola volta. A meno che non si venga ricoverati per un motivo qualsiasi, e allora si può fare tutto nella struttura ospedaliera, in tempi abbastanza brevi. Così feci. Tramite un amico medico che lavorava all’ospedale, fui gentilmente accolto al reparto di allergologia, perché in fondo ancora di quello pensavamo si trattasse, di un’allergia anomala e fuori controllo. Nel frattempo, d’altronde, gli occhi mi si erano infiammati e un poco chiusi e sul viso erano apparse piccole bollicine

    Inoltre avevo problemi di olfatto, gli odori mi risultavano come sbiaditi. Il ricovero, insomma, non era da considerarsi un’esagerazione.
    All’ospedale tutto si svolse rapidamente, ma senza giungere a una qualche conclusione definitiva: le analisi risultavano più o meno nella norma. Allora fui inviato dall’otorinolaringoiatra – altro nome divertente come uno scioglilingua – il quale aveva esplorato a fondo le mie cavità nasali e non soddisfatto aveva decretato, con ammirevole ostinazione, che «qualcosa doveva pur esserci, cazzo!»

    Arrivò il momento di fare una tac al mio cranio, in particolare al naso.
    Ed eccola: una piccola macchia scura proprio lì sotto, in un seno paranasale, una macchia scura che non lasciava presagire – così disse l’otorinolaringoiatra – nulla di buono. Di corsa in oncologia a fare una biopsia.
    «È un tumore!».
    Con questa deliziosa e icastica frasetta il primario di oncologia mi accolse nel suo ufficio. Aveva modi delicati e gentili ma un volto serio, che appariva addestrato a queste circostanze

    Non che fosse falso o meccanico, non dico questo, però aveva un’espressione decisa, quasi severa, e insieme consapevole e rassegnata, come se dicesse: «Sarà la millesima volta che ripeto questa frase ad altrettante persone e non potete pretendere che mi commuova ogni volta, altrimenti vado al manicomio!».
    Non gli si poteva dare torto.

    «Il presente è limitato, è un punto di vista limitato, da cui si ha un orizzonte piccolo. Bisogna alzare lo sguardo, pensare più in là».

    Tony Laudadio

Tony Laudadio L'uomo che non riusciva a morire

Numero Pagine : 160
Prezzo : 11.05 €
ISBN : 978-88-99253-15-8
In libreria da : 22-10-2015

All’inizio si presenta come un raffreddore, forse un’allergia. Ma poi la malattia entra nella vita del protagonista travolgendone il ritmo e il respiro. Lui la combatte con ogni mezzo, con la voglia di vivere e di curarsi e con le armi della lucidità e dell’ironia che gli sono consuete. E capisce che a volte è il malato stesso a doversi prendere cura dei suoi cari e non viceversa. In questo romanzo, Tony Laudadio ci conduce come sempre sul filo del realismo e del tragico quotidiano. Ma spingendosi nel paradosso della vita che non ha mai fine, ci porta in un luogo diverso, spesso disabitato dai libri, dove la commozione è semplicemente quella della vita vera.

“Una voce che è stata un Io, racconta la sua storia. Racconta come doveva morire. Terminano le pagine, ma la vita prosegue contro la morte. Perché morire stanca e ciò che dovrebbe essere la fine si ripresenta di nuovo come inizio. Oscuro”. Gian Luca Favetto

Questo libro è per chi tiene sul comodino Una breve storia del tempo di Stephen Hawking e le poesie di Caproni, per chi vorrebbe lasciare tutto e partire per il Nepal, e per chi vorrebbe l’olfatto di un elefante per sentire tutti i profumi del mondo.

Songbook de L’uomo che non riusciva a morire di Tony Laudadio

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook,

a cura di Danilo Di Termini

L’UOMO CHE NON RIUSCIVA A MORIRE

La Malattia. Come affrontare in musica un tema così scabroso? Laudadio nel suo libro lo fa senza indugi, entra a gambe unite; così ho deciso di seguirlo senza tentennamenti, inutile girarci intorno, il tema è quella, affrontiamolo, proviamolo a sconfiggerlo, a conviverci, anche a costo di interrompere l’ascolto.

Les Rita Mitsouko – Marcia baila – 1984

Un enorme successo in Francia, meno da noi, per un brano qui in una versione acustica e latineggiante, in originale molto più ‘disco’ dedicato a Marcia, ballerina argentina morta a 32 anni a causa della Malattia.

Glenn Gould – Johann Sebastian Bach – Goldberg Variations Bwv 998: Aria – 1741

Perché una seduta il protagonista la passa ad ascoltare Bach e Johann Sebastian fa sempre bene al cuore.

My Chemical Romance – Cancer – 2005

Così ha descritto il brano Gerard Way, il leader del gruppo: “È molto diretto, molto brutale, ma questo è il modo in cui è la malattia”. Appunto.

Sufjan Stevens – Casimir Pulaski Day – 2005

Il Casimir Pulaski Day è una festa nazionale in Illinois che si celebra il primo lunedì di marzo. Per il cantautore di Detroit è il modo per ricordare un amico scomparso a causa della Malattia.

Fred Astaire – Cheek To Cheek – 1935

È un brano tratto da “Top Hat”, “Cappello a cilindro”, scritta da Irving Berlin appositamente per la coppia Ginger Rogers e Fred Astaire. Il protagonista la cita esplicitamente perché “gli corrisponde perfettamente”: “Paradiso, sono in paradiso, e il mio cuore è così forte che non riesco neanche a parlare”.

Regina Spektor – Chemo Limo – 2004

Una madre di quattro figli e la sua reazione alla diagnosi della Malattia e al bisogno di sottoporsi a chemioterapia.

Sufjan Stevens – Death with dignity – 2015

“What is that song you sing for the dead?”

Musica Nuda – La Vie en Rose

A costo di esser retorici, proviamo ad essere ottimisti.

Rassegna Stampa on line di Tony Laudadio

Recensione su The Back in Black
Recensione su Lankelot
Recensione su Chooze.it
Recensione su Senzaudio.it
Intervista per Oubliette Magazine
Tony Laudadio su La Lettura del TG5
Intervista su Radio Popolare Verona
Intervista su Radio Città Futura
Recensione su Piego di Libri
Recensione su Giro del mondo attraverso i libri
Su Radio 3 Zazà, dal minuto 20.50
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Su voglio scrivere di te
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