Maestro Utrecht

  • Uno

    La prima parola che insegnava loro era cane. La seconda, pace.
    Dovevano scriverla dieci volte al giorno, cinque in corsivo prima di andare a letto e cinque in stampatello appena svegli. Recitarla entrati in classe al posto di «Buongiorno, maestro» e al suono della campanella, invece di «Arrivederci, maestro».
    La terza, quarta e quinta erano il proprio nome, viaggio e Utrecht. Poi venivano: cavallo, canale, albero, montagna, Svizzera, uccelli, Germania, antenato, plenipotenziario, musica, Olanda e il verbo essere al presente e al passato remoto

    Il verbo avere e volere non hanno bisogno di essere spiegati, diceva, perché, come l’erba cattiva, crescono da soli.
    In ottobre insegnava l’orario dei bus e a distinguere le razze dei cani; a novembre ad allacciarsi le scarpe da soli. A dicembre il nome degli alberi, il vento e a decidere se essere uomini e donne che si pettinano o spettinati, a deciderlo per tutta la vita, in modo da non doverci pensare più. Poi una canzone dei Beatles, la differenza tra una giornata di pioggia e un acquazzone,
    e i numeri fino a cento

    A sommarli e sottrarli.
    Perché non c’è persona che non sappia cavarsela nella vita quando conosce le razze dei cani, la direzione del vento, le ore dei bus, una canzone come si deve e i numeri fino a cento.
    Nelle mattine “mettete le giacche” li portava in fila per due al fiume, a cercar funghi, al market, sulla fondovalle, dal ferramenta (chiavi, cacciaviti, rivetti, chiodi, cerniere e bulloni non sono cose che puoi scansare) o al canile municipale.
    «Quel cane, Luigi?»

    «In quello, maestro, c’è un po’ di setter, di pastore tedesco e di volpino».
    «Bravo. E in quella, alquanto minima, Lucilla?».
    «Forse del rhodesian, maestro, per la striscia di pelo dritto sulla schiena».
    Non si sapeva mai quando poteva essere una mattina “mettete le giacche” perché le mattine “mettete le giacche” non dipendevano dalla stagione, dal meteo o dal programma. Potevano essere più d’una a settimana o mancare per un po’, ma prima o poi ce ne sarebbe stata una e sarebbe stata diversa dalla precedente

    Talvolta camminavano lungo il Serio, tra boschi da cui si potevano scorgere in lontananza le case del paese.
    «Questo, Matteo?».
    «Acero».
    «Questa?».
    «Betulla».
    «Betulla pendula. E quelle lontane nuvole, Penelope?».
    «Cumulonembi, maestro, vogliono dire che tra un po’ arriverà un bel temporale».
    All’una tornavano verso la scuola, bagnati di pioggia.
    «Ecco il pifferaio con i suoi topi!» ridevano quelli al bar, vedendoli attraversare la piazza

    «Ecco Utrecht il suonato e i suoi suonatori».
    Il maestro e i bambini sorridevano e alzavano la mano in segno di saluto. «Pace» dicevano.
    Le materie del secondo anno erano lettura, geografia e componimento. Matematica solo nei giorni di pioggia, che tanto erano già un po’ rovinati.
    In quelli di bel tempo, invece, Maestro Utrecht faceva sedere i ragazzi sulle panche a ridosso del muro e leggeva loro il racconto del Conte Annibale di Broglio, suo avo nonché Gran maestro dell’artiglieria piemontese, Cavaliere dell’Ordine della S

    S. Annunziata e Viceré di Sicilia, che in due tomi aveva narrato il proprio viaggio a Utrecht come plenipotenziario di Vittorio Amedeo II di Savoia per la firma della famosa Pace.
    I due preziosi volumi, acquistati da Maestro Utrecht in una casa d’aste di Ginevra e tradotti all’impronta dal francese, avevano una possente rilegatura in marocchino rosso alle armi Savoia, davanti alla quale i bambini assumevano la tipica postura del cane di mezza taglia fronte camino: attesa, gratitudine, fiducia, recondita sonnolenza, mento adagiato sulle zampe

    Niente li entusiasmava quanto ascoltare la storia del Conte Annibale che varcava le Alpi con gli altri due fiduciari del re: le stazioni di posta incontrate, il paesaggio, i costumi svizzeri e poi tedeschi, i guadi, gli incontri e i pericoli, fino all’arrivo a Utrecht, dove il Conte avrebbe alloggiato per oltre un anno in uno splendido palazzo non lontano dalla Torre del Duomo.
    La fantasia dei bambini si accendeva alle descrizioni delle pietanze forestiere, dei canali, dei giochi di carte e dadi, dei vestiti, delle scaramucce amorose e delle feste organizzate dalla città per intrattenere la diplomazia arrivata da tutta Europa con gran seguito di servitori, parrucchieri, stallieri, mogli, amanti, figli, intendenti e dame di compagnia


    «Ma com’era questo Conte Annibale?» chiedeva presto o tardi un bambino.
    A domandarlo era solitamente uno di quelli a metà tra gli alti e i piccoli, gli svegli e i pigri. Oppure una bambina disarmonica che nel giro di pochi anni sarebbe diventata bella di una proporzione tutta sua.
    Maestro Utrecht non rispondeva, dirottando l’attenzione della classe su certi cirrocumuli in fila sopra la pianura come un calmo esodo di pastori maremmani.

    Ci apprestiamo dunque a indagare il mistero dei suoi ultimi dieci anni di vita; pronti ad acuire lo sguardo nelle zone d’ombra così come a far schermo agli occhi in quei rari momenti di luce abbagliante, sufficienti tuttavia a far risplendere un’esistenza che non ci si può astenere dal definire straordinaria.

    Davide Longo

Davide Longo Maestro Utrecht

Numero Pagine : 160
Prezzo : 11.05 €
ISBN : 978-88-99253-21-9
In libreria da : 18-02-2016

Maestro Utrecht parla ai bambini, conosce gli alberi, disegna gli uccelli e si muove a piedi di paese in paese. Lascia deboli tracce del suo passaggio, come in filigrana, e anche il suo corpo diventa sempre più esile.
Davide Longo è a Utrecht quando si imbatte nella storia di Stefano M***, un italiano trovato morto sotto il ponte dell’autostrada, un mucchietto d’ossa del peso di dieci chili. Nessuno si presenta al suo funerale, ma un poeta del luogo scrive per lui un elogio funebre ricevendo in risposta una mail di ringraziamento anonima, forse da una donna. Maestro Utrecht e Stefano M*** sono gli specchi del racconto di una vita. Il romanzo di Davide Longo ci accompagna in un viaggio alle radici di una storia e della sua scrittura.

“Gli uomini sono misteri. I misteri, che crescono nelle vite, sono storie. Spesso le storie sono indagini geografiche. Un uomo indaga su un uomo, uno scrittore insegue la storia di un maestro fra Nord Italia e Olanda. Alla fine, il racconto svela più cose su colui che indaga che sul fantasma oggetto dell’indagine”. Gian Luca Favetto

I libri ViceVersa sono tessere che formano un disegno da usare a piacere: come uno specchio, una traccia, un catalogo di storie che partono da un vizio o una virtù e arrivano dove il racconto li conduce.

Backstage Del Libro

Mie care,

è tardi, lo so, ma volevo scrivervi adesso, perché ho appena finito l’ultimo controllo sulle bozze di Maestro Utrecht: sono ormai pulite da errori e l’impaginazione è corretta, ma proprio perché leggo finalmente libera dall’ansia da refuso mi sto concentrando sull’intreccio, non vorrei che l’alternarsi di realtà e finzione ci giocasse brutti scherzi.

Come scrive Longo: “Ci apprestiamo dunque a indagare il mistero dei suoi ultimi dieci anni di vita; pronti ad acuire lo sguardo nelle zone d’ombra così come a far schermo agli occhi in quei rari momenti di luce abbagliante, sufficienti tuttavia a far risplendere un’esistenza che non ci si può astenere dal definire straordinaria.”

… mai autore fu più profetico.

Oggi in ufficio ero anch’io abbagliata dalla luce del sole quando ho iniziato a pensare alla “logica” del testo: lo abbiamo letto tutti e siamo stati tutti un po’ rapiti da Maestro e dal suo universo a cavallo tra favola e cronaca, e credo stia qui la difficoltà di riuscire a sciogliere i fili della trama per incastrare i tasselli secondo logica… senza però spezzare l’incantesimo dell’intreccio!

Finita la lettura verso le dieci non mi sono sentita tranquilla. Così ho appuntato la sequenza cronologica degli eventi, di tutti gli eventi, su un foglio, e domani lo porto in redazione, verifichiamo insieme che tutto fili, io temo di non sapere più dove mi trovo (Milano? Biella? Utrecht? Asola?) né in che anno siamo… nel 1999 c’era ancora la lira, giusto? E Shrek è uscito nel 2001, ho controllato. Ma poi, il protagonista ce l’aveva sì o no un cellulare? Forse la trama sta risucchiando pian piano anche me… solo che da noi in redazione non arrivano Nora, Milvia e il Conte Annibale, ma librerie Ikea rotte, genitori e figli convinti di trovarsi dal pediatra, donne alla disperata ricerca del console del Burkina Faso, impagliatori di sedie e pacchi di mortadelle e prosciutti senza il nome del mittente… quindi sì, prima di andare a dormire volevo dirvi questo: si trova sempre ciò che non si stava cercando!

Buona serata (anzi ormai buonanotte),

Marianna

maestro_spoil

(non ingrandite se non volete veder svelato l’intreccio!).

Rassegna stampa on line di Davide Longo

Su Poetarum Silva
Intervista su Radio 3 Fahrenheit
Su Il Piccolo di Trieste
Su Radio Città del Capo
Su Convenzionali
Su Cultweek
Su Gazzetta di Parma
Su La Biblioteca di Babele
Recensione su Gli Stati generali
Su Finzioni Magazine

Songbook di Maestro Utrecht di Davide Longo

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook,
a cura di Danilo Di Termini

Maestro Utrecht
“Non c’è persona che non sappia cavarsela nella vita quando conosce le razze dei cani, la direzione del vento, le ore dei bus, una canzone come si deve, i numeri fino a cento”.

Che musica ascoltava Stefano M***, un italiano trovato morto sotto il ponte di un’autostrada in Olanda? Davide Longo ne ricostruisce la storia, il mistero dei suoi ultimi dieci anni di vita. Noi con le poche tracce disseminate ne ricostruiamo i gusti musicali, le sue passioni, immaginando il conforto di una melodia, anche per ricordarci di “guardare tutte le persone sole”.

In ottobre insegnava l’orario dei bus e a distinguere le razze dei cani; a novembre ad allacciarsi le scarpe da soli. A dicembre il nome degli alberi, il vento e a decidere se essere uomini che donne si pettinano o spettinati, a deciderlo per tutta la vita. Poi una canzone dei Beatles…
Beatles – A Day In The Life – 1967

Esiste in Olanda, dice Bram, un’associazione di poeti che presenziano ai funerali di chi viene sepolto senza amici e familiari.
Beatles – Eleanor Rigby – 1966

«Cos’è questa musica?» chiede.
Sto scendendo la scaletta verso alcuni locali affacciai sul canale.
«Credo sia jazz».
Misha Mengelberg – We’re Going out for Italian – 2000

Giro per casa, qualche minuto in silenzio. La musica di Leonard Cohen che stavo ascoltando sul computer è finita.
Leonard Cohen – I’m Your Man – 1988

…lo ritroviamo soltanto a marzo a Verona dove un’impiegata della biblioteca civica parla di un uomo, corrispondente in tutto alla sua descrizione, che per due o tre settimane frequenta assiduamente la sala lettura, dedicandosi alle riviste Amico Cane, Insolito e fantastico, Sherwood, Amadeus, senza mancare l’ascolto del cd a quest’ultima allegato.
Il Trio di Parma – Beethoven: Trio per archi e pianoforte op. 1 n. 2 Allegretto WoO 39 – 1812

Proprio in questo periodo , infatti, Maestro Utrecht sviluppò ed esaurì nel giro di pochi mesi una passione di cui rimane qualche documento materiale: quella del cinema. Shrek, Pane e Tulipani, Chocolat, Billy Elliot, Cast Away
Giovanni Venosta – Franska Valsen La Gazza Ladra – 1999

Rachel Portman – Party Preparation – 2000

È tempo per me di lasciarla andare, di distogliere lo sguardo. E dire che la storia di Maestro Utrecht finisce qui.
Beatles – Nowhere Man – 1965