La memoria della cenere

  • Prologo

    Prima ci deve essere stato lo sguardo. Gli occhi di Patrick
    che sono diventati attenti, allarmati. Dopo ci deve essere
    stata la voce, il mio nome ripetuto: Elena, Elena. Il mio
    nome che Patrick pronuncia quando siamo in mezzo agli
    altri o per dichiarare la mia presenza nel suo mondo. Sapendo
    che corrisponde a me, e quindi a lui.
    Per dirlo lì, in quel modo, noi due soli, si deve essere
    accorto subito che stava accadendo qualcosa di grave

    Di
    questo sono certa perché mi è stato detto spesso: Per fortuna
    il suo compagno ha capito immediatamente. Non è esatto.
    Patrick non aveva idea di cosa fosse, ma lo spegnimento del
    corpo, l’improvvisa assenza: Eri come vuota, tu che scotti
    anche quando dormi.
    Io ho sentito un mal di testa feroce, una lama improvvisa
    attraversare il cervello, e una vertigine più intensa di quelle
    cui ero ormai abituata, l’annebbiamento degli occhi e la pressione
    sulle palpebre, come se qualcuno ci avesse posato i pollici
    e schiacciato forte

    Una nausea violenta, la mente spersa,
    incapace di articolare, di rispondere. Chissà com’ero brutta,
    ho detto a Patrick. L’espressione della faccia, che dice di non
    ricordare neppure, gli occhi svaniti, la bocca socchiusa a soffiare
    parole senza senso. Sei sciocca, risponde. Lo so, dico.
    Eppure la vergogna di essere vista così: abbattuta, deformata.
    Poi ci deve essere stata la chiamata all’ambulanza, gli
    infermieri su per le scale di casa, i vicini sui pianerottoli,
    Marva scesa dal piano di sopra

    Gli infermieri arrivati sul mio corpo nudo, che Patrick
    non ha fatto in tempo a coprire. Non deve aver coperto
    nemmeno il suo e quindi l’avranno trovato così, senza niente
    addosso. Si è vestito prima di salire in ambulanza, forse la
    prima cosa che gli è capitata sotto mano, gli abiti che ci eravamo
    appena tolti, l’ultimo bicchiere di vino ancora a metà.
    Patrick non ricorda, né ricorda se abbia avuto l’istinto di
    coprirsi davanti a quegli estranei, se un infermiere gli abbia
    fatto notare che era nudo, passato i pantaloni raccolti da terra

    Se i paramedici si siano bloccati sulla porta di casa, per
    dirgli che senza mutande in ambulanza non ci saliva. Non
    gli interessa, ormai ne ridiamo. Una delle tante battute che
    abbiamo preso a fare da quando mi sono ripresa: Ci fossi
    rimasta, ti saresti potuto vantare di avermi scopata a morte.
    Hanno subito accertato le mie condizioni: la pressione arteriosa,
    la frequenza cardiaca, quella respiratoria; valutato i
    tre parametri sul Glasgow Coma Scale: l’apertura degli occhi,
    la risposta verbale e motoria

    Nove, è stato stabilito: ho
    aperto gli occhi quando mi hanno chiamata, i miei discorsi
    erano confusi, incoerenti, ho reagito allo stimolo doloroso
    flettendo e ritraendo braccia e gambe, sebbene il corpo fosse
    molle, debole.
    In ambulanza mi hanno stabilizzata, proceduto all’accertamento
    diagnostico. Siamo arrivati presto, mi hanno detto,
    quella sera non c’era traffico. Fortunata, fortunata.
    In ospedale hanno fatto una tac per vedere se c’era liquido
    a livello cerebrale, un’angiografia che ha consentito al
    medico di osservare il flusso del sangue all’interno dei vasi
    che irrorano il cervello, verificare la presenza di eventuali
    occlusioni che avrebbero potuto provocare un ictus

    Hanno
    introdotto un catetere nell’arteria femorale, all’altezza
    dell’inguine, l’hanno fatto procedere fino al collo, iniettato
    il mezzo di contrasto.
    L’angiografia ha mostrato esattamente la sede, la morfologia,
    la grandezza e la base di impianto dell’aneurisma. Il
    sangue fuoriuscito soltanto tra le membrane che rivestono il
    cervello, le meningi: emorragia subaracnoidea, hanno confermato.
    Fortunata, ancora: se la rottura fosse avvenuta in
    maniera più violenta o se l’aneurisma fosse stato più grosso,
    il sangue avrebbe potuto invadere l’interno del cervello

    A quel punto avranno deciso come intervenire, una decisione
    presa in un niente, quasi d’istinto, un istinto tutto
    d’esperienza: clippaggio o embolizzazione, Facciamo l’embolizzazione.
    Meno aggressiva dell’intervento chirurgico, si
    può eseguire subito dopo l’emorragia nonostante il rigonfiamento
    del cervello, risparmia trasfusioni di sangue, non
    richiede incisioni cutanee né apertura del cranio o manipolazione
    del tessuto cerebrale

    Meno invasiva, ma non senza rischi. Un elenco di complicanze
    che avrei letto, in un crescendo quasi tragicomico:
    dolore o ematomi nei tessuti sottocutanei nella sede della puntura, reazioni
    tossiche e allergiche, paralisi di una parte del corpo o deviazione della
    rima boccale, ischemie, alterazione del linguaggio, disturbi di personalità,
    disturbi della memoria, cecità permanente, disturbi visivi, disturbi
    neuropsicologici, possibile perdita temporanea dei capelli, decesso

    Calva? avrei scherzato io, dopo aver trovato e letto il
    modulo informativo dall’inizio alla fine, per sapere in ogni
    singolo dettaglio da cosa ero stata attraversata.
    Facciamo l’embolizzazione.
    Mi hanno preparata, l’anestesia generale, la sterilizzazione.
    Neurologa, neurochirurgo e neuroradiologo già lì,
    pronti. Occludere l’aneurisma con dei filamenti di platino
    biocompatibili, spirali a forma di elica, inseriti in una microsonda
    che è stata fatta scorrere fino alla sacca aneurismatica
    e chiusa, senza dover aprire il cranio

    Una volta in posizione
    corretta, la microsonda è stata distaccata per mezzo di una
    scarica di corrente elettrica. Hanno introdotto spirali fino a
    riempire tutta la sacca. Escluderla dal circolo cerebrale, impedire
    un altro sanguinamento che avrebbe avuto conseguenze
    gravissime o fatali. Mi avrebbe uccisa, resa un vegetale.
    Tutto questo a Patrick l’hanno riferito nei dettagli dopo
    l’intervento, quando il neurochirurgo è andato a rassicurarlo:
    la situazione era buona, erano arrivati in tempo, la
    sua telefonata, il soccorso tempestivo

    Bisognava aspettare
    quarantotto ore per essere sicuri, ma non pareva si fossero
    prodotti danni gravi o permanenti.
    Emorragia subaracnoidea per la rottura di un aneurisma
    dell’arteria comunicante anteriore, questo è stato.
    L’ha aiutata il cuore, ha detto il chirurgo. Un cuore forte,
    robusto, che ha prevenuto aumento della pressione sanguigna,
    edema polmonare, aritmie cardiache. Fa molto sport
    immagino? Corre, avrà risposto Patrick.
    Ci voleva tempo adesso, il ricovero, il riposo

    “Sono fatti di nulla, i momenti di felicità. Una parola che non mi è mai piaciuta. Non vuol dir niente, felicità. O meglio, non è cosa che si possa contenere per guardarci dentro."

    Chiara Marchelli

Chiara Marchelli La memoria della cenere

Numero Pagine : 296
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-16-6
In libreria da : 24-01-2019

Elena è una scrittrice, sa leggere le storie sui volti delle persone. Una notte, un aneurisma la colpisce nella sua casa di New York. Sopravvive, e insieme a Patrick decide di trasferirsi in Francia, nell’Auvergne, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg. Durante la convalescenza, la mente di Elena arde di pensieri, di memorie interrotte, di sentimenti riscoperti, di attese e incertezze, come il magma che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei. Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un’improvvisa eruzione del vulcano. E mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, i protagonisti si trovano bloccati tra le mura
di casa, in un tempo sospeso che sovverte ruoli e sicurezze, paure e desideri.
Scritto in una lingua nitida e forte, capace di trascrivere le emozioni, La memoria della cenere racconta di una rinascita, di un’anima che si rigenera, alla ricerca di un fragile, delicato equilibrio con le verità impassibili che governano la vita.

Questo libro è per chi ama correre la mattina presto lungo il fiume, per chi conserva sottopelle i minuscoli dettagli dei ricordi, per chi ricorda il cielo e le strade di cenere del vulcano islandese, e per chi ha scelto di scappare lontano, fin dall’inizio, imprimendo così il suo primo, infinito passo di danza.

“È come se la scrittrice mandasse nel terreno dei rapporti famigliari una sonda di carotaggio per testarne la compattezza e quando trova un cedimento porta in superficie la falla.” Cristina Taglietti – La Lettura, Corriere della Sera

“La guarigione, ci dice Marchelli in questo romanzo dove l’interno riverbera di continuo con l’esterno, arriva proprio quando si torna a vedere fuori dal perimetro di sé.“ Laura Pezzino – Vanity Fair

SongBook de La memoria della cenere

La memoria della cenere di Chiara Marchelli
Ogni vulcano ha un suo suono, ogni vulcano “canta” con una sua voce in funzione della forma unica di ogni cratere. Non è il suono dell’eruzione, bensì un insolito pattern acustico che gli scienziati hanno scoperto installando una rete di microfoni sul Cotopaxi, un vulcano in Ecuador. Si tratta di onde sonore che hanno frequenze comprese tra 0,01 Hz e 20 Hz e sono quindi “inascoltabili” per l’orecchio umano. Anche il Puy de Lúg, uno dei protagonisti del libro, ha dunque un suo suono, inafferrabile: così non resta che affidarsi alla musica della cenere, malinconica e grigia memoria di quanto accaduto. A questa breve songbook della cenere ho solo aggiunto un brano, reso nuovamente celebre dal film Ghosts, di Alex North, celebre compositore di musica da film, Oscar alla Carriera nel 1986, che proprio due anni prima aveva scritto le musiche per Sotto il Vulcano di John Huston.
Ma in fondo cenere e fantasmi sono solo due modi diversi per definire la stessa cosa.

 

Marianne Faithfull – Ashes In My Hand by – 1983
Come ringing back, come ringing back
To have the shadow back again
And happiness that feels like pain

The Cult – Ashes and Ghosts – 2001
Ashes and ghosts are all around me
You broke the truth and now you’re fading
Ashes and ghosts, they fill my heart
You’re a fake, yeah, you’re a fraud

David Bowie – Ashes to Ashes – 1980
I never done good things
I never done bad things
I never did anything out of the blue,
Want an axe to break the ice
Wanna come down right now

Flaming Lips & Bon Iver – Ashes In The Air – 2012
You and me
Have learned that love is true
If you ask me how I know it
I’ll never lie to you

The Righteous Brothers – Unchained Melody – 1965
And time goes by so slowly
And time can do so much
Are you still mine?
I need your love

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Intervista a Chiara Marchelli

Chiara Marchelli racconta tutti i dettagli de “La memoria della cenere” in una lunga intervista su Rai Letteratura: guarda il video