Napoli mon amour

  • Via Giustiniano

    Faceva un freddo inusuale, che mi bastonava dritto sul naso. Scesi perché dovevo e ficcai le mani in tasca, cercando di stringermi il cappotto il più possibile attorno al corpo. Fuori dalla stazione cominciò a piovere. Ero in anticipo, come sempre, e aspettai riparato sotto la pensilina della fermata. Dinanzi a me la gente camminava a passo svelto, con l’ombrello calato sugli occhi; solo la statua di Dante, grigia come il cielo, se ne restava immobile. Sbattei i piedi a terra e accesi una sigaretta, il fumo mi grattò in gola e la buttai via: le mani non potevano stare in nessun altro posto se non nelle tasche

    Continuai ad aspettare. Mary e Max. Lei la conoscevo da tutta una vita e lui da quando s’erano fidanzati e anche a lui piaceva bere e così eravamo entrati subito in sintonia, aggrappati al bancone di un bar, raccontandoci delle cose. Mary m’aveva telefonato dicendomi che andavano a Bratislava, per viverci, e ci sembrò giusto salutarci.
    Mentre aspettavo, li vidi arrivare da lontano e immaginai il peggio. Abbassai lo sguardo.
    «Posso disturbarti por un minuto» mi disse quello con la cravatta gialla ed entrambi indossavano una cravatta gialla e una camicia bianca e un cappotto nero

    «Noi siamo mormoni e cretiamo in Dio. Tu creti in Dio?» mi chiese l’altro.
    Mi spiegarono che venivano dallo stato di New York e che si chiamavano anziano Berger e anziano Francis, ch’erano sei mesi che stavano a Napoli e che il martedì e il giovedì organizzavano un corso d’inglese gratuito. M’invitarono.
    «Via Arenaccia 62» concluse l’anziano Berger e poi mi strinsero la mano, mi lasciarono un volantino, mi sorrisero e se ne andarono.
    Ricominciai ad aspettare

    Quando arrivarono, abbracciai Max e baciai Mary sulle guance. Decidemmo di mangiare una pizza e seduti al tavolo, non troppo lontani dal forno, si stava bene.
    «Allora? Bratislava?» chiesi.
    «Così è andata» mi rispose Mary.
    Una società li aveva assunti per rispondere alle telefonate degli italiani: contratto di un anno che poteva passare a tempo indeterminato. In più un bonus da parte dello stato slovacco, perché arrivavano lì che un lavoro già l’avevano.
    Due margherite e una marinara, una Coca-Cola e due Peroni grandi «Per cominciare!» disse Max alla cameriera e lei ci sorrise

    «E tu? Che stai facendo, come ti vanno le cose?» mi chiese.
    Gli risposi che mandavo curriculum e che faceva freddo e che non accadeva altro. Non gli dissi nulla dei racconti che provavo a scrivere.
    «Sulle navi non ci vuoi più lavorare?».
    Gli risposi di no e sfruttai la birra per brindare e cambiare argomento.
    Ci portarono le pizze ed erano una chiavica.
    «Ottima la mia» disse Max.
    «Anche la mia» risposi, perché non m’andava di fare il pignolo

    Continuammo a mangiare e tra un boccone e l’altro mi dissero che a Bratislava, in quel preciso momento, facevano meno sette gradi e che al loro arrivo la temperatura sarebbe stata ancora più bassa. Mi raccontarono che avevano già trovato casa, due stanze, che costava poco e che finalmente avevano i soldi per poter andare a vivere assieme. Mentre parlavano, mi sembrarono felici e belli.
    «E tu, femmine?» mi domandò Max.
    Gli risposi che avevo smesso, perché costavano troppo

    Ridemmo tutti. Poi Mary s’alzò e andò a pagare.
    Uscimmo in cerca del sole ma il sole non c’era. I vicoli ci presero alla gola ma non ci fecero del male. Entrammo in un bar e gli offrii il caffè. Per me presi un Unicum.
    «Quando vuoi, pure se la casa dovesse essere un morso» mi disse Max e con il pollice e l’indice formò un cerchio che portò davanti all’occhio destro «per te ci sarà sempre posto».
    Mary confermò facendo “sì sì” con la testa.
    Non me la sentii di abbandonarli là, subito, all’improvviso

    Li accompagnai alla metropolitana di Toledo e la gente, per strada, continuava a camminare velocemente; i negozi erano aperti e le commesse, all’interno, sbuffavano per far passare il tempo. A ridosso delle scale li abbracciai e li baciai. Gli augurai buona fortuna e dissi che li avrei pensati ogni volta che avrei sentito freddo. Scesero e buttai la sigaretta. Mi avviai che il termometro luminoso della Pignasecca segnava due gradi. Affrettai il passo e in stazione superai i tornelli senza fare il biglietto

    Erano in molti ad affollare le banchine.
    In piedi, circondato da estranei, pensai che non avevo mai davvero preso in considerazione l’ipotesi di andare via. Che avevo provato a costruire delle cose, a farle crescere per crescerci sopra anch’io, come se mi spuntassero da sotto i piedi, ma che era anche tanto tempo, troppo, che tutto s’era bloccato. Provai orrore al pensiero che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi


    Nonostante il divieto, un signore s’accese una sigaretta.

    “Era meglio un mondo così, che rischiava di esplodere e finire in ogni istante, che un mondo come il mio, dove non accadeva nulla”.

    Alessio Forgione

Alessio Forgione Napoli mon amour

Numero Pagine : 232
Prezzo : 16 €
ISBN : 978-88-99253-88-2
In libreria da : 20-09-2018

Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite
del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo, grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno, però, incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere. E incontrare Raffaele La Capria, il suo mito letterario. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, un centesimo dopo l’altro, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa.
Alessio Forgione racconta una Napoli afosa e livida di pioggia, cinerea come la Hiroshima del film. E con una lingua incalzante, sonora, intessuta di tenerezza, firma il suo esordio, un romanzo di formazione lucido e a tratti febbrile, che ha il ritmo di una corsa tra le leggi agrodolci della vita e i chiaroscuri dell’innocenza.

Questo libro è per chi ama l’odore dell’asfalto bagnato dalla pioggia, per chi si è tuffato nell’acqua di diamante del mare di Procida, per un primo bacio che suona come Brown sugar dei Rolling Stones, e per chi ha capito l’immensità blu di perdere tutto, in un solo momento, come lasciare un bagaglio su un treno in partenza.

Rassegna stampa online su Alessio Forgione – Napoli mon amour

Su Convenzionali
Su Il Club dei Lettori Solitari
Su Aldo Stefano Marino
Su Giuditta Legge
Su Vivere Tra Le Righe
Su Banda Di Cefali
Su Il Rifugio dell’Ircocervo
Su Leggo Quando Voglio
Su Convenzionali
Su Thriller Nord
Su Francesca Coco
Su Panorama.it
Su Liberi Di Scrivere
Su Il Posto delle Parole
Su Critica Letteraria
Su Sul Romanzo
Su Hoepli – La Grande Libreria online
Su BookTubeItaIndie
Su Gli Amabili Libri
Su Leggi Indipendente
Su Eroica Fenice
Su Lucia Libri
Su Lucia Libri / 2
Su L’Indiependente
Su Blastingpop
Su I Bookanieri
Su culturalmente
Su Il Giardino delle Storie
Su Il Giardino delle Storie – Instagram
Su MyPoBlog

SongBook di Napoli mon amour

Napoli Mon Amour di  Alessio Forgione

Difficile scegliere una colonna sonora per un libro così ‘personale’ come questo esordio di Alessio Forgione, quasi da farmi sentire un intruso mentre immaginavo questo o quel brano evocato dalle sue parole; tanto da decidere di scegliere esclusivamente le canzoni citate nel testo. Poi ho pensato che ogni songbook è altrettanto personale del libro che la ispira, non è esaustiva, né esclusiva e allora questo è il risultato, l’unione dei miei trent’anni e di quelli di Alessio, delle mie e delle sue ossessioni, dei miei e dei suoi amori, dell’immagine di una città che continua irriducibilmente a sfuggire a ogni definizione. Un po’ come l’amore.

 

  

Improvvisamente nel 1973 con l’uscita di questo disco una generazione capì che era possibile raccontare un’altra Napoli.

Edoardo Bennato – Non Farti Cadere le Braccia – 1973

Peppino Di Capri invece rappresenta la città più oleografica, più lontana da quella descritta nel libro a cominciare da quel cognome (in realtà si chiama Faiella) che evoca piazzette e deboscia (e i protagonisti del libro non a caso gli preferiscono Procida o al limite Anacapri). Ma anche questa è Napoli.

«L’autore di Champagne, la canzone di Peppino Di Capri».

«Soldi?».

«A volontà»

Peppino di Capri – Champagne – 1973

Nello stesso anno in cui Peppino Di Capri cantava Champagne moriva per overdose a 26 anni Gram Parson, un passato nei Byrds, nei Flying Burrito Brothers e due dischi solisti con la compagna Emmilou Harrys, Da uno di questi proviene questa canzone presente nella colonna sonora della serie Tv Wire, ambientata proprio a Baltimora.

Steso sul letto, cominciai a guardare la quarta stagione di The Wire. Nell’episodio che avevo scaricato non combacia- vano i sottotitoli in italiano né quelli in inglese, così decisi di guardarlo in streaming, doppiato. Nel frattempo mio padre lavava i piatti.

Gram Parsons – Streets of Baltimore – 1973

Il 16 maggio 1973 a Cannes (in Italia uscirà solo due anni dopo) veniva proiettato Aguirre Furore di Dio, uno dei capolavori di Werner Herzog.

A film deciso, i nostri bicchieri erano nuovamente pieni. Aguirre, furore di Dio. Non ero molto convinto della scelta e lo minacciai d’addormentarmi.

«È troppo bello» contrattaccò.

L’ultima scena di cui ho ricordo prevedeva che gli attori, seduti sulla riva di un fiume, mangiassero. Mi svegliai ch’era già notte…

Popol Vuh – Morgengruss II – 1973

L’altro grande cantore di una napoletanità diversa (ben prima che si trasformasse in un simulacro) è Pino Daniele. Nel romanzo non viene mai citato, ma io l’ho ritrovato spesso, in quelle chiacchierate notturne con una birra in mano.

‘O Giò i’ forze nun torno cchiù / ‘e cammenate senza Dio / purtavo ‘o tiempo e ce parlavo

‘acoppa / e sotto sotto stevemo bbuono accussì / I got the blues on me

Pino Daniele – I Got The Blues – 1982

Steso nel letto, riascoltai tutta la discografia dei Cure. Il mio disco preferito restava Disintegration e quelli pubblica- ti dopo il 1989 erano, con l’eccezione di qualche canzone sparsa, sostanzialmente inutili.

The Cure – Lullaby – 1989

Mi sembrò che non fosse più possibile evitarlo. La baciai. Posai le mie labbra sulle sue enormi e rosse e potenti labbra e lei aprì la bocca e mi tirò a sé per il bavero del cap- potto; la mano in cui stringevo il bicchiere rimase tra di noi, sul mio e sul suo petto. Sentii la sua lingua nella mia bocca e non so che musica ci fosse oltre la vetrina, perché in realtà non sentii niente, più niente, e nella mia mente cominciò a suonare Brown sugar dei Rolling Stones, a volume altissimo, e coprì tutto. In quel preciso istante mi sentii cattivo, capace d’assaltare e conquistare, uccidere e derubare senza farmi domande. E soprattutto di vivere. Solo vivere.

The Rolling Stones – Brown Sugar – 1971

Accesi il computer e feci partire il primo episodio di Peaky Blinders. Era una serie ambientata a Birmingham, agli inizi del Novecento… e cominciò una canzone di Nick Cave, Red right hand, e godetti come un animale e il tipo cavalcò per i vicoli della città e attraverso una fabbrica, fece l’elemosina e salutò dei poliziotti e la gente correva e c’era fumo e fiamme, e nel frattempo Nick Cave ancora cantava. He’s a god, he’s a man, he’s a ghost, he’s a guru, they’re whispering his name through this disappearing land, but hidden in his coat is a red right hand.

Nick Cave – Red Right Hand – 1994

Quando cominciammo a ridiscendere viale Campi Flegrei, sotto gli alberi dalle foglie verde chiaro, facendo attenzione a non calpestare le merde di cane e passando più lontano possibile dai cassonetti della spazzatura, le dissi che quella era la strada della canzone di Bennato. Mi rispose che non la conosceva.

Edoardo Bennato – Campi Flegrei – 1973

A voglio bene

A voglio bene assaje

Dicitencello vuje

ca nun mm a scordo maje.

E’ na passione,

cchiù forte ‘e na catena,

ca mme turmenta ll’anema

e nun mme fa campá

Alan Sorrenti – Dicitencello vuje – 1974