Pacifico

  • Capitolo Uno

    Tiny e Micah erano seduti in veranda sul retro della loro casa, ai confini della cittadina di Boris, e guardavano il sole che tramontava al di là della ferrovia e degli alberi.
    «Metti che devi portarti dietro qualcosa» disse Tiny.
    «Okay. Tipo cosa?». Micah, quattordici anni, aveva in testa un berretto verde scuro fatto a maglia. I capelli si incurvavano come piume intorno ai suoi placidi occhi castani.
    «Qualcosa di valore» disse Tiny. «Questo posacenere qui

    Metti che è di valore».
    Il posacenere era di vetro verde, con conchiglie ingiallite attaccate al bordo. Veniva probabilmente da Yellowstone o da qualche altra località turistica. Forse, un tempo, era stato davvero di valore. Micah lo prese in mano e fece avanti e indietro lungo la veranda.
    «Bravo» disse Tiny. «Una cosa di valore devi sempre tenerla davanti a te, mai di fianco».
    «Io volevo solo evitare che volasse via la cenere».
    «Ora, metti che devi fare a botte»

    «Okay, anche se non capiterà».
    «Devi soltanto chinare la testa e colpirli all’altezza del plesso solare. Non se lo aspettano».
    «Io non me lo aspetterei».
    «Infatti, nessuno se lo aspetta» disse Tiny. «A volte svengono. Quasi sempre finiscono a terra».
    «Ricevuto».
    «E non farti mai una carta di credito».
    «Come farei a pagarne le spese?».
    «Non ce la faresti. È proprio questo il punto».
    Era una fresca serata di maggio

    Il cielo rosso proiettava ombre sull’erba, sul capanno e sulla casa.
    «Sei sempre dell’idea di andare?» disse Tiny. «Puoi ripensarci in qualsiasi momento».
    «Papà, non ho mai preso un aereo».
    «Possiamo chiedere a Paul Francis di farti fare un giro».
    «Un aereo vero, intendevo».
    Tiny annuì. «Dicevo per dire».
    Uno sparviero di Cooper dalla coda a strisce arrivò da ovest e si posò su un ramo dalle foglie nuove.
    «C’è il tuo sparviero» disse Tiny

    «È venuto a salutarti».

    Dan Norman uscì di casa con i pezzi di un tavolo rotto. Viveva ancora con Louise nella vecchia fattoria dei Klar, sulla collina.
    Il tavolo del soggiorno si era rotto all’improvviso: non era sovraccarico, e Dan e Louise non si trovavano nei paraggi. Evidentemente, era arrivata la sua ora.
    Un’auto imboccò lentamente il vialetto d’accesso. Ne scese una donna che rimase in piedi nel cerchio giallo del lampione in giardino. Aveva i capelli lunghi e biondi, indossava un vestito rosso a pieghe e guanti bianchi

    «Lei non si ricorda di me» disse.
    «Mi ricordo, invece» disse Dan. «Joan Gower».
    Spostò i pezzi di legno sul braccio sinistro e le strinse la mano.
    «Lo sa che può sempre capitare una seconda opportunità, sceriffo?» disse Joan.
    «Può capitare, sì. Lo sapevo».
    «Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe».
    «Non sono più lo sceriffo, comunque».
    La porta si aprì e Louise uscì vestita di un camicione bianco

    «Con chi stai parlando?».
    «Con Joan Gower».
    «Davvero?».
    Louise aveva i capelli rossi scarmigliati e selvaggi, ravvivati dalla luce della casa alle sue spalle.
    «Cose di lavoro?».
    «Mi riaffidano mio figlio» disse Joan.
    «Dai a me quella roba, tesoro» disse Louise.
    Prese i pezzi del tavolo dalle mani di Dan e si avviò verso la siepe sul retro.

    Louise gettò i pezzi di legno nell’inceneritore e andò al fienile, la polvere fresca dell’aia le incipriava i piedi

    Il fienile, vuoto e buio come una chiesa, era ormai completamente inutilizzato. Louise salì la scala a pioli e fece alcuni passi sul soppalco. Le tavole erano consunte, levigate da decenni di stivali, balle di fieno e cambiamenti di stagione. Si sedette con le gambe nude penzoloni sul bordo della porta superiore, si accese una sigaretta e fumò nel buio della notte.
    Dan e Joan erano in giardino, a parlare. Louise ascoltava il suono sommesso delle loro voci. Non riusciva a capire quel che dicevano

    Vide Joan allungare una mano, che si posò prima su una spalla e poi su una guancia di Dan. E la vista di quel gesto, chissà per quale motivo, la rese felice.
    Forse perché era bello. Una scena tenera su quello sfondo agreste, qualunque altra cosa se ne potesse pensare.
    Lyris e Albert, stravaccati sul divano, fumavano erba con una pipa salvadoregna e leggevano il testo promozionale stampato sugli scatoloni da trasloco di Lyris.
    Lyris era l’altra figlia di Joan, sorellastra di Micah e figliastra di Tiny

    Aveva ventitré anni ed era appena andata a vivere con il suo fidanzato, Albert Robeshaw.
    C’era scritto che gli scatoloni erano garantiti per quattro traslochi o per dodici anni di immagazzinamento e che chiunque fosse riuscito a sfruttarli più a lungo era invitato a visitare il sito web del produttore per raccontare la propria esperienza.
    «Figurati se qualcuno lo fa» disse Albert.
    «Quelli a cui interessa...» disse Lyris.
    «Traslochiamo di continuo».
    «Adoriamo i vostri scatoloni»


    «Allora, cosa facciamo?» domandò Albert.
    «A che proposito?».
    «Andiamo a trovare Micah?».
    Lyris aspirò dalla pipa. «Il piccolo fuggiasco» disse lei.
    Joan aveva dato Lyris in adozione alla nascita. La figlia era comparsa a casa di Joan e Tiny all’età di sedici anni, quando Micah ne aveva sette. Dopo che Joan se n’era andata, era stata Lyris a crescere il fratello, come avrebbe fatto chiunque.

    «Chi mi chiamerà “ragazzo” in California?». «Nessuno. Per questo non dovresti partire».

    Tom Drury Pacifico

Tom Drury Pacifico

Traduttore : Gianni Pannofino
Numero Pagine : 248
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-99253-86-8
In libreria da : 28-06-2018

Il quattordicenne Micah lascia la casa paterna e Grouse County per raggiungere la madre, Joan, che si è trasferita a Los Angeles e fa l’attrice. È qui che muove i primi passi da adulto: una nuova scuola, nuovi amici e l’amore per Charlotte. Sua sorella Lyris, intanto, è andata a vivere con il fidanzato a Stone City e stringe amicizia con Louise, che ha aperto un negozio di antiquariato; mentre Tiny, rimasto solo a casa, decide di sperimentare ingegnose rapine nei centri commerciali. Ma il placido mondo della contea è scosso dall’arrivo di due forestieri: Jack Snow e Sandra Zulma, sulle cui vicende al limite del soprannaturale cercano di far luce Dan Norman, l’ex sceriffo ora investigatore privato, e Albert Robeshaw, il fidanzato di Lyris.
Tiny e Joan, Lyris e Micah, Dan, Louise e Mary: sono questi i personaggi a cui ci siamo affezionati. E nell’ultimo capitolo della trilogia le loro vite riprendono a scorrere sotto i nostri occhi, tra cambiamenti, scelte, scoperte e imprevedibili traiettorie. Tom Drury, come sempre, li osserva con divertita
tenerezza e profondo rispetto, restituendoci un’epica del quotidiano tra i cieli immensi del Midwest e la distesa sconfinata dell’oceano Pacifico.

Questo libro è per chi torna da un viaggio felice di sentire di nuovo gli odori di casa, per chi ama trovarsi in cucina di notte davanti al frigorifero, per chi ha tirato di spada con un metro pieghevole sgominando gli avversari, e per chi sa che subito dopo aver sognato non si può far altro che dire la nuda verità.

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