Una spiaggia troppo bianca

  • PROLOGO

    La cosa migliore per non annoiarsi sarebbe stato avere un libro. O compagnia. Ma Vic come sempre era sola, sola con la sua attrezzatura. Il treppiedi fissato tra gli scogli, lo zaino a terra, il quaderno per gli appunti e l’obiettivo puntato, come tutte le sere, nello stesso spazio vuoto tra il cantiere navale e la struttura a volta del vecchio rimessaggio. Anche quel giovedì non stava accadendo nulla di nuovo. Ed era una buona notizia.
    Annotò l’ora sul quaderno dalla copertina rigida e prese a scattare

    La luce era perfetta: il sole tramontava nel mare alle sue spalle. Nulla avrebbe potuto distrarla.
    L’arancio del sole sulla sabbia. Scatto. Il terreno smosso. Scatto. In lontananza, quattro camion in colonna procedevano
    in direzione opposta al cantiere navale, verso il capannone dai cancelli ancora aperti. Scatto.
    Le ruspe si muovevano pigre e implacabili, con un ruggito che pareva quasi strafottente, opposto com’era al raggiungimento
    dello scopo, un’università a sostituire la vecchia fabbrica metallurgica di fianco al cantiere navale

    I rimorchi dei camion scaricavano tonnellate di terra nuova, per poi ricominciare il giro, un lavoro eterno e fatalmente vano.
    Protesa in avanti, la testa china, Vic cercava di rimanere immobile, senza nemmeno soffiare sulla frangia liscia che quasi le copriva l’occhio incollato all’obiettivo. Una posa plastica di cui non c’era alcun bisogno, perché i suoi occhi, il suo corpo stesso, tutto di lei era naturalmente, necessariamente in sintonia con ciò che stava fotografando. Riusciva a immaginarselo da ogni angolazione, e non di rado l’aveva percorso, a occhi aperti, dall’alto, come in volo

    Gli ultimi istanti di quel lavoro sarebbero potuti scorrere con leggerezza, inquadrature casuali a prediligere un particolare, per esempio le figure così piccine e distanti che nell’ingrandimento finale sarebbero cresciute come in quei film d’animazione in stop motion. E invece sentiva la solennità del momento, l’obbligo di offrire se stessa, sospesa e raggelata al pari delle sue immagini, a dispetto di quella fine di aprile caldissima e appiccicosa.
    Gli ultimi scatti prima dell’inaugurazione della sua mostra

    Sulla carta, sarebbe dovuto essere il cantiere della più grande opera pubblica della città, un nome imponente a connotarla
    per sempre: Università Poseidone, per rimarcare una geografia che era anche destino, un centro di studi marini. Qui centinaia di giovani, provenienti da un quartiere in cui nascere equivaleva automaticamente a lottare per la sopravvivenza avrebbero potuto aprire bar o addirittura librerie. Insomma, trovare un lavoro.
    Ogni giorno, durante il rito scrupoloso del posizionamento della fotocamera, della messa a fuoco dell’obiettivo, degli scatti, lei immaginava il brulichio del nuovo destino che stava arrivando

    Vic si era laureata in urbanistica, e aveva scelto quel grande progetto pubblico per la sua tesi. Ai tempi era stata addirittura protagonista di un cortometraggio sull’imminente resurrezione della periferia: aveva condotto il regista, un tipo simpatico ma dall’aria sprovveduta, nella fabbrica abbandonata che presto sarebbe stata abbattuta; gli aveva mostrato il mare invaso dagli scarichi neri dell’oleodotto e raccontato, documenti e ritagli di giornale alla mano, che con la riqualificazione dell’area anche l’acqua sarebbe tornata come una volta

    Gli aveva perfino indicato il punto più bello, più prezioso, un lembo di spiaggia chiara, dove tutti i bambini avevano giocato
    almeno una volta, Vic compresa: la piccola Caraibi, la chiamavano – bastava ignorare i rumori provenienti dal vicino cantiere navale militare, il vecchio arsenale diventato rimessaggio dove enormi navi da guerra arrivavano per la manutenzione
    e rimanevano mesi ancorate al molo, coprendo il golfo e Castel dell’Ovo in fondo. Ci venivano perfino dalla provincia, per stendersi sotto il sole immaginando scorci da cartolina, palme e villaggi turistici al posto dei camini delle raffinerie alle loro spalle

    Il mare non era balneabile, ma la sabbia era un’oasi.
    O lo sembrava. Ma tutti si facevano bastare quel pallido riflesso.
    Poi il cortometraggio era terminato, e con esso l’euforia. Sarebbe dovuta arrivare la routine, produttiva anche se lenta;
    e invece era cominciato lo spettacolo del movimento terra. Le ruspe scavavano, altra terra precipitava dai rimorchi nelle buche; tempo dopo, quando sembrava giunto il momento di radicare i pilastri, era ripartita la giostra delle ruspe e dei camio

    Polvere e terra, per mesi. Anni, in realtà.
    Poco dopo, anche la speranza aveva cominciato ad assottigliarsi; in fondo erano tutti abituati alle promesse non mantenute.
    Lo stesso quartiere lo era, un’ipotesi mai realizzata, una teoria non dimostrata: lo splendido affresco di ville vanvitelliane
    che incorniciavano il mare nell’epoca d’oro era stato fagocitato da una sequela di raffinerie, depositi di carburanti e vecchie fabbriche a graffiarne la cartolina e i ricordi

    Poco alla volta si era compiuto quel processo misterioso e ineffabile che rendeva gli scempi invisibili proprio nel momento in cui erano più grossolanamente espliciti. Nessuno si accorgeva più delle ruspe e dei camion, della terra chiara che riempiva le buche e del fracasso del cantiere; nessuno andava più a vedere i lavori. Nel dilagare della cecità, però stavolta Vic si era intestardita.
    Sfacciataggine, era quello che serviva. Vic aveva cominciato a presentarsi ai condomini del palazzo dalle mille finestre tutte
    uguali che affacciava proprio sull’oasi bianca, una struttura popolare grigio topo costruita con i fondi del terremoto, di valore assai inferiore a quanto la collettività l’aveva pagata

    Usava tutta la sua faccia tosta, si sentiva in diritto di farlo, e chiedeva se per favore la facevano affacciare dalla finestra, solo una foto, e il sorriso più seducente mai sfoderato. Le era bastato
    poco per rendersi conto che il cantiere dell’università girava a vuoto, in un surreale balletto di cingoli. Scava la buca, riempi
    la buca. E alla fine dovette ammetterlo: non c’era niente, non ci sarebbe mai stato niente.
    Però le rodeva, dio quanto le rodeva. Non riusciva a farsi toccare dalla cecità collettiva, non riusciva a sentire l’onda tiepida
    dell’indifferenza

    Così, una sera, di ritorno dal concerto di Caparezza, Vic aveva chiesto a Gemma, la sua amica d’infanzia,
    giornalista a caccia di notizie finita a Milano a caccia di un lavoro, se avesse voglia di fare un’inchiesta su quel terreno e sull’opera mai costruita.
    Sedevano tutt’e due sul muretto del lungomare, le gambe molli per aver ballato troppo e la testa leggera dalla stanchezza e da qualche birra di troppo. Ogni volta che Gemma tornava a Napoli, uscivano insieme da sole o con gli altri amici della
    “banda” e per salutare la notte sedevano da qualche parte condividendo l’ultima bottiglia

    Chiacchiere pigre e più spesso mezze frasi, segno di un’intimità così antica da lasciare fluire le parole liberamente senza pensieri.
    «Ma perché no?» diceva Vic, davanti all’imperturbabilità di Gemma. «E mo’ pure tu con questa storia del c’avimm’a ’ffà? Che sei diventata cieca comm’all’ati?».
    Gemma non sorrideva, ma aveva negli occhi lo sguardo dolce di chi è lontana, in vacanza, senza altri obblighi che il piacere di un breve ritorno.
    «Non c’è nessuna opera, Vic

    Mica te lo devo dire io, ja’». Aveva bevuto un sorso e aveva proseguito disincantata e distratta:
    «Ci sono solo soldi pubblici destinati a qualche impresa, è una storia troppo uguale a tante altre. Nessuno vuole sentirne parlare. Non mi daranno mai spazio per scriverne, neanche ci provo».
    Di solito, a questo punto della discussione Vic si scaldava. Tirava bellicosamente indietro i capelli castani, lisci e lucidi, agitava la mano carica di braccialettini di cuoio, stoffa e perline e attaccava l’amica con una lunga e appassionata arringa sulla necessità del fare

    Gemma ascoltava concentrata, ogni tanto la guardava – Vic aveva gli occhi verdi screziati di giallo, grandi e sempre carichi di matita – poi sporgeva le belle labbra in un finto broncio e le rispondeva caricando l’accento napoletano
    e prendendola bonariamente in giro. Ma stavolta Vic era rimasta zitta, bevendo, gli occhi sprofondati nel buio.
    «Vabbuo’, io però lo faccio» aveva detto infine.
    Gemma l’aveva guardata, incuriosita. La luce del lampione pioveva sbieca su di loro, circondandole di un alone giallastro

    «E cosa fai?».
    «E cosa faccio? Fotografo. Mi piazzo e scatto tutto ’sto circo.
    Ho raccolto già un sacco di documenti. Vado a vedere il progetto, e dico quanti soldi sono stati spesi e da chi. Ci faccio una mostra. E se tu sei ancora tu mi scrivi i testi, vabbuo’? Alla faccia dei direttori di giornale che non vogliono pubblicare».
    Il tono leggero ma pieno di sfida. Gemma era diventata seria.
    «Non sono i direttori, sai. Spesso sono i redattori, troppo pigri per informarsi e far circolare le notizie»

    «E chi se ne fotte. Li scrivi i testi o no?».
    «Ummaronn’, Vic» aveva sospirato Gemma. «Io sto a mille chilometri».
    La fronte aggrottata, la birra quasi finita, Vic non aveva risposto.
    L’amica s’era accorta di averla un po’ ferita. Ma non era strano, Vic aveva sempre un milione di entusiasmi che si schiantavano sugli scogli del buon senso di Gemma, producendo spruzzi di parole aggressive ma mai vere offese.
    «Puoi farli benissimo tu» aveva detto Gemma, addolcita, prendendole la mano libera

    «Sei bravissima».
    Vic l’aveva guardata beffarda, ma aveva ricambiato la stretta. Era diverso, stavolta, Gemma se ne accorse da quella reazione pacata, dall’improvviso distacco. Aveva preso una decisione.
    «Ma almeno all’inaugurazione ci vieni?».
    Vic prese a smontare la Nikon, la sistemò nello zaino tecnico dal quale non si separava mai. Aveva finito. Una strana sensazione la pervase, una sorta di intorpidimento simile a un formicolio. Si strofinò le punte delle dita, sospirò, gettò un’ultima occhiata alle figure appena ritratte in lontananza che nello sviluppo finale sarebbero servite a sottolineare la distanza siderale, sovrumana, di quel cantiere dal bene pubblico

    Mancavano quarantotto ore all’inaugurazione della mostra. E Gemma non sarebbe venuta.
    «Non posso, dai» le aveva finalmente risposto dopo un tergiversare di giorni. «Devo preparare un servizio, è la prima cosa decente che mi capita da settimane».
    «Uè, ma tu lo sapevi da un mese che era questo sabato! Ti potevi prenotare un aereo!».
    «Ottocento chilometri per vedere le foto di un posto che conosco a memoria e dove non succede un cazzo? Jamm’, Vic».
    «Certo che sai essere stronza

    Stai diventando proprio milanese».
    Vic ricordava ogni passaggio di quella conversazione. La ripercorse quel pomeriggio mentre salutava per l’ultima volta il suo set fotografico, quasi a cercare un appiglio per arrabbiarsi ancora con Gemma. Ma per quanto ci provasse non riusciva a tenere il punto per davvero. Era la sua migliore amica, e le avrebbe perdonato anche questo.
    Infilò gli auricolari dell’iPod nelle orecchie e alzò il volume.
    Vic era capace di passare con la massima disinvoltura dal melodico italiano all’industrial al pop più scipito e modaiolo;
    nella sua libreria musicale c’erano migliaia di brani che a Gemma, irriducibile rocchettara vecchio stile, facevano venire l’orticaria

    A brutto muso, selezionò Kick ass di Mika, come se Gemma fosse lì.
    «E non fare così».
    «E c’aggia fa’? Mi dici che non vieni e devo pure ridere? Ci stanno mesi di lavoro in questa mostra, Gemmi’. Quando mi sono laureata sei venuta, no?».
    «E verrò pure quando avrai un premio e sarai nella scuderia Magnum, ma stavolta no. Abbi pazienza, Vic. Non ce la faccio. Qui è un’altra cosa, un’altra vita, dammi il tempo di costruirla».
    Vic era arrabbiata, ma pronta a non insistere

    «Vabbuo’. Stammi bene».
    «Dai, Vic. Vengo giù fra qualche settimana per votare e mi porterai a vedere le foto illustrandomele una a una».
    «Sì, sì. Ci vediamo. Ciao».
    Vic raggiunse la macchina, una Panda verde di terza mano, appena ritirata dal meccanico. Mise in moto e si tolse gli auricolari.
    Il tragitto era breve, avrebbe potuto farlo anche a piedi, ma a lei piaceva guidare e soprattutto non voleva attraversare il piazzale del cantiere dove gli operai ormai la fissavano ostili

    Più di una volta in quei mesi era stata avvicinata da qualche capetto dallo sguardo vuoto che le aveva chiesto in tono vagamente minaccioso cosa pensava di fare con tutta quell’attrezzatura; una volta un dirigente l’aveva avvicinata con viscida cordialità, con il chiaro intento di sbirciare fra le sue cose.

    Questo libro è per chi vorrebbe assomigliare a un gatto e pensa che vivere in due città sia meglio che in una sola, per chi prova a salire sui tacchi ma porta sempre scarpe di ricambio in borsa, e per chi ama trattenere il respiro aspettando il seguito della storia.

    Stefania Divertito

Stefania Divertito Una spiaggia troppo bianca

Numero Pagine : 256
Prezzo : 15 €
ISBN : 978-88-99253-03-5
In libreria da : 07-05-2015

Con Serena Daniele

Gemma Ranieri vive a Milano da un anno ed è diventata giornalista in un quotidiano free press. Era il suo sogno fin da piccola, scrivere inchieste, e ha deciso di lasciare la sua città per inseguirlo.
La sua amicizia con Vincenza, detta Vic, è nata nei vicoli di Napoli tra sogni, speranze e decisioni da prendere.
Vic ha scelto di rimanere e di denunciare gli abusi sulla città con le sue fotografie, Gemma di andare a tentare la carriera di giornalista altrove. Ma quando Vic muore in un misterioso incidente d’auto, Gemma torna a casa e tenta di ricostruire gli ultimi giorni di vita dell’amica, trovandosi improvvisamente immersa in una rete di pedinamenti, fughe, uomini senza scrupoli, spiagge troppo bianche, tentati omicidi.
A 27 anni, Gemma Ranieri è divisa tra gli amici e il fidanzato di Napoli, e la nuova vita che si sta costruendo a Milano. È una bravissima giornalista e un’ottima detective, appassionata, caparbia e intuitiva, anche se si sente spesso inadeguata, scomposta come la sua criniera di capelli rossi e ricci. Grazie all’ironia che la distingue e al suo amore per la verità, prenderà il mondo di petto e non avrà paura di indagare, anche quando è pericoloso e scomodo.
Stefania Divertito scrive in chiave fiction una delle sue più importanti inchieste ambientali: quella sull’amianto. La prima puntata della trilogia è un eco-thriller dal ritmo incalzante e coinvolgente.

Questo libro è per chi vorrebbe assomigliare a un gatto e pensa che vivere in due città sia meglio che in una sola, per chi prova a salire sui tacchi ma porta sempre scarpe di ricambio in borsa, e per chi ama trattenere il respiro aspettando il seguito della storia.

Songbook di Una spiaggia troppo bianca di Stefania Divertito

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook, Note a margine, a cura di Danilo Di Termini.

Una spiaggia troppo bianca:

Un sorriso spontaneo le salì alle labbra mentre tornava nella sua stanza e rovistava nella borsa. Era certa che fosse lì, non lo aveva mai tolto né spostato, e quando lo trovò quasi si mise a ridere. Il lettore mp3 di Vic.

Pino Daniele
Bella ‘Mbriana – 1982

Bruce Springsteen
The River – 1980

Prince
Sign o’ The Times – 1987

Stranglers
No More Heroes – 1977

Elio e le Storie Tese
Born to be Abramo – 1990

Tears For Fears
Everybody Wants to Rule the World – 1985

Cure
Lullaby – 1989

Led Zeppelin
Rock ‘n’ Roll – 1971

Nirvana
Where Did You Sleep Last Night – 1994

Genesis
A Trick of the Tail – 1978

Pino Daniele
Tutta nata storia – 1982

Rassegna Stampa online di Stefania Divertito

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