Songbook di Anche noi l’America

Songbook di Anche noi l’America

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook (a cura di Danilo Di Termini).

ANCHE NOI L’AMERICA
Non c’è musica nelle vite di Alma, Mayor, Arturo, Maribel, Celia e di tutti gli alti protagonisti di questo romanzo. Eppure siamo abituati a pensare i paesi da dove arrivano i personaggi – México, Panamà, Nicaragua, Guatemala, Venezuela, Paraguay, Puerto Rico – ridondanti di musica, con mariachi che passeggiano suonando per le strade, gente che balla la cumbia o la salsa o il merengue per tacere del samba e del tango. Invece in queste pagine niente; c’è solo il freddo del Delaware, uno stato della costa orientale degli Stati Uniti con nemmeno un milione di abitanti, dove per i motivi più disparati si incrociano le vite di persone che hanno solo il tempo per lavorare, per provare a imparare una lingua sconosciuta, per difendersi da un freddo sconosciuto altrettanto.
La musica è così solo il ricordo di un’altra vita:

“a Pàtzcuaro la mattina passava sempre qualcuno…anche nei giorni in cui non veniva nessuno, dalle finestre finestre aperte di casa nostra sentivo il runmore dei vicini: una canzone di Juanes alla radio”
Juanes – A Dios le Pido – 2002

O una canzone che esce dall’autoradio di un autobus che sta portando le due famiglie alla messa di Natale:

“quando arrivo Feliz Navidad, credo perché sull’autobus c’eravamo solo noi, alzò il volume e gridò: «Ecco qua! Un pezzetto di casa vostra»
Josè Feliciano – Feliz navidad – 1970

O l’esempio di qualcuno che ce l’ha fatta (non a caso lanciata da un film musicale, forse perché per far ‘apparire’ gli ispano-americani passare attraverso la musica era la cosa più immediata):

“Io però avevo un sogno, volevo diventare la nuova Rita Moreno. Una stella. Glielo dissi alla mia mama. Cercami in qualche film! E me ne andai”.
Rita Moreno – America – 1961

O una radio presa in prestito per passare una domenica di baldoria:

“La mise sul tavolo e la sintonizzò su una stazione che suonava solo canzoni dei Beatles, il suo gruppo preferito da quando era ragazzo. Alzò il volume e cantò quelle parole che aveva imparato a memoria dopo una vita di ascolti – «La la la la life goes on!» – sorridendo e battendo le mani – «Va!» gridava ogni tanto, rivolto a me o a Maribel, e con le mani suonava la batteria sul tavolo, sui muri, sulle nostre natiche.
Beatles – Ob-la-di Ob-la-da – 1968

I Beatles cantavano con accento britannico del sole che tornava a uscire dopo l’inverno e noi cantavamo insieme a loro, anche se non conoscevamo il significato di quelle parole. «Little darling..it’s all right».
Beatles – Here Comes the Sun – 1969

O forse è solo l’eco lontano di un sogno che si è rivelato ben presto molto diverso dalla realtà.

Ry Cooder – Across the borderline – 1987