Songbook di La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli

Songbook di La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli

In questo libro c’erano vari spunti musicali: canzoni e gruppi che appaiono in chat telefoniche, nei ricordi di una vacanza, in un disegno, nella colonna sonora di un film. Ma la scansione del racconto mi ha fatto tornare in mente un disco che amo molto – 2-3-4 di Shelly Manne, un album in cui la formazione cambia a ogni titolo, ora in duo, ora in trio, ora in quartetto. analogamente a quanto accade ai personaggi del libro. Ed è da questa idea che sono partito. Shelly Manne è uno dei più misconosciuti batteristi della storia del jazz (è lui a suonare la batteria doppiando Frank Sinatra in L’Uomo dal Braccio d’Oro), protagonista della scena californiana anni ’50 al fianco di tutti i più grandi dell’epoca: da Chet Baker ad Art Pepper, da Stan Getz a Bill Evans. In questo disco suona con uno dei padri dello strumento modernamente inteso, non più giovanissimo – all’epoca ha 58 anni – capace però di dialogare con soave naturalezza in ogni ambito musicale. (Danilo Di Termini)

L’Uomo ha le mani sul volante, gira a destra passando sotto un ponte poi risale.
Coleman Hawkins – Picasso – 1948

È notte, un uomo è solo in macchina, scopriremo più avanti essere un professore di disegno e rilievo all’università. Sta per andare incontro a un episodio che cambierà la sua vita e ci piace pensare che ascolti il primo brano inciso per sassofono solo della storia del jazz.

 

Sono in tre, sedute nella sala d’aspetto del centro medico polifunzionale. Le poltroncine comode rivestite di panno rosso, un tavolino basso con alcune riviste, un attaccapanni vuoto. Due sono in silenzio, la terza sta parlando.
Shelly Manne – Lean on Me – 1962

Sono in tre, Eddie Costa al vibrafono e al pianoforte, George Duvivier al contrabbasso e Shelly Manne alla batteria. Dialogano, si raccontano, si scoprono poco a poco, raccontandosi con i loro strumenti, con l’evidente piacere di rivelarsi.

 

Nella porta sono inserite le chiavi dall’interno. È costretto a suonare. Le dice sempre di toglierle, ma lei si dimentica. Nel giro di qualche minuto la porta si apre. Una donna in jeans e maglietta, alta, la faccia regolare e spigolosa, gli occhi chiari come i capelli. “Cosa fai ancora alzata?” chiede l’Uomo. “Ti aspettavo” risponde online casino lei. “Andiamo a dormire” suggerisce lui. Le passa davanti, appoggiando la borsa sulla sedia nell’ingresso. “Non ti ho aspettato per andare a letto, forse è il caso di parlare, non credi”?
Shelly Manne – Me and Some Drums – 1962

Dopo un’introduzione il pianoforte si fa da parte e i protagonisti diventano la batteria di Shelley Manne e il sax di Coleman Hawkins (sempre lui), un dialogo che riflette idealmente quello tra l’Uomo e la donna (così, minuscola, nel testo).

 

D’istinto guarda l’orologio. Segna un orario fuori dalla sua percezione, è in ritardo di mezz’ora. Saluta l’Amico che vuole ancora sapere: “Come va con tu moglie?” ”Al solito”. Senti, ti faccio un favore volentieri, lo sai che ho sempre avuto un debole per lei…poi tolgo il disturbo, i figli che ho mi bastano. L’uomo sorride, poi risponde: “Devo andare. Sei sempre molto gentile, grazie di tutto, davvero”.
Steve Turre – What Is Thing Called Love – 2003

Poi c’è l’Amico, un personaggio apparentemente minore, ma che riaffiora spesso nel testo. L’ho accoppiato a un trombone, un po’ per fare un facile doppio senso, un po’ perché il trombone è sovente sottovalutato e Steve Turre che ne è interprete contemporaneo ne esprime a fondo tutte le nuances.

 

“Stai scherzando?” Silvia guarda Marta fissandola negli occhi, mentre Chiara sta manovrando il variatore della luce per regolarne l’intensità.
Shelly Manne – Cherokee – 1962

Immaginando un ipotetico dialogo tra i personaggi del libro, un quartetto, forse la più classica tra le formazioni del jazz: il pianoforte (questa volta suonato da Hank Jones), il contrabbasso, la batteria, quella che in gergo si chiama ritmica, che si mette completamente al servizio del quarto strumento, un sassofono o una tromba, generalmente con il compito di non farsi notare, ma con la segreta speranza di riuscirci. Ma questo è un quartetto paritario, anche perché il leader è un batterista, non proprio usuale nemmeno nel jazz, insomma, come capita a volte anche tra le persone, il puro piacere di ascoltare una conversazione equilibrata e appassionante. O ci si riesce solo in musica?

 

La musica è sempre un buon punto di partenza. Modifica lo spazio, come le parole, ma di più.
John Zorn – Batman – 1989

Un altro sassofono, quello di John Zorn, agli antipodi del precedente, un sax alto, ironico e rabbioso. Eppure impersona lo stesso Uomo, ma qui con il nome di Emme, ed è alle prese con un’altra donna, Effe, in un’estenuante scambio di messaggi in cui lui si trasforma, ci appare un altro, mostra un’altra sua identità. Ho scelto Zorn proprio in omaggio alla donna, poiché in una delle prime conversazioni è lei a inviargli un link a una sua canzone.

 

“È la colonna sonora del mio spettacolo Nothing else matter, i Metallica in versione ballata melodica, li conoscete?”.
Metallica – Nothing Else Matter – 1969

Nient’altro importa, e forse è proprio così.