Era una persona e basta

Era una persona e basta

Caro lettore NN,

questa è la nostra terza NNLetter e scriverla oggi fa uno strano effetto. Per consuetudine estiva questa dovrebbe essere la newsletter dei saluti vacanzieri: l’editore ti augura buone ferie, ti consiglia qualche buona lettura da portarti sotto l’ombrellone, in montagna o nelle città d’arte che deciderai di visitare e ti augurerà (si augurerà, più che altro) di ritrovarci ancora insieme a settembre, in tempo per l’uscita dei nuovi libri dell’autunno. Eppure quest’anno il clima in cui prendono avvio le ferie estive non è dei migliori. L’onda lunga degli attentati di Parigi e di Bruxelles ha lasciato dietro di sé una scia di opposti fanatismi, il cui scopo comune è gettare sui luoghi, i gesti e le azioni abituali del nostro vivere quotidiano (perfino fare una passeggiata sul lungomare, dopo i fatti di Nizza) l’ombra costante della paura e dell’insicurezza. Che sono poi soprattutto paura e insicurezza nei confronti dell’Altro, di ciò che percepiamo come diverso.

A farne le spese, oltre alla serenità quotidiana, sono anche le parole. Come sempre avviene in epoche storiche convulse, le parole si tingono di significati estranei, oscuri. “Accoglienza” e “integrazione” suonano come “invasione”. “Identità” come “contaminazione”. “Straniero” come “nemico”. E lo straniero, si sa, quando è un nemico va temuto, non accolto. E pazienza se per spingerci a temerlo bisogna fare un po’ di violenza alle parole e ai concetti che rappresentano.

Eppure il compito di chi vive o lavora con i libri (editori, critici, giornalisti, lettori) è anche far sì che le parole mantengano ben saldo il loro più autentico significato. Veicolandolo, quel significato, attraverso le storie che raccontano, indicandoci la via, rassicurandoci, portandoci a riflettere sul senso e il valore delle vite che quelle storie mettono in scena. E mostrandoci che in tutto il mondo paura e odio sono le migliori armi a disposizione del pregiudizio. È quello che abbiamo cercato di fare anche noi, quest’anno, con due dei nostri titoli.

Ne I gatti non hanno nome di Rita Indiana, il pregiudizio razzista che gli abitanti di Santo Domingo nutrono verso gli haitiani porta i borghesi a sfruttare gli stranieri come schiavi e al tempo stesso trattarli come scimmie. Come Radamés, l’assistente dell’ambulatorio veterinario di zio Fin. Così strano, così diverso, di una diversità, agli occhi della protagonista, quasi invadente, con i suoi vestiti bizzarri e sempre sporchi di calce. Del tutto fuori luogo in un ambiente “normale” come un ristorante per dominicani veri. Forse forse se scomparisse sarebbe meglio. Peccato che in realtà questa diversità non sia poi davvero così invadente: fuori dalla clinica nessuno sembra notarla. Come se in fondo fosse “normale” anche lui.

L’idea di presentarmi da Don Pincho con Radamés, con la sua camicia a quadretti macchiata di calce e le scarpe da ginnastica che usava in cantiere con le suole aperte in punta come due pagliacci che ridevano, mi dava i brividi. Immaginavo le risatine e le espressioni schifate con cui avrebbero detto il mio nome e poi “haitiano”. Quando arrivammo finalmente da Don Pincho io mi sentivo già due avvoltoi alla bocca dello stomaco. Guardai Radamés che prendeva il fresco attraverso il finestrino del taxi e chiusi gli occhi, pregando il cielo di farlo scomparire […] Radamés scese per ultimo e ci seguì a passo di gazzella; Vita, alla quale non importa né quello che pensano i ragazzi del mio corso né nessun altro, ci precedeva […] I ragazzi della mia scuola passarono tutti insieme accanto al nostro tavolo, con i colli magrissimi sotto i bottoni delle loro polo a righe, senza vedere Rada e nemmeno me, ma la cosa più straordinaria era che né Rada né Vita avevano visto quello che, insieme alla carne, si agitava nelle mie viscere.

O come la paura del diverso che Cristina Henríquez, in Anche noi l’America, utilizza come chiave interpretativa dell’odio e della paura con cui teniamo lontani gli altri senza nemmeno preoccuparci di conoscerne esperienze, necessità o difficoltà: come le difficoltà con cui gli immigrati si scontrano nel tentativo di imparare la lingua, affrontare un mondo di parole, suoni, atteggiamenti vocali tanto difficili ed estranei quanto necessari per entrare in contatto con gli altri. Per poter comunicare, e sentirsi anche così parte di qualcosa di nuovo. Un percorso di conoscenza a cui invece la Henríquez ha dedicato buona parte della sua attività, dando voce agli emigrati nel tumblr The Unknown Americans Project. Perché spesso, per smettere di avere paura, basta impegnarsi a conoscere.

Per avere compagnia accesi la televisione e studiai le bocche delle persone mentre parlavano inglese, facendo del mio meglio per replicare i suoni anche se non avevo idea di cosa stessero dicendo. E poi parlavano così in fretta! Non ero sicura se stessi ripetendo a pappagallo le parole una per una o tutte mischiate insieme, come gli acini d’uva di un grappolo […] L’inglese era una lingua così densa, contratta. Tante lettere dure, come muri in miniatura. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni erano chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso. La profesora Shields spiegò che in inglese non esisteva usted, né tu. C’era solo una parola, you. Valeva per tutti. Erano tutti uguali. Nessuno era più in alto o più in basso degli altri. Nessuno era più distante o più familiare. You. They. Me. I. Us. We. Non c’erano parole che cambiavano da maschile a femminile e viceversa a seconda di chi parlava. Una persona era di New York. Non era una donna di New York, e nemmeno un uomo di New York. Era una persona e basta.

Una persona. E basta. E neanche di New York, di Londra, di Parigi o di Roma. Una persona che, come canta Daniele Silvestri in La mia casa, vive in un mondo

dove niente è come sembra

o perlomeno niente è più com’era stato

e tutto quanto intorno me lo insegna

che il passato che è già stato fatto a pezzi come un muro

qualcosa ne è rimasto per orgoglio tutto il resto invece

è proiettato nel futuro.

Pensateci durante queste ferie. Cercate di rilassarvi, ricaricate le batterie (non quelle degli smartphone; quelli magari lasciateli un po’ spenti), recuperate un po’ di letture arretrate. Riflettete sul significato delle parole, non su quello che i media troppo spesso tendono a strumentalizzare, ma su quello più vero e profondo. Pensate alle storie che si nascondono discretamente dietro ogni parola. Riposatevi…



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