I nostri libri dell’anno

I nostri libri dell’anno

Caro lettore NN,

per tutti, la fine dell’anno coincide con il tempo dei bilanci: le esperienze che abbiamo fatto, le occasioni che abbiamo colto (o ci siamo lasciati sfuggire), quello che è cambiato e quello che invece è rimasto uguale. Per chi vive e lavora con i libri, la fine dell’anno porta con sé un particolare tipo di bilancio: la lista dei libri letti. In questi giorni ne stanno girando moltissime: on line, sui giornali e sui magazine compendiare un anno di letture nel comodo strumento dell’elenco non significa solo ripercorrere un anno, ma anche riannodare e intrecciare tra loro i molteplici fili in cui il “me stesso” di gennaio è diventato, lentamente, con il passare dei giorni e delle situazioni vissute, il “me stesso”, uguale e diverso, di questo ultimo scorcio di 2016.

Elencare i libri letti, secondo noi, non è che un altro modo di raccontare la propria vita. Perciò, salutandoci in questa nostra ultima NNLetter, prima di ritrovarci tutti insieme da qui a poche ore in un nuovo anno, abbiamo pensato di raccontarti un po’ il modo in cui ognuno di noi, qui nella redazione NN, ha vissuto un particolare momento del suo 2016. E lo faremo proprio parlandoti dei libri che abbiamo letto, di quelli su cui abbiamo lavorato, delle storie che abbiamo pubblicato e di quelle che pubblicheremo, o che pubblicheranno altri editori. Dandoti insomma un po’ di noi, come abbiamo sempre cercato di fare durante gli ultimi dodici mesi e come abbiamo tutta l’intenzione di continuare a fare anche nei prossimi.

Un consiglio: arriva fino alla fine. Troverai un regalo tutto per te, che viene dritto dritto da Holt!

Eugenia

I due libri che mi sono piaciuti di più quest’anno sono stati Più gentile della solitudine, di Yiyun Li (tradotto da Laura Noulian per Einaudi) e La scuola cattolica, di Edoardo Albinati. Ma a dire la verità non ho letto molti libri, all’infuori di quelli che ho letto in NN per costruire la lista dei prossimi anni o di quelli letti in bozza, in revisione, o in un altro passaggio della lavorazione. Ho letto anche un’infinità di trame, stralci di libri, passaggi. Il risultato è un unico libro, un’unica ossatura silenziosa che si confonde con la realtà. Per fare una lista, adesso, il libro che ho amato di più quest’anno è stato In Gratitude di Jenny Diski, che pubblicheremo noi nel 2017 nella traduzione di Fabio Cremonesi. L’altro, che invece farà Feltrinelli, è un memoir di Tara Westover, Educated. Il libro in bozze che ho letto più volte e amato per il lavoro fatto sul testo, è stato Premessa per un addio di Gian Luca Favetto. Infine, grazie ad alcuni altri libri ho riscoperto piccole cose che capita di perdere per strada: nelle parallele di Chiara Valerio e negli alberi di Irene Kung, il senso dell’infinito; nel manoscritto di Francesco Frustaci, il “gesto che fa innamorare il vento”; nel libro di Laura Pariani, il suo titolo: Questo viaggio chiamavamo amore. E, infine, ne Le nostre anime di notte, il silenzio del cielo.

Marianna

Il mio libro più bello del 2016 è un piccolo, grande (oltre cinquecento pagine) rimpianto: Le Garçon di Marcus Malte, che non siamo riusciti ad aggiudicarci (lo troverete nel catalogo di Fazi).
Pareva una sorta di rifacimento del mito del buon selvaggio, ambientato nella prima metà del XX secolo: se non fosse stata una lettura di lavoro avrei probabilmente scelto altro. Invece a) ho scoperto un romanzo delicato e polifonico, b) ho trovato il mio personaggio preferito: Brabek, l’orco dei Carpazi – una specie di wrestler del primo Novecento ossessionato dall’igiene personale che mi ha fatto ridere tantissimo.

Chiara

Il libro che più mi ha fatto girare la testa in questo 2016 è quello che sto leggendo adesso: Una vita come tante, di Hanya Yanagihara, tradotto benissimo da Luca Briasco e pubblicato da Sellerio. Ero pronta a immergermi in pagine strazianti, ma non credevo che la storia di Jude St Francis potesse avvolgermi così tanto, al punto da studiare le soluzioni più acrobatiche per leggere queste 1100 pagine anche in equilibrio sui tram di Milano.
Non l’ho ancora finito ma già mi manca, e sarà difficile scegliere il romanzo che verrà dopo.

Giulia

Due libri del cuore in questo 2016:

– Supertex di Leon De Winter pubblicato da Marcos y Marcos, tradotto da Elisabetta Svaluto Moreolo: una seduta di psicanalisi che ripercorre l’intera vita di un uomo in crisi, imprenditore di un’azienda tessile di successo, ma ossessionato dal padre e non pacificato con le proprie origini ebraiche. Dialoghi appassionanti, cinematografici, che ricordano l’ironia cinica di Woody Allen. Un libro che mi ha trascinata nel vortice a volte doloroso delle relazioni familiari, e che aiuta ad esorcizzarne gli esiti grotteschi;

Il paradiso degli animali di D.J.Poissant, tradotto da Gioia Guerzoni: questi racconti hanno cadenzato il ritmo dei miei tuffi in mare. No, non è una lettura da spiaggia, ma la bellezza struggente dei microcosmi creati dall’autore è apprezzabile ovunque. Come aiutare tuo marito a morire mi ha letteralmente folgorata.

Serena

Il libro più bello che ho letto quest’anno è un libro NN, uscito in autunno: La mia vita è un paese straniero di Brian Turner, tradotto da Guido Calza. Mai avrei pensato che il racconto di un ex marine delle proprie esperienze sui fronti più sanguinosi del mondo mi avrebbe appassionato così tanto. Questo libro non scuote con la descrizione delle atrocità, non analizza le battaglie ma riporta la guerra nello scenario più tragico: nella mente, nei ricordi, nelle relazioni, nella famiglia, in tutto quello che deve essere ricostruito quando si è alla fine soli, con una memoria così grande e dolorosa che nessun paese è vasto abbastanza da contenerla.

Alberto

Due autori, due libri, due mondi, due linguaggi diversi accomunati da una sensibilità simile che dalla pancia lentamente sale. L’amico Francesco Abate che dopo le lacrime di Chiedo scusa mi ha fatto sorridere con Mia madre e altre catastrofi (Einaudi) e Andrej Longo che aspettavo da anni dopo Lu campu di girasoli e con L’altra madre (Adelphi) mi ha trascinato nella polvere di Napoli.

Luca

È buffo: la gente mi rimprovera sempre di leggere quasi solo scrittori americani, e poi il mio libro dell’anno è un romanzo italiano. Ma non potrebbe essere altrimenti: Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo è il Libro Che Non Ti Aspetti. Una storia dolcissima e intensa ambientata durante i Mondiali del 1994 a Scovazze, al confine fra Veneto e Friuli, un paese chiuso e piccolo in cui la gente non mormora, anzi fa proprio fatica a parlare, tutti prigionieri come sono della routine, delle piccole ossessioni, vizi e pazzie con cui cercano di ingannare il tempo tra il Punto Gilda, l’unico bar del paese, e il lavoro nei campi o allo scannatoio dei polli. Finché a un certo punto dal nulla spunta Salvatore Maria Tempesta, che non si capisce bene cosa voglia e perché sia lì, si sa solo che sta cercando un campanile di cui ha visto l’immagine in una mezza fotografia in bianco e nero di vent’anni prima, che ritrae una ragazza nascondendo al tempo stesso per sempre al di là del confine invalicabile di uno strappo l’immagine dell’uomo che era con lei. Tempesta arriva dal sud, è un terrone e quindi marca già malissimo, nel profondo Veneto beone (lui beve solo Lemonsoda), superstizioso (quando Tempesta entra al bar l’Italia si prende sempre un gol) e razzista; in più porta con sé un gioco, un Paroliere, e qui marca ancora peggio, perché a Scovazze le parole se le tengono tutti dentro, lì contano di più i gesti, non riescono nemmeno a dirsele tra di loro, figuriamoci mettersi a giocarci. Eppure.

Una storia di scambi. La storia di come a volte le parole finiscano per essere troppe, o troppo poche, inutili o superflue, e a quel punto devono subentrare i gesti a ristabilire gli equilibri e a dire tutto ciò che le parole non riescono a dichiarare. È, insomma, la storia della necessità di un equilibrio ritrovato, che alla fine porta tutti i personaggi a guardarsi allo specchio, ognuno per sé, e a riconoscersi finalmente nella loro semplice e bellissima perfezione. Il tutto raccontato con una scrittura dolce e poetica, estremamente musicale, che dosa al dettaglio tensione quando ci vuole, ironia quando serve e veri e proprio momenti elegiaci.

Gioia

Per lavoro leggo quintali di pdf in inglese, in generale cose che poi finisco per tradurre. Se non è narrativa per lavoro, per svagarmi davvero leggo cose di scienze o tecnologia, oppure poesia. Il meglio di quest’anno – oltre a tutti quelli che ho tradotto e tradurrò – è stato Known and Strange Things (che tradurrò per Contrasto), perché Teju Cole riesce a parlare con profondità e lievità insieme, chiacchierando di Instagram come di W.G. Sebald, di Baldwin e di Boko Haram. Oltre che a parlare, riesce a farsi ascoltare, che non è da tutti.

La parola ascoltare mi fa venire in mente un libro piccolo e bellissimo già dal titolo La bambina pugile (Einaudi Poesia), di Chandra Livia Candiani. Dentro c’è una poesia che si chiama Mappe per l’ascolto. Un pezzettino dice:

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Anche Mappa per pregare è bellissima, come tante altre.

Se fossi a Milano andrei subito a conoscerla, la Candiani. Mi sembra una fata, una maga, un elfo e una strega insieme.

Sarah

I due libri migliori del 2016:

– Acrobati, l’ultimo album di Daniele Silvestri. Non è un libro? Be’, cosa vi aspettavate dalla groupie Testarda della casa editrice? E poi qualche lettura è stata trascurata quest’anno, perché seguire Acrobati in tour per 16 date – anzi 18, con quelle di chiusura quando questa newsletter sarà licenziata – ha preso un po’ di tempo. E nell’anno del Nobel a Dylan mi sembra perfetto;

– Prosa del observatorio di Julio Cortázar. Cortázar è il mio luogo letterario, “la mia casa” (e il passo da Acrobati, alla fine, è davvero breve), è dove respiro, sempre. Ripubblicato nel 2016 da Alfaguara (e portatomi direttamente dall’Argentina, cosa che lo rende per me ancora più prezioso), è un libro minimo, forse il meno conosciuto dei suoi, 90 pagine comprese le foto scattate dal Cronopio Mayor all’osservatorio di Jaipur. Eppure massimo, perché c’è tutta la sua prosa che è sempre poesia, che è voce che sa rendere stelle le anguille, che è musica.

Danilo

[Danilo Di Termini è l’autore di tutti i nostri songbook, perciò non poteva che inviarci la sua personale playlist di fine anno, insieme ai titoli dei libri più belli letti nel 2016 – che poi sono Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e A caro prezzo di Elmore Leonard. A questi si aggiungono i tre album che consiglia a tutti i lettori NN e che sono:]

– Bill Evans – Some Other Time: The Lost Session From The Black Forest
– Bon Iver – 22, A Million
– Paul Simon – Stranger to Stranger



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