Di muri e di ponti

Di muri e di ponti

Caro lettore NN,

è da luglio che non ti scriviamo, tu stavi forse partendo per le vacanze estive mentre oggi sarai impegnato a pensare alla fine dell’anno, alle vacanze di Natale, alle ultime cose da fare, ai libri da leggere.

Ma non sono cambiate solo le stagioni, o i nostri progetti, in questi mesi. È cambiato un po’ il mondo, soprattutto nelle ultime settimane: da quando Donald Trump è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti, sembra chiaro ancora una volta che, per quanti sforzi si possano fare, la volontà di innalzare muri è sempre più forte del desiderio di costruire ponti. E questo ci porta a riprendere il filo del discorso che avevamo iniziato nella nostra NNletter di luglio.

Cosa significa innalzare muri?

Significa, prima di tutto, preferire alcune parole ad altre. Significa prendere parole come curiosità, meraviglia, stupore, conoscenza e sostituirle con i loro opposti: ostilità, paura, rabbia, ignoranza. Per poi trasformarle in strumenti utili solo a creare diffidenza e repulsione, un mattone dopo l’altro, un’alzata sull’altra, fino a ritrovarci tutti quanti imprigionati dietro a barriere di silenzio che, alla fine, ci saremo imposti da soli.

A noi, invece, più dei muri piacciono i ponti. Ci piacciono le parole e i gesti che possono aiutare a creare legami, non divisioni; semmai con-divisioni: di pensieri, idee, opinioni, contraddizioni. Tutto ciò che può aiutarci, insomma, a spogliarci delle nostre certezze, o solo di alcune, per ritrovarci più forti e più ricchi nella partecipazione ai dubbi degli altri: amiamo creare ponti tra le diverse identità, tra i luoghi e i tempi, tra il passato e il presente (o tra tutti i possibili passati e presenti e futuri), tra me e te, tra noi e loro.

La scelta delle parole, e ancora di più la scelta delle storie che vi abbiamo proposto quest’anno ha voluto sviluppare proprio questo percorso. Non l’abbiamo anticipato, ma nelle nostre scelte abbiamo seguito un filo: e questo filo sono le diverse strade che percorriamo per costruire la nostra identità gettando ponti tra un prima e un dopo. E abbiamo scoperto che, in verità, di ponti ne esistono tantissimi e diversi e molteplici.

Un compito essenziale

Il giorno delle elezioni in America, Cristina Henríquez (l’autrice di Anche noi l’America) scopre che suo padre porta con sé il passaporto al seggio. “Papà, ma sei cittadino americano, non ti serve il passaporto” racconta Cristina su Twitter. “Lo dici perché non hai mai visto come mi guardano” risponde lui.

In Anche noi l’America Cristina ci ha raccontato la storia di tutti gli americani invisibili che ogni giorno lottano contro il sospetto e la paura del diverso, ci ha parlato del muro di repulsione e di come combatterlo. Così le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di queste giornate. Qui vi anticipiamo un estratto della sua risposta ma nei prossimi giorni la potrete leggere integralmente sul blog Senzaudio:

C’è molto di più. Come sempre. Ho scritto un romanzo sugli immigrati latinoamericani e ho parlato di loro come degli “americani sconosciuti”. E quello che ho capito oggi è che siamo proprio questo, sconosciuti a noi stessi. Se c’è una strada davanti a noi che conduce al paese che vorremmo, parte di ciò contro cui dobbiamo lottare è questo – perché non riusciamo a conoscerci gli uni con gli altri, e conoscendoci, a capire. Ognuno di noi. Nessuno dovrebbe sentirsi assolto da questo compito.

Ma per adesso… Mio padre arriverà domani. Indosserà una camicia button-down e pantaloni con la piega, cintura e mocassini. Come sempre. Lo troverò malgrado il caos dell’aeroporto. E malgrado il caos dei miei pensieri, cercherò di trovare le parole per spiegare come mi sento adesso. E malgrado il caos della vita, forse troveremo un modo per avvicinarci gli uni agli altri prima di essere tutti irrimediabilmente perduti.

L’unica strada

Il Messico è molte cose. È spiritismo e folklore, culto delle icone, religione, superstizione. È presenza di fantasmi e magiche guarigioni. È anche, al tempo stesso e senza contraddizione, il tentativo di sovrapporre interpretazioni razionali a fenomeni misterici, di comprendere mondi diversi con strumenti inconciliabili (“La realtà è una; le sue letture, infinite”). È il regno del doppio in cui tutto si confonde. È il desiderio di difendersi da forze che non si comprendono e da nemici che, invece, si comprendono benissimo, come l’intolleranza e il razzismo. È questo il mondo in cui si svolge Le ossa di san Lorenzo: è anche il mondo in cui vive e con cui si confronta il suo autore, Vicente Alfonso.

Anche in Messico stanno cercando di capire la direzione che il mondo sembra voler prendere. Come noi e come voi, Alfonso osserva i cambiamenti in atto e ha qualche idea sul modo in cui reagire a chi pretende di erigere barriere per escludere chi sta dentro da chi sta fuori, creando realtà parallele in cui imprigionare gli esclusi. La più importante ce l’ha anticipata in una lettera di cui vi regaliamo un estratto:

Qui in Messico (come nel resto del mondo) stiamo cercando di capire cosa sta succedendo non soltanto negli Stati Uniti, ci sono segni di allarme nei referendum di Colombia e Regno Unito e, ovviamente, nell’ultima elezione messicana. 

Sono stato più volte negli Stati Uniti. In effetti, ho partecipato a una residenza artistica in una piccola città, Winston-Salem, e ho notato tante situazioni di razzismo e intolleranza. È come se nulla fosse cambiato dal 1960, quando la società era divisa dal potente movimento che chiedeva il riconoscimento costituzionale dei diritti civili. 

Forse la cosa migliore che possa fare uno scrittore e giornalista è scrivere.

Mantenere la posizione

Come fa il sergente Brian Turner. Il sergente Turner. Che è morto. O forse si è trasformato in un drone, che osserva dall’alto tutti i conflitti del mondo, passati presenti futuri. Quelli a cui ha partecipato in prima persona, come le guerre in Iraq e in Bosnia, e quelle che arrivano a lui tramite la memoria dei suoi avi soldati: il Vietnam, Iwo Jima, Gettysburg. Tutti i combattimenti di tutti i mondi confusi in un unico, indistinto ed eterno conflitto, che rende illusorio e inafferrabile il concetto di “tornare a casa” trasformando l’intera umanità in un’infinita processione di persone in cammino verso il nulla. Tutte legate tra loro dalla ferma volontà di mantenere la posizione nella tempesta.

Il sergente Turner è morto […] Lo immaginerò che gironzola attorno a quella rotatoria, quando sarò di nuovo nella baracca, steso sulla branda. Cammina per ore in uno dei viali di Mosul, cammina finché il viale si restringe e al suo meridiano si sostituiscono linee sbiadite dal tempo e dall’uso, cammina finché la via diventa una stradina e poi si trasforma in un viottolo di terra battuta, via dalle schegge e dalle grida da cui è venuto, così da poter riposare sulle sponde del Tigri, dove già si è raccolta la folta adunanza dei caduti […] Lui continuerà a mantenere la distanza di sicurezza. Rinsalderà la presa sul sistema d’armi a sua disposizione. Monitorerà le impronte di calore dei vivi. E poiché il sergente Turner è morto, rimarrà alla sua postazione.

Non c’è proprio niente di strano.

Del resto, come canta Nas:

I’m out for presidents to represent me (say whay?)

I’m out for presidents to represent me (say what?)

I’m out for dead presidents to represent me.

E con questa canzone (tratta dal songbook di Faber) vi diamo appuntamento a dicembre, con la prossima NNletter!



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