La parola magica

  • Primo
    Minibar

    Il campanello suonava da sempre, o così parve a Leo, strappato a un sonno breve nella luce sinistra della stanza.
    È in arrivo un temporale, pensò. In realtà era solo la coltre che avvolge i grattacieli di Tokyo sopra una certa quota, ma da lì, dal trentaquattresimo piano del Fujiza Tower Hotel, era davvero difficile esprimersi sul meteo e su tutta una serie di cose.
    Un’imitazione arancione della Tour Eiffel occhieggiava dalla finestra.
    Un’altra doppietta e un’altra ancora

    Scivolando fuori dal letto, Leo si frugò nella mente alla ricerca di qualche frammento della sera prima, ma l’intera nottata gli appariva come un parabrezza sfondato. Gli ci vollero tre metri di corridoio per ridare forma al dramma in cui si era infilato, e mentre si avvicinava alla porta vide chiaramente la propria gola squarciarsi e sboccare sangue. I soldi di Juzy. La roba di Juzy.
    «Sir...».
    Voce di donna. Leo aprì la porta e lentamente si compose l’immagine nitidissima di una ragazza in giacca rossa e cravatta nera

    Una specie di manga porno-soft con una frangia nera e definitiva, più o meno sorridente, o forse no. La semantica dei volti orientali gli sfuggiva sempre. Dopo essersi qualificata come concierge in un inglese encomiabile, gli ricordò che i suoi amici lo aspettavano nella hall ormai da due ore, e che adesso era davvero, davvero il momento di lasciare la stanza.
    Leo schiuse le labbra per dire qualcosa di sensato ma tutto ciò che gli uscì fu un: «Of course» così gutturale e profondo da spaventare entrambi

    Aveva fumato tantissimo, questo era il primo indizio cristallino della sera precedente. Tentò di alleggerire l’atmosfera sorridendo, accompagnò la porta con un gesto ampio con cui avrebbe voluto suggerire una perfetta padronanza di sé, ma non riuscì a richiuderla perché il manga la teneva aperta con un piede minuscolo.
    «They told me to wait for you».
    Cristo.
    «How many are they?».
    Il manga usò le dita, unghie corte laccate di rosso, e aprì un tre a ventaglio

    Leo si voltò di netto, con una grazia assurda nella risacca totale, e ripercorse il corridoio tastandosi il torace, progressivamente risucchiato da una specie di panico. Non c’era alcuna via di fuga, gli uomini di Juzy non sarebbero andati via a mani vuote, e in mancanza di soldi o coca avrebbero preso un pezzo a caso del suo corpo.
    Deviò in bagno e aprì il rubinetto cercando conforto nello scorrere dell’acqua. Funzionò, per qualche secondo: l’acqua scorreva come sempre, come ovunque

    Era la stessa acqua che lavava i denti dei bambini prima della scuola, la stessa acqua che risciacquava le chiome luccicanti delle ragazze. Leo la guardava scorrere e non sapeva cosa farsene. Potrei restare chiuso qui per sempre, pensò, ma poi si guardò nello specchio e si sentì in pessima compagnia. Il labbro inferiore era tumefatto, virava al rosso lacca come le unghie della ragazza. L’incisivo destro era scheggiato, anzi più che scheggiato rotto, e quello spicchio di buio in mezzo al sorriso sfigurava tutta la faccia

    L’idea di aver ingoiato il pezzo mancante gli diede la nausea.

    “Comunque il suo primo pacco era passato: 4,95 kg. L’amore giusto ha un certo peso, non un grammo di più”.

    Anna Siccardi

Anna Siccardi La parola magica

Numero Pagine : 192
ISBN : 978-88-94938-58-6
In libreria da : 27-02-2020

In una Milano attuale e senza tempo sette personaggi attraversano le dodici storie di questo libro, affacciandosi ognuno alla vita dell’altro di corsa o in punta di piedi. Il passato li ha traditi in maniera sbadata e casuale, e ora tentano di riparare il giocattolo rotto che è la loro esistenza. I demoni con cui fanno i conti sono alcol, serie tv, droghe, relazioni sbagliate e illusioni. Dipendenze che sono diventate malattia e cura insieme, bolle in cui il tempo si ferma, li consola e li inganna. Come capita a Leo, che si risveglia dopo una nottata alcolica e scopre di dovere dei soldi a un malavitoso giapponese; ad Anna e Chiara, che non possono fare a meno di prendersi cura di un padre assente finito in carcere; e a Irene, che cerca nell’ultima seduta dalla psicologa la soluzione alla sua incapacità di amare.
Ispirato ai Dodici Passi degli Alcolisti Anonimi, La parola magica intreccia storie di uomini e donne che si inseguono e si perdono come i personaggi di America oggi. Con un tocco ironico e surreale, Anna Siccardi mette le relazioni sotto la lente dei desideri e delle passioni, e mostra come la felicità si nasconda nel saper accettare e perdonare le cose della vita, lasciandole finalmente andare.

Questo libro è per chi vede i suoi ricordi come un puzzle a cui manca una tessera, per chi preferisce i dialoghi immaginari a quelli reali, per chi crede nel potere magico di certe parole, e per chi cerca una guida per affrontare il buio e lanciarsi nel vuoto, come un trapezista sicuro di trovare una mano ad afferrarlo.



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