Giovanissimi

  • Prima fase
    Rifiuto

    C’era stato un tempo in cui Petrone aveva fatto la differenza.
    Terzino sinistro, recuperava il pallone e partiva, come un razzo, a testa bassa, dalla nostra area di rigore fino a quella avversaria. Dal cerchio di centrocampo, dove io giocavo, l’unica cosa che vedevo distintamente erano le suole bianche delle sue scarpe, che diventavano scie luminose e n’ero come ipnotizzato. Cercavo di seguirle ma era una questione di attimi, secondi e poi nulla più: s’alzava la polvere, marrone e fitta, e lui scompariva

    Più volte, a guardarlo, avevo ipotizzato che nascosto nel suo corpo ci fosse un qualche tipo di motore o che provenisse da un’altra galassia. Lo osservavo, e mi sentivo uno spettatore e come me anche tutti gli altri, tanto che se Petrone segnava nessuno correva a festeggiarlo ed era in quei momenti che credevo fosse molto solo. Quando, con il pallone sottobraccio e la schiena piegata, tornava verso la nostra metà campo.
    Da un certo punto in poi cominciai a pensare ch’era per combattere la solitudine che agli allenamenti lo accompagnava la madre, anche perché il padre faceva il fruttivendolo e lavorava giorno e notte e lei aveva i capelli tinti di rosso acceso, possedeva tantissime paia di scarpe ed era l’unica a fare la bella vita in quella famiglia

    In più, fumava delle sigarette lunghe e sottili.
    La domenica, mentre ci riscaldavamo, prima di giocare, mi giravo verso gli spalti e lei parlava con mio padre ed io mi chiedevo a cosa lui pensasse. Soprattutto, se pensava alla mia stessa cosa, perché tornavamo a casa e mi chiudevo nel bagno e mi facevo un pesce in mano sulla madre di Petrone.
    Mi calavo le mutande e sedevo sulla tazza, con gli occhi chiusi, per non rischiare di vedermi riflesso. Le mie gambe erano ancora lisce come vermi, mentre su quelle di Petrone c’erano peli spessi e neri e quelle della madre erano proprio belle, le desideravo e desideravo che m’uscissero i peli pure a me, perché era per quel motivo che Petrone faceva la differenza

    Perché aveva fatto lo sviluppo ed era diventato uomo prima di tutti quanti noi. Poi ci uscirono i peli e lui aveva già la barba. Se la lasciava crescere ma s’illudeva, perché oramai il tempo in cui faceva la differenza era bello che finito. E con quello anche il rispetto.
    Cominciò a venire agli allenamenti da solo, perché ci sentì scherzare. Si prendeva il c12 e camminava pure ed io avevo quattordici anni da due mesi. Il campionato era cominciato da tre giornate e Petrone era in ritardo e stavamo riuniti nel cerchio di centrocampo, a parlare della partita della domenica precedente

    Le avevamo vinte tutte ma il Mister non era soddisfatto, perché avevamo preso un goal da deficienti, così aveva detto. «Se volete vincere davvero non dovete sedervi, ma continuare a lottare».
    Questo ci stava dicendo quando Petrone comparve. Il Mister lo guardò e subito se ne accorse. «Brutto ricchione!» gli disse.
    «Buonasera» rispose Petrone e poi sorrise.
    «Che hai fatto?» gli chiese portandosi le mani alle guance e anche tutti gli altri capirono che non si riferiva al ritardo, ma alla barba, ch’era scomparsa per lasciare il posto a due basette lunghe e sottili, a forma di fulmine, che arrivavano fino ai lati della bocca

    «Non vi piacciono?».
    Il Mister sgranò gli occhi e noi ridemmo, perché Petrone già non sorrideva più. «Gioiello» disse e Gioiello giocava a centrocampo, sull’interno destra. «Venti minuti di corsa e se non sono ancora tornato: stretching».
    Chiese a Gioiello perché lui era uno di quei cani che stanno dietro ai cancelli e abbaiano, con la bocca aperta, facendoti vedere tutti i denti e se metti un piede tra le sbarre quelli ti divorano la scarpa, il piede e forse pure tutto il resto della gamba

    Il Mister s’incamminò verso gli spogliatoi e noi cominciammo a correre. Entrò e noi ci fermammo. Nemmeno Gioiello continuò.
    Ci sedemmo in panchina, alcuni per terra, e visto da lì il campo era immenso e faceva freddo, i riflettori erano accesi e sembrava la superficie della Luna. Dalla bocca ci uscivano delle nuvolette d’aria. Sulla Luna non c’era aria. Pensai che sentivo freddo, pensai che a stare fermi lo si sentisse ancora di più e mi strofinai le gambe con le mani.
    Passati dieci minuti qualcuno disse che il Mister poteva tornare da un momento all’altro e così ricominciammo a correre

    Poi arrivò davvero. Uscì dagli spogliatoi a passo svelto, con le braccia immobili lungo i fianchi. Per terra la sua ombra era divisa in quattro e a ogni passo alzava una manciata di terreno. Ci fu più vicino e vidi che in una mano stringeva una bomboletta verde di schiuma da barba. Quando ci raggiunse, ci comandò di mantenere Petrone, e vidi anche il rasoio, bianco, uguale a quello che usava mio padre.
    Lo mantenemmo e il Mister gli cosparse il viso di schiuma. Petrone si muoveva e scalciava e qualcuno ne approfittò per dargli degli schiaffi dietro la testa

    «Per te ho speso pure tremila lire» disse il Mister e arrivò il momento del rasoio: Petrone si placò del tutto e fu come se si spegnesse o come se gli si fossero esaurite le batterie. «Il signore è servito» fece il Mister, dopo, quando ebbe finito, prima di ordinarci di lasciarlo.
    Obbedimmo e Petrone si piegò sulle ginocchia, per pulirsi il viso con l’orlo della felpa. Gioiello gli diede un calcio in culo. Fusco, seconda punta, si portò le mani sulla pancia e rise.
    «Vatti a sciacquare, vai» gli urlò e Petrone si avviò, zitto, verso gli spogliatoi

    «E che vi sia da esempio» ci disse il Mister mentre ricominciavamo a correre, ma non ci spiegò per cosa, cosa intendeva, cosa potevamo o non potevamo fare ed io mi sentii un po’ confuso.
    L’allenamento continuò, senza intoppi. Durante l’esercitazione dei tiri in porta, Imparato, mai titolare, svirgolò il pallone, che arrivò quasi sulla bandierina del calcio d’angolo. Il Mister gli disse che se calciava con la schiena piegata come quella di un salumiere mentre affetta il salame mai avrebbe preso la porta e il padre di Imparato faceva il salumiere

    Nella partitella finale lanciai la palla a Fusco e lui segnò. Mi diede il cinque e il Mister disse che queste erano le cose che voleva vedere più spesso e non le stronzate. «Bravo» aggiunse ed io pure pensai che avevo fatto un buon lancio, ma anche che Fusco era molto forte e quindi non era tutta farina del mio sacco. L’allenamento finì e ci andammo a fare la doccia e negli spogliatoi fu impossibile parlare con qualcuno, perché tutti urlavano per conto proprio.
    Mi lavai e mi rivestii velocemente

    Presi la borsa, infilai il giubbino e uscii: le strade erano buie e i lampioni gialli. I palazzi, di mattoni, mi sembrarono neri. Camminai per un po’ e mi sentii chiamare dall’alto. Era una vecchia che da una finestra del secondo piano cercava di attirare la mia attenzione. «Aspetta lì» mi disse ed io non mi mossi.
    Riapparve e calò il panaro. La corda era tesa e chiusa attorno al bordo c’era una molletta che fermava cinquemila lire. Mi chiese di comprarle un pacchetto di ms ma ero quasi sul viale e pensai che avrei dovuto camminare almeno cinquecento metri per arrivare alla tabaccheria e tornare indietro, darle le sigarette e rifare la stessa strada per andare a casa

    E il tutto col borsone in spalla.
    «Sono stanco» le risposi.
    Tirò su il panaro e si sporse un po’ di più.
    «Quella zoccola di tua madre» mi disse.
    Riprendendo a camminare mi chiesi se quella era una frase che avrebbe detto a chiunque o se l’avesse detta perché mi aveva riconosciuto. Mia mamma, per alcuni, era una poco di buono; lo sapevo. E loro lo pensavano ed io facevo finta di non pensarlo. Fingevo di non sentire, di non accorgermene o di non capire. Ma mia mamma, per me, era uno schiaffo in faccia, una ferita aperta

    O un fischio nell’orecchio, che saliva e scendeva e disturbava e copriva tutto e quando passai davanti alla tabaccheria l’insegna era spenta e la saracinesca abbassata.
    Entrai in casa, misi la divisa sporca e le mutande nella lavatrice e girai la manopola. Cominciò il lavaggio, mio padre cucinava. Ci sedemmo a tavola e lui, ogni sera, tornando da lavoro, si fermava e comprava il pane sfornato nel pomeriggio. Mi chiese com’era andato l’allenamento e gli raccontai di Petrone e che il Mister ci aveva detto ch’era un esempio e dovevamo ricordarcelo

    Gli dissi che non avevo capito d’esempio per cosa.
    Mi rispose che aveva fatto bene e si chiamava buonsenso.
    «Mettiamo che nella tua classe sono tutti poveri e i genitori non lavorano e i tuoi compagni vanno a scuola con le scarpe rotte, con i buchi che sotto si vedono i calzini e tu, invece, sei ricco e ti compri un paio di scarpe da centomila lire. Secondo te è giusto andare a scuola con quelle scarpe?».
    Non capii se mi stesse dicendo che rispetto a Petrone ero un povero e quindi non risposi nulla

    «No, non è giusto» disse. «Non va bene fare il forte con i deboli e il debole con i forti».
    Cominciai a domandarmi se, oltre che povero, mi reputasse pure un debole. Rimasi zitto. Presi i piatti e li misi nel lavello. Mio padre aprì il balcone della cucina e, fermo sulla soglia, s’accese una sigaretta. Il pacchetto era sul tavolo. Io lavavo i piatti ed ero concentrato su quello che facevo. Era un modo per non parlargli, ma lo percepivo che mi stava guardando e i suoi occhi mi pesavano sulla schiena

    «Che c’è?» mi chiese.
    «Niente» gli risposi.
    Lo sentii aspirare.
    «Volevo spiegarti che il rispetto è la sola cosa che conta».
    «Ok».
    «Non tanto quello che ricevi, ma quello che dai. Quello è importante».
    «Va bene, papà» dissi e lui lasciò la sigaretta e mentre cominciavo a sgrassare la padella mi appoggiò una mano sulla testa, tra i capelli, e la scese fino al collo. Mi accarezzò e non so il perché, ma mi sentii molto triste e molto felice e quasi mi misi a piangere

    Continuai a sgrassare e lui smise e lo sentii chiudersi nel bagno. Mi asciugai le mani sui jeans e mi avvicinai al tavolo. Mio padre fumava le Philip Morris. Ne sfilai tre e le misi in tasca. Tornai al lavello e ricominciai a lavare.
    «Hai molti compiti?» mi chiese, quando ritornò.
    «Non molti» risposi.
    In camera mia sedetti alla scrivania. Aprii un numero di questo giornaletto che leggevo e che parlava di extraterrestri, fantasmi e fenomeni paranormali vari e lo misi tra le pagine del libro di storia, nel caso avesse aperto la porta

    Rilessi il numero che conteneva l’articolo sulla combustione spontanea e praticamente dicevano che un corpo, all’improvviso, senza alcun motivo, poteva prendere fuoco. Dicevano che poteva accadere a causa del metano che alcune persone hanno nell’intestino, ma non n’erano sicuri. Ne avevo parlato pure con Lunno e lui aveva detto che non era possibile, ch’erano tutte scemenze, che lui non aveva mai visto nessuno bruciare così.
    Guardai bene la foto di questo corpo di cui era rimasta solo una gamba e tutto il resto era una macchia nera, di tizzoni e cenere

    La guardai avvicinando la testa il più possibile alla pagina e non fui convinto del fatto che fosse vera, perché si potevano fare tante cose con una foto e non era molto chiara.
    Passai all’articolo sul finto allunaggio. Sosteneva che l’uomo non fosse mai arrivato sulla Luna o che comunque non ci fosse arrivato in quella occasione, quella famosa.
    C’era una foto del casco dell’astronauta e avevano cerchiato in rosso dei riflessi ch’erano dei bagliori strani. Dicevano fossero luci, luci di uno studio fotografico e che non potevano esserci sulla Luna

    Ipotizzavano che il regista della trasmissione televisiva potesse esser stato Stanley Kubrick e fu lì che lo sentii nominare per la prima volta. Mi piacevano le tute degli astronauti e mi piaceva la toppa della bandiera americana che avevano sulla spalla. Poi pensai a come dovesse essere triste l’astronauta che per primo e per davvero era arrivato sulla Luna ma che non poteva dirlo a nessuno e nessuno lo sapeva e nessuno pensava mai a lui quando guardava il cielo, di notte.

    “È con sincera convinzione che diamo ad Alessio Forgione il benvenuto nella categoria dei veri scrittori”. ERNESTO FERRERO

    Alessio Forgione Giovanissimi

Alessio Forgione Giovanissimi

Numero Pagine : 224
Prezzo : 16 €
ISBN : 978-88-94938-56-2
In libreria da : 23-01-2020

Marocco ha quattordici anni e vive con il padre a Soccavo, un quartiere di Napoli. La madre li ha abbandonati qualche anno prima, senza dare più notizie di sé, e lui vive quell’assenza come una ferita aperta, un dolore sordo che non dà pace. Frequenta il liceo con pessimi risultati e le sue giornate ruotano attorno agli allenamenti e alle trasferte: insieme a Gioiello, Fusco e Petrone è infatti una giovane promessa del calcio, ma nemmeno le vittorie sul campo riescono a placare la rabbia e il senso di vuoto che prova dentro.
Finché non accadono due cose: l’arrivo di Serena, che gli porta un amore acerbo e magnifico, e la proposta di Lunno, il suo amico più caro, che mette
in discussione tutte le sue certezze.
Dopo l’esordio con Napoli mon amour, Alessio Forgione torna con un romanzo di prime volte, e ci racconta un mondo di ragazzini che crescono da soli,tra desideri di grandezza e delusioni repentine, piccoli crimini e grandi violenze, in attesa di scorgere il varco che conduce all’età adulta.

Questo libro è per il primo uomo che è stato davvero sulla Luna, per chi sogna un’estate su una spiaggia solitaria, per chi infilava Dylan Dog nei libri di scuola fingendo di studiare, e per chi ha capito che l’amore, quando si presenta, rischia di trasformarci in nuvole: piccole forme delicate, semplici da distruggere.



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