Huck Finn nel West

  • Capitolo primo

    Come fu che, poveraccio me, mi sono ritrovato sull’orlo di un vallone pieno di alberi defunti a guardare su per la canna di uno schioppo da caccia a pietra focaia pre-guerra, imbracciato da un vecchio cercatore d’oro strabico e mezzo matto, deciso a spedire il vostro sottoscritto fedele servitore, Huckleberry Finn, se non proprio all’altro mondo, quantomeno in fondo a quel lugubre vallone sotto di noi, è una cosa che vi meritate di sapere per via che si tratta di un momento storico – o, perlomeno, al pari di quel decrepito schioppo puntato contro di me, un momento PRE-istorico

    Non mi preoccupavo tanto che quel vecchio avvoltoio mi sparava, quanto che quell’arrugginito archibugio schioppava per conto suo, spinto dalla propria malvagità, e finiva per danneggiarci fatalmente a tutti e due. Mio papà, una sera che era sbronzo, a forza di sventolare in aria uno di quei maledetti arnesi, si fece saltare un ditone del piede e poi sfogò la sua ira dandomi una solenne ripassata, come se la colpa era mia.
    E pensare che quel giorno in cerca d’oro con Deadwood c’ero andato solo per fargli compagnia e per tenerlo d’occhio, visto che era il tipo che appena si muoveva come minimo andava a finire in bocca agli orsi per pura sbadataggine

    Se sapevo che trovavamo l’oro, me ne rimanevo comodo nella tenda, datosi che ci stanno poche disgrazie che possono capitare a uno più peggio del diventar ricchi. L’oro è sempre oro degli sciocchi e io non ero certo da quelle parti per cercarne. Ero stato tirato fin lì dalle storie di Tom Sawyer e ci ero rimasto fin troppo a lungo dopo che lui aveva preso su e se n’era andato, fino a passare quasi metà della mia vita nei Territori, saltellando da un lavoretto all’altro. A volte mi pigliava una forte nostalgia per il Grande Fiume, ma perlopiù mi ero abituato alla vita nei Territori e loro si erano abituati a me, senza che nessuno dei due pretendeva o concedeva tanto, un modo di sbarcare la vita che mi stava più che bene, quando il mondo non si metteva di traverso

    Accamparsi nella terra dei Lakota non è che era proprio legale, ma la tribù mi aveva accolto qualche anno prima, quando ero stato morso da un serpente e mi aveva guarito, perciò ero vissuto e andato a caccia con loro per un po’ e avevo imparato qualcosa della loro lingua. Era stato Eeteh, un guerriero Lakota, che mi aveva trovato tutto gonfio e mezzo morto per via del vileno d’un serpente a sonagli. Mi aveva succhiato la ferita e mi aveva caricato sul mio cavallo per portarmi dal loro stregone, che mi aveva guarito a forza d’impacchi di polpa di fico d’india e di ammonia versata direttamente in gola, anche se quelle cure erano più peggio loro della morte

    I Lakota erano grandi guerrieri e i bianchi come me non gli andavano a genio neanche un po’. Mi facevano paura da morire e se potevo me ne stavo bene alla larga. Erano stati proprio i guerrieri Lakota a tendere l’agguato al povero Dan Harper e agli altri soldati e li avevano crivellati di frecce che sembravano tanti puntaspilli, perciò ero convinto che mi stavano solo ingrassando in attesa della cena. Ma alla fin fine con me erano stati buoni al che sono arrivato a considerarli abbastanza amichevoli, per quanto un po’ troppo inclini a strappare lo scalpo alla gente

    Come me, erano mezzi pagani, anche se ogni tanto gli venivano strane idee per via di tutti i cactus morti che masticavano, idee che a me facevano solo ridere quando li masticavo anch’io insieme a loro.
    Per un periodo, ho perfino vissuto con una donna Crow, fino a quando lei non ce l’ha fatta più a sopportarmi. Era stata presa prigioniera nel corso di una razzia dei Lakota e se l’erano lavorata un po’ prima di appiopparmela, probabilmente per farmi uno scherzo. Kiwi il naso non ce l’ave­va per gnente ed era brutta perlomeno la metà di me; era parecchio imprevedibile, non tanto in quanto selvaggia, ma proprio perché era una donna, una specie la cui natura va al di là del mio fraintendimento

    I Lakota mi avevano dato pure un cavallo, pure questo per farmi uno scherzo tipo Kiwi, mi sa, perché nessuno riusciva a stargli in groppa, però mi ha portato in una meravigliosa avventura e sono rimasto con lui tutto il tempo e da allora non ci siamo quasi mai separati.
    Con la sua tribù Eeteh aveva suppergiù gli stessi guai che avevo io con la mia e per questo io e lui andavamo molto d’accordo e viaggiavamo insieme ogni volta che era possibile. Fu così che quando la tribù, sempre a caccia delle mandrie di bisonti in via di scomparizione, trasferirono le loro tende nel territorio del Wyoming del Nord, non lontano dalla pista di carri dove avevo incontrato Dan, io la seguii, anche se sapevo fin troppo bene che portava una jella nera tornare in un posto dove era stato ammazzato un amico

    E infatti fu così. Tutta colpa di quel voltagabbana del fratello Lakota di Eeteh se quel malvagio generale dalle belle braghe eleganti mi ripescò proprio da quelle parti. Generale Culo Tosto, così lo chiamavano le sue truppe, oppure Generale Boccoli per via dei lunghi capelli ricci su cui spalmava con grande generosità un olio alla cannella che si sentiva lontano un miglio. In realtà, lui era solo un colonnello, ma lo chiamavano tutti generale, perché lui voleva così. Si era messo sul sentiero di guerra contro i Lakota per via di quello che avevano fatto ad alcuni dei suoi soldati e voleva che lo
    aiutavo a farli cadere in una trappola

    Magari avrei dovuto farlo, e invece non lo feci.
    Se quel generale ti chiedeva di fare qualche cosa e te non eri d’accordo, era come se ti stavi preparando l’invito alla festa della tua appiccagione, specialmente se gli intralciavi i piani. E così seguii il consiglio di Eeteh e me la lai dritto verso le Colline Nere, dove sapevo che il generale era tutt’altro che benvenuto. Il cappio era proprio quello che mi meritavo per la malvagità che avevo combinato, un tradimento bello e buono, ma tanto la mia anima era già livida di peccati e quindi non vedevo nessun motivo per non aggiungere un’altra colpa all’elenco e per svignarmela fuori portata del boia

    Le Colline Nere erano sacre per i Lakota, ma Eeteh diceva che l’unico Grande Spirito che ci si poteva trovare era quello distillato da un vecchio eremita produttore di whiskey che viveva nel Vallone e che perciò mi sarebbe venuto a cercare lì.
    Quando, in sella a Ne Tongo, entrai nello sgangherato gruppetto di baracche grezze e tende stracciate nascosto sui bordi di Deadwood Gulch, lungo torrenti troppo bassi e veloci per le zattere, ma ottimi per pescare – c’era per no un prato di trifoglio profumato accanto a un torrente per pascere Tongo – capii subito che ero arrivato a casa

    Un posto dove potevo star senza gli stivali tutto il giorno. Siccome era la stagione delle piogge, io e il cavallo ci sistemammo in una bella grotta sulle colline sopra il torrente, ne scacciammo i pipistrelli e ci mettemmo ad aspettare l’arrivo di Eeteh.

    “Robert Coover è l’autore postmoderno più divertente e acuto”. Michiko Kakutani, The New York Times

    Robert Coover

Robert Coover Huck Finn nel West

Traduttore : Riccardo Duranti
Numero Pagine : 364
Prezzo : 19 €
ISBN : 978-88-94938-97-5
In libreria da : 11-03-2021

Huckleberry Finn è diventato grande; ha abbandonato da tempo la vita civile vissuta da ragazzo e insieme a Tom Sawyer si è avventurato nel Far West, dove le regole non esistono. Insieme, cavalcano sulle rotte del Pony Express, mentre attorno a loro divampa la Guerra di secessione. Ma ben presto Tom capisce di non voler fuggire dalla civiltà: sposa la sua antica fidanzata Becky Thatcher e torna a Est per inseguire potere e successo. Huck rimane solo: doma cavalli selvaggi, guida carovane di fanatici religiosi, diventa amico dell’indiano Eeteh che gli racconta le storie dei Grandi Spiriti. Sotto i suoi occhi, l’America moderna nasce e si impone con la violenza e con l’inganno, pagando il progresso con il sangue dei nativi e dei neri, non più schiavi ma non ancora liberi.

Robert Coover si confronta con una figura chiave della letteratura mondiale: Huck è disincantato ma ancora innocente, affronta la vita senza pregiudizi e senza filtri. Al contrario di Tom, che conosce il potere e ne ha imparato ogni astuzia, vede la verità oltre le parole e porta alla luce le profonde contraddizioni del sogno americano. Denso di poesia, esilarante e a tratti crudele, Huck Finn nel West è un romanzo d’avventura e insieme la storia stessa dell’America contemporanea; e parla a quella parte di noi che si nutre di miti, che li inventa continuamente, e attraverso la narrazione riscopre e plasma la propria vita.

 



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