I figli del diluvio

  • Uno

    Una volta siamo stati al lago per tutta l’estate. Nel bosco c’erano le case sugli alberi e sull’acqua c’erano le barche. Bastava una canoa piccolissima per arrivare all’oceano. Attraversavamo il lago remando, oltre la palude, lungo il torrente, fino a raggiungere la foce, dove l’acqua incontrava il cielo. Correvamo sulla spiaggia nella brezza salata, lasciando le barche sulla sabbia.
    Una volta abbiamo trovato il teschio di un dinosauro. O forse era un delfino

    Uova di razza, gusci di chiocciole e vetrini di mare.
    Prima del tramonto tornavamo verso il lago, per cena. Le strolaghe lanciavano i loro richiami spettrali. Per toglierci la sabbia dalle caviglie ci buttavamo dal molo strillando. Tuffi e salti mentre il cielo diventava viola.
    Più in alto, in collina, i cervi vagavano nei prati. Ma la loro grazia ingannava: erano pieni di zecche e le zecche portavano una malattia. Potevi impazzire, perdere i ricordi. Ti faceva gonfiare le gambe o sgonfiare la faccia come il muso di un bassethound

    Così quando chinavano quel collo elegante per brucare l’erba, qualcuno dei nostri si metteva a urlare cose brutte, a correre verso di loro agitando le braccia.
    Tra noi c’era chi si divertiva a vederli terrorizzati. I cervi saltavano come molle verso gli alberi, spaventati dal nostro potere. Qualcuno esultava mentre scappavano.
    Io no. Restavo in silenzio, dispiaciuta. Non era colpa loro se avevano le zecche.
    Per un cervo, gli umani devono essere dei mostri. Certi umani, perlomeno

    A volte, quando un cervo vedeva una persona, alzava le orecchie e rimaneva immobile come una statua, in attesa. Cauto, innocuo.
    Cosa sei? chiedevano le orecchie dritte. E io, cosa sono? A volte la risposta era, Sei morto.
    E il cervo piega le ginocchia e crolla.

    Ci eravamo portati i nostri animali: tre cani e una gatta, una siamese imbronciata con problemi di pelo. Forfora. I cani li vestiamo con dei costumi trovati in un baule di vimini, ma con la gatta non si poteva

    Graffiava.
    A un cane abbiamo messo l’ombretto azzurro e il rossetto. Ha il muso bianco, quindi il trucco si vede bene. Ci piaceva lasciare il segno. Subito dopo, il rossetto torna nella Fendi di una delle madri. L’abbiamo guardata metterselo, ignara. Bel colpo.
    Abbiamo organizzato uno spettacolo con i cani e invitato i genitori, visto che non c’era nessun altro. Ma i cani non erano addestrati e quindi non obbedivano. Due facevano i soldati, poi c’era una signora elegante a cui avevamo messo un reggiseno frivolo

    I soldati erano dei vigliacchi, praticamente disertori. Erano scappati via quando avevamo lanciato il grido di battaglia. (Un clacson strombazzante. Faceva hoh-onk).
    La signora ha fatto la pipì.
    «Oh, povera vecchietta, ha la vescica sensibile!» dice una madre grassoccia. «Ma quello è un tappeto persiano?».
    Madre di chi? Non era chiaro. Nessuno l’avrebbe confessato, ovviamente. Abbiamo cancellato la performance.
    «Ammettilo, che era tua madre» dice Rafe a Sukey, dopo che i genitori sono usciti

    Bottiglie di birra, calici, bicchieri da cocktail, quasi tutti vuoti. Prosciugati.
    Quei genitori avevano fretta, quindi.
    «Non esiste» fa Sukey decisa, scuotendo la testa.
    «E allora chi è tua madre? Quella col culone? O quella un po’ zoppa?».
    «Nessuna delle due. Quindi fottiti».

    "Uno dei migliori dieci libri del 2020" THE NEW YORK TIMES

    Lydia Millet

Lydia Millet I figli del diluvio

Traduttore : Gioia Guerzoni
Numero Pagine : 208
Prezzo : 18 €
ISBN : 979-12-80284-09-9
In libreria da : 17-06-2021

Un’estate, un gruppo di famiglie si riunisce in una villa a due passi dall’oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, in un infinito happy hour; mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l’un l’altro l’identità dei genitori, cercando di non essere collegati in alcun modo a quegli adulti imbarazzanti. Ma l’arrivo di un diluvio devastante sconvolge i loro piani. Il piccolo Jack, ispirato da una Bibbia illustrata, decide di salvare più animali possibile; sua sorella Eve e gli altri ragazzini lo aiutano, raccogliendo viveri nelle case sugli alberi. Ma la tempesta infuria, distrugge la villa e le città, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori, depressi e disorientati, per ritrovarsi da soli in un territorio caotico e irriconoscibile.

Ironico e drammatico, crudo e fiabesco, I figli del diluvio è un romanzo vertiginoso, che parla di una società fragile che corre ciecamente verso il disastro, dove gli adulti hanno perso ogni visione e dove la speranza può esistere solo nella radicale innocenza dei bambini, che si affidano alla Natura trovando nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuove risorse per reinventare il mondo.

Questo libro è per chi prende i giochi come un passatempo molto se­rio, per chi è stato stregato dall’inquietante allegoria del Signore delle mosche, per chi ammira le libellule che planano leggere sull’acqua come minuscoli elicotteri, e per chi ha capito che la parola paradiso fa parte di un codice, vuol dire solo un buon posto sulla Terra dove abitare.



0

Your Cart