Il vecchio lottatore

  • IL VECCHIO LOTTATORE


    Aurelio Silva era il lottatore più vecchio della famiglia dell’Alleanza.
    L’uso di chiamare “famiglia” un gruppo di lottatori che si allenano insieme è di origine brasiliana. Non avrebbe saputo spiegarne la ragione. Forse perché laggiù i legami di sangue si allentano presto – i padri scompaiono il giorno dopo aver messo incinte le donne o neppure si sa chi sono – e può apparire di conforto che esista un’altra idea di famiglia, fondata sulla libera scelta di un gruppo di uomini uniti dal sacrificio e dalla fatica

    Oppure poteva essere che “famiglia” è l’unica parola conosciuta per indicare individui tenuti assieme da qualcosa, fosse pure la pratica di gettarsi a terra e strangolarsi, rompersi le ossa, indursi alla resa.
    Ce n’erano stati due più vecchi di lui, ma erano morti.
    Il primo si chiamava Carlos ed era un uomo molto anziano, che sfiorava l’ottantina.
    Non si rimane lottatori fino a ottant’anni se non nello spirito.
    I dolori ti fermano prima, il corpo dice basta, ma Carlos aveva cominciato passati i settanta e, come ogni famiglia che tenga al suo nome nell’accezione più alta, cioè quella di un’entità capace di includere soprattutto i più incongrui, i più assurdi, quelli che non c’entrano niente, così l’Alleanza non solo l’aveva accolto ma ne aveva fatto un simbolo

    Era il tipo d’uomo che nella vita vuole provare ogni esperienza. Aveva nuotato, sciato, giocato a tennis. La lotta arrivò dopo lo yoga, che lo aveva annoiato. Si era legato al giovane maestro prima che alla disciplina. Il maestro era carismatico, infatti, e lo ricambiava, considerandolo il testimone migliore dei suoi insegnamenti. Se una tecnica la poteva fare Carlos, poteva farla chiunque.
    Era un vecchio curioso e della lotta gli piaceva la tecnica, quella sapienza per cui spostamenti minimi e intelligenti di una parte del corpo rovesciavano una situazione dalla disfatta al trionfo e altrettanto minimi errori determinavano la rovina

    Alla tecnica sola si dedicava, essendogli lo scontro vero precluso dall’età, appagato del ruolo di totem al quale lo consegnavano le membra scarnite ricoperte da una pelle di cuoio marrone con sfumature grigiastre, come di corteccia. Il suo corpo stava ormai tra la carcassa di un uccello e lo scheletro di un insetto, e dell’insetto e dell’uccello aveva anche la mobilità scattosa, capace di esprimere vitalità anche a un passo dalla fine.
    Era un uomo benestante e aveva saputo preservarsi, il suo fisico non era esausto, la buona alimentazione, il riposo, una prevenzione fondata su cure, soggiorni termali, piccole attenzioni facevano sì che gli fossero rimasti un residuo d’energie da spendere e ancora voglia di sbattersi

    Alla domanda: «Come va?» rispondeva sempre, con un tono di voce gracchiante assai facile da imitare: «Bene bene, tutto bene, finché siamo qui tutto bene».
    E così diceva ogni volta, con una sola variante. Quando si accorgeva di ripetere la stessa frase, faceva precedere
    la formula dell'inciso: "Tu sai già come la penso".
    Tu sai già come la penso, finché siamo qui va sempre bene.
    La lezione non cominciava se non c’era lui a comandare il saluto.
    Disse che andava bene bene, tutto bene fino a pochi giorni prima di spirare


    A tu per tu con sé stesso (e con Hemingway)

    Antonio Franchini

Antonio Franchini Il vecchio lottatore

Numero Pagine : 256
Prezzo : 17 €
ISBN : 978-88-99253-44-8
In libreria da : 24-09-2020

Un uomo rivede tutte le paure della sua vita nella gara di corsa della figlia; Francesco Esente discende il fiume in canoa per onorare lo spirito dell’amico scomparso; un vecchio lot­tatore sale sul ring un’ultima volta e, con la certezza della sconfitta incisa nei muscoli, riscopre il prodigio del combattimento. I personaggi di questi racconti vanno alla ricerca dell’istante perfetto in cui l’esistenza prende sen­so e si misurano con voragini di ce­dimento e di abbandono. Tutti provano a opporsi alla morte, ad aggirarla, evocarla, sbeffeggiarla; e guardano con ammirazione chi è già riuscito nell’impresa, soldati di una storia scolpita nella terra e negli oggetti, uomini con alle spalle una vita dedi­cata alla propria afición, che sia la corrida, la pesca, la lotta, la letteratura, o una qualsiasi ossessione accarezzata per ingannare il vuoto.

A dieci anni dal suo ultimo libro, Antonio Franchini torna con un’ope­ra che scompone e ricompone l’im­maginario emingueiano; e con una lingua limpida e solenne rivela fragili­tà e paure dell’uomo contemporaneo, che solo quando smette di opporsi può trovare un proprio modo di stare al mondo, dove imperfezioni e sconfitte contano assai più di pregi e vittorie.

Questo libro è per chi ha sfidato ignaro il gelo delle acque al Rionero, per chi ha capito che nella lotta non serve lo “sguardo della tigre” ma la fissità inquietante dell’occhio della gallina, per chi rimpiange il gesto impeccabile dei bambini quando fingono di morire nei loro giochi di guerra, e per chi vive da sempre con una consapevolezza acuta, una nostalgia preven­tiva, come vedesse prossima la fine del suo mondo.



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