Il weekend

  • Non era la prima volta che accadeva. Si svegliava presto, nella luce ancora livida, con un desiderio sereno ma impellente di andare in chiesa.
    Declino cognitivo, senza dubbio. Lesioni al lobo frontale, religione, paura della morte, erano tutti sintomi della stessa cosa. Jude non si faceva illusioni.
    Quell’anelito, se così si poteva definire, era un mistero, un’esigenza che nasceva da dentro, una specie di fitta che si presentava ciclicamente e, nonostante fosse ormai una consuetudine, arrivava ogni volta acuta e inaspettata

    Come l’artrite che le divampava alla base del pollice. Il fatto era che quella sensazione non c’entrava niente con il Natale, né con qualsiasi altra cosa potesse accaderle da sveglia. Apparteneva alla sfera del sonno, al suo io sognante.
    All’inizio ne era infastidita, ma ormai Jude non opponeva resistenza. Era il mattino del 23 dicembre, e stesa nel suo letto bianco immaginava lo spazio fresco e buio di una cattedrale dove poter stare sola, accolta da una forza delicata e invisibile

    Immaginò di inginocchiarsi, di appoggiare la fronte sull’antico legno della panca davanti a sé e di chiudere gli occhi. C’era pace, in quell’ideale oasi di silenzio.
    Disfunzione del lobo frontale, poteva scommetterci. Alla sua età era inevitabile.
    Alla visione della morbida sfera grigia del suo cervello si sovrappose quella di un piatto di cervella d’agnello. Le erano sempre piaciute le cervella, le ordinava spesso al ristorante, con Daniel. Ma l’ultima volta, alla vista di quei tre bocconi mollicci messi in fila su un piatto rettangolare, le si era rivoltato lo stomaco

    Erano così piccoli che si potevano mangiare con un cucchiaino, e in quel raffinato ristorante turco li servivano così com’erano, senza l’inganno della panatura o delle guarnizioni: tre semplici grumi di materia grigia bollita su un letto d’insalata. Le aveva mangiate, naturalmente, come dettavano i suoi princìpi: mai rifiutare ciò che viene offerto. Anzi, ciò che viene scelto, in questo caso. Ma il primo boccone le si era spappolato in bocca come un burro morbido, troppo saporito; tiepido e cinereo, sapeva di tarme, o di morte

    In quel momento era stata scossa dalla brusca visione dei tre agnellini, tre esseri viventi in grado di usare i cinque sensi e di provare piacere e sofferenza. Dopo qualche forchettata non era più riuscita a proseguire e Daniel aveva mangiato il resto. Non voglio morire avrebbe voluto dirgli.
    Naturalmente non lo fece. Chiese invece a Daniel del romanzo che stava leggendo. William Maxwell, o William Trevor: li confondeva sempre. Daniel era un buon lettore. Un lettore come si deve. Prendeva in giro gli uomini che non leggevano narrativa, ovvero quasi tutti quelli che conosceva

    Secondo lui avevano paura di qualcosa che era dentro di loro. Paura di essere smascherati, di non capire – o più probabilmente del contrario: era la prospettiva di capirsi a spaventarli a morte. Se la rideva, Daniel. Dicevano di non avere tempo, e questa per lui era la cosa più esilarante di tutte.
    Jude si tirò il lenzuolo fin sopra il mento. L’aria era già appiccicosa, il cotone fresco sul suo corpo sudato.
    Cosa sarebbe successo se un mattino non si fosse svegliata? Se fosse morta di notte, nel suo letto? Nessuno l’avrebbe saputo

    Sarebbero passati interi giorni. A un certo punto Daniel l’avrebbe chiamata e non avrebbe avuto risposta. E poi? Non ne avevano mai parlato, di cosa fare se fosse morta nel suo letto.
    Lo scorso Natale Sylvie c’era, questo Natale non c’era più – e adesso stavano per andare a sgombrare la casa di Bittoes. Portate via quello che volete, aveva scritto Gail da Dublino in un’e-mail. Prendetevi una vacanza. Come si poteva definire una vacanza svuotare la casa di un’amica morta? Ma era Natale, e Gail si sentiva in colpa per essersene tornata in Irlanda lasciando loro quell’incombenza, quindi

    .. portate via quello che volete.
    Jude non voleva niente. Per le altre non poteva parlare.
    Erano passati undici mesi da quando avevano sepolto Sylvie.
    La commemorazione si era svolta al ristorante (ormai irriconoscibile: del vecchio locale restava solo il nome), con cibo delizioso, ottimo champagne e discorsi accorati. Wendy era stata brillante, sincera, poetica. Gail singhiozzava disperata, in silenzio, con il povero fratello di Sylvie, Colin, che le sedeva accanto abbattuto, incapace di un qualsiasi gesto per consolarla

    Colin aveva ottantun anni, era stato addetto alla manutenzione del verde nel campo da golf della loro città natale, dov’era rimasto mentre il resto della famiglia si trasferiva altrove. Non era mai riuscito ad accettare l’omosessualità della sorella.
    Alla fine Sylvie era stata sepolta dove nessuno si aspettava: in una tomba all’antica a Mona Vale, accanto ai genitori. Jude, Wendy e Adele erano andate al cimitero con Colin e Gail, e Andy ed Elektra, del vecchio gruppo. Si erano radunati sotto il sole cocente attorno a un sacerdote addolorato (un prete! Per Sylvie!) e Jude aveva raccolto una manciata di terra per gettarla nella fossa

    Era strano che in tutti quegli anni non l’avesse mai fatto e nemmeno visto fare a nessuno, se non nei film. Lì per lì, inginocchiarsi nella polvere e grattare il pietrisco con le unghie smaltate le era parso una stupidaggine, ma quando si era rialzata e aveva lasciato cadere la terra sulla bara di Sylvie, un sospiro di terribile pena l’aveva scossa per poi abbandonarla, perdendosi nel frinire luminoso e assordante delle cicale.

    “Come faceva Wendy a non capire che alla loro età non c’era niente di più importante che sembrare come minimo delle persone sane di mente?”.

    Charlotte Wood Il weekend

Charlotte Wood Il weekend

Traduttore : Chiara Baffa
Numero Pagine : 240
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-81-4
In libreria da : 06-08-2020

Jude, Wendy e Adele, tre donne set­tantenni, hanno un triste compito: svuotare la casa delle vacanze di Sylvie, che è morta di recente. Sono amiche da sempre, eppure adesso sembrano non ricordare il perché: era Sylvie a tenerle unite e in equilibrio tra loro. Jude è precisa e severa, non si lascia mai andare; Wendy è spesso tra le nuvole e si ostina a portare ovunque il vecchio cane Finn; Adele sogna ancora un futuro da attrice ed è in perenne attesa dell’occasione giusta. Così, durante un caldo e piovoso weekend sulla costa australiana, mentre il fantasma di Sylvie appare alle tre donne in luoghi e momenti impensabili, emergono conflitti e antichi rancori, segreti e tradimenti. Ma sono le bugie che le amiche raccontano a se stesse a mettere a dura prova il loro rapporto.

Con tenerezza, umorismo e un’inattesa vena surreale, Charlotte Wood svela il mistero e la forza dell’amicizia, e le inquietudini dell’età matura. Ma quando il passato si colora di tutte le sfumature del vissuto, allora il futuro si illumina, e tenendosi per mano le protagoniste riescono a vincere la paura, sicure di poter contemplare insieme un nuovo orizzonte.

Questo libro è per chi in vacanza fruga nella valigia dei compagni di viaggio, per chi (non) ha paura di Virginia Woolf, per chi cerca una ri­sposta negli occhi fiduciosi di un cane, e per chi è rimasto a riva per tutta la vita e, davanti al bagliore dorato dell’acqua, trova il coraggio di abbandonarsi al richiamo dell’oceano.



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