Io sono la bestia

  • Mimì

    E Mimì pensa che li ammazza tutti. Tutti, se non se ne vanno, se non se ne vanno da lì, se non lo lasciano da solo, in quella sala, Mimì fa un macello, li ammazza tutti. In quella sala, dove ci sono stati momenti belli, solo momenti belli, serate di carte, vino, amici, parenti, discorsi, progetti, risate, donne di là a dormire, in quella sala, che la si apriva solo per questo, per le serate. E ora, tutto umido, tutto suda, e una bara, chiusa, circondata dalle sedie, sedie ovunque

    Le donne, sedute, che si fanno aria con i ventagli, i maschi, in piedi, che vanno e vengono, i vestiti, la pelle, tutto umido, tutto suda, i mobili pure, tutto. Le persone, le tazze, i thermos, le moke. Tutto. E c’è un odore in quella sala, un odore insopportabile che si posa ovunque, caffè corretto con l’anice. Lo bevono solo i maschi, mentre vanno e vengono, si scambiano cenni, sguardi. Le donne, invece. Alcune piangono, alcune guardano il pavimento, tutte si muovono sulla sedia, zitte. I maschi escono fuori a fumare, rientrano, si guardano tra loro, cenni, sguardi

    C’è tutto un odore in quella sala, e fiori, corone di fiori, a circondare la bara.
    Tutto umido, tutto suda.

    E poi c’è uno stendardo, accanto alla bara. Uno stendardo enorme, con una stampa di un Cristo, un Cristo con gli occhi che sembra che ti guardano, e il viso rivolto un poco verso sinistra. Il viso di Cristo, in quella sala. Una bara al centro, una bara chiusa, piena, piena di un corpo. Un corpo di quindici anni, un metro e sessanta scarsi, centotrenta chili, capelli neri, ricci, occhi neri, piccoli, guance rosse

    Ma non si vede, non si vede, non si vede niente, la bara è chiusa, è piena, ma è chiusa, la bara. E Cristo, nello stendardo, il viso rivolto un poco verso sinistra, gli occhi che sembra che ti guardano.

    La bara è chiusa perché il corpo che la riempie è in uno stato che è meglio lasciare la bara chiusa. Nessuno l’ha detta questa cosa, ma tutti la sanno, questa cosa. In quella sala tutti sanno, e tutti guardano la bara. Sedie ovunque, le donne sedute, i maschi in piedi, tutti guardano una bara, il legno, il legno chiaro

    Mimì ci gira attorno, alla bara. Da ore, sudando, passando tra le corone di fiori, scalciandone una ogni tanto, una che gli intralcia i piedi. La scalcia, Mimì, quella corona di fiori tenuta unita da nastri rossi e bianchi, quella corona che dovrebbe avere un significato sacro, ma no, no. La scalcia, Mimì, mentre gira, gira attorno alla bara. Un dito tra i denti, una mano a stringere l’altro braccio. Sa che tutti gli guardano la gobba. Tutti, da sempre, gli guardano la gobba. Anche chi lo conosce bene, anche chi lo vede ogni giorno

    Lui lo sa. E gli fa rabbia, a Mimì, rendersi conto che sta pensando alla sua gobba, in quel momento. Gli fa rabbia e morde il dito. Quasi lo rompe.

    Gira attorno, gira attorno alla bara. Pensa che la dovrebbe aprire, la bara, vederlo, suo figlio, comunque sia combinato, a lui non gliene frega nu cazzu, lo vuole vedere, suo figlio, c’avrebbe il diritto. Ci pensa, Mimì, sudando, ci pensa, vedere quel corpo, quel corpo che riempie quella bara, in quella sala. Poi però, mentre sta lì che gira e pensa, Mimì, con il dito tra i denti, mentre sta lì così, lo distraggono

    Un amico, un’amica, un cugino, uno zio, vengono lì, lo abbracciano, forti, silenziosi, non dicono niente. Pensano di poter dire qualcosa, dare qualcosa, forti, silenziosi. Ma no, non dicono niente, non danno niente.

    Caldo di scirocco, tutto umido, i vestiti, la pelle, i mobili. Fine settembre, fa caldo come ad agosto, la casa piena di gente, in quella sala sono in troppi. Mimì tocca la bara, ci trascina sopra un dito, il dito si bagna, tutto umido, pure la bara umida, la bara

    Mimì la vorrebbe aprire, la bara, vedere quel corpo che la riempie. Lui ne ha diritto, lui è suo padre, il padre del corpo che riempie la bara. E ci pensa, Mimì, se lo chiede, se si può dire che lui è padre di un corpo, non più di un figlio vivo, vero, vivo, ma padre di un corpo, solamente di un corpo che riempie una bara. Poi Mimì sente un urlo, è una delle donne sedute. Una cosa dolorosa, dovrebbe essere, una cosa dolorosa, ma per Mimì no. Si volta verso quella gente, li guarda tutti

    No, non c’è niente di doloroso se una di quelle donne urla. Mimì ci pensa. Non lo sanno, loro, non lo sanno cosa sono le cose dolorose. E li guarda, tutti, tutti in quella sala. Tutta quella gente, in quella sala, a cosa pensa? Pensa al da farsi? Pensa a come poter aiutare Mimì? Pensa a come poter aiutare la famiglia di Mimì? A cosa pensa, quella gente, a quanto sia tremendo essere lì, in quella sala, tutti insieme, ammassati in un dolore? Che poi dolore non è. Mimì ci pensa, non è per tutti dolore

    Nemmeno per lui, no, non è dolore. È un’altra cosa.

    Andrea Donaera

Andrea Donaera Io sono la bestia

Numero Pagine : 240
Prezzo : 16 €
ISBN : 978-88-94938-46-3
In libreria da : 26-09-2019

Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie.
Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia.
In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica, Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.

Questo libro è per chi vorrebbe entrare in un libro, così da fermarsi in quelle pagine di mondo, per chi adora fare colazione con giornali, caffè e pasticciotti, per chi ha fatto di una scopa una chitarra cantando Come as your are dei Nirvana, e per chi ricorda la prima volta che ha provato paura per qualcun altro, la scossa profondissima che gli ha tolto le parole e squarciato il cuore.



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