La parte migliore degli uomini

  • I
    Willie

    Nelle fotografie che mi ha mostrato, William Miller sembrava un bambino introverso, assennato e insignificante.
    Era nato nel 1970 ad Amiens, dove mi ha sempre detto di aver trascorso un’infanzia lì per lì piuttosto serena, ma terribilmente triste a posteriori. Aveva la pelle chiara e sopracciglia folte. Era uno studente mediocre, non troppo brillante, e l’unico ricordo della scuola elementare che abbia mai evocato in mia presenza era il continuo bisogno di fare pipì, che gli attirava gli sberleffi degli altri

    Se la faceva addosso nel letto, tra le lenzuola. Ma insomma, a parte questo, non lo si poteva davvero defi nire un “martire”.
    Suo padre, di origini ebree ashkenazite, lavorava nel tessile e aveva tentato di avviare un negozio ad Amiens, vicino al municipio, ma non aveva avuto successo ed era finito a fare il commesso in un grande magazzino di biancheria.
    Sua madre faceva la casalinga.
    William aveva due fratelli, dei quali ignoro i nomi. Lui era il più giovane. Cominciò a portare gli occhiali molto presto

    I suoi genitori divorziarono quando lui aveva dieci anni. William andò a vivere con la madre, in una casa non lontano dal quartiere Étouvie. Il padre prese in affitto un appartamento. William non lo vedeva quasi mai, se non da lontano. Quando il padre doveva passare con lui un fine settimana, lo lasciava alla zia, a Compiègne, dove William giocava volentieri ai cavalieri del re tra le rovine del castello, vicino al parcheggio.
    Un giorno, seduti su una panca rivestita in pelle accanto al bancone del bar, stavamo parlando proprio di questo

    Lui faceva girare sul polso il grosso orologio d’argento, si sistemava la parrucca fuori posto per le continue risate, e ricordo che mi spiegò: «Allora mi pareva normale, non stavo né male né bene, capisci? Ora che conosco la vita, so che era una cosa di un’infinita tristezza».
    Sorrideva. I suoi fratelli erano grandi; credo che il primo adesso abbia un incarico amministrativo e il secondo fosse scappato di casa per poi finire nell’esercito. Dagli otto o nove anni e per tutta l’adolescenza i suoi rapporti con loro si limitarono, in generale, a un: «Ciao, cosa c’è in frigo?»

    Ingrassava.
    «Ripensandoci, mi rendo conto di quanti silenzi dovevano esserci in una casa come quella, dove l’amore si era spezzato, sai. Come una corda...».
    Giocava a tennis. L’aveva iscritto il padre, perché facesse un po’ di sport. William detestava il suo corpo, avrebbe voluto che lo lasciassero in pace. Giocava relativamente male e si chiudeva nei bagni per ore intere. Con il passare degli anni si fece qualche amica, sempre e solo ragazze. A scuola aveva anche amici maschi, è vero, ne parlava, ma non erano mai stati rapporti molto profondi

    C’era stato quel Guillaume con cui giocava a tennis la domenica, ma poi se n’era andato nell’est del paese per frequentare una scuola professionale. Aveva i capelli rossi, non parlava mai, non aveva alcun senso dell’equilibrio in bicicletta. La cosa non era andata oltre qualche festicciola di compleanno, a casa sua.

    “Il tesoro di un uomo è in ciò che lascia di sé o in ciò che conserva per sé?”.

    Tristan Garcia

Tristan Garcia La parte migliore degli uomini

Traduttore : Marcella Uberti-Bona
Numero Pagine : 288
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-59-3
In libreria da : 13-02-2020

Nel 1989, William arriva a Parigi dalla provincia, e deve ancora trovare un posto nel mondo. Presto però incontra Dominique, attivista per i diritti degli
omosessuali, che lo guida nella vita culturale e notturna cittadina e diventa il suo compagno. La loro storia si intreccia con quella di Jean-Michel, filosofo e professore, amico di Dominique e amante della giornalista Elizabeth. È lei a raccontare le loro storie, storie segnate da una nuova malattia, l’aids, che trasforma Dominique in un paladino della prevenzione, e William nel suo nemico: per lui prevenire significa vietare il piacere. Jean-Michel, che nel frattempo imbocca la carriera politica, in un suo saggio definisce William l’emblema del vuoto contemporaneo, e William la ritiene una consacrazione del suo personaggio mediatico.
Nel suo romanzo d’esordio, Tristan Garcia racconta di quattro personaggi dalle vite esagerate in lotta perpetua tra ideali e realtà, di svolte intellettuali
imprevedibili e controverse ma anche di maturità conquistata e pace ritrovata, e dimostra che la parte migliore degli uomini è un luogo del cuore che solo l’amore conosce e solo la scrittura conserva.

Questo libro è per chi va a vivere da solo ma continua a dormire dagli amici, per chi ancora fantastica su Chewbecca e il Millennium Falcon, per chi è così controcorrente da affermare il contrario e il contrario del contrario, e per chi ha capito che amare è impegnarsi anche quando non si ama più, nel rispetto della promessa di aver voluto amare per sempre.



0

Your Cart