Non devi dirmi che mi ami

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    Quaranta coltelli

    Nel 1972 o ’73, o forse nel ’74, i miei genitori organizzarono per l’ultimo dell’anno una festa a dir poco pericolosa nella nostra casa di Wellpinit, Washington, nella riserva indiana Spokane.
    Abitavamo in una casa a due piani: il primo era un seminterrato senza porta, il secondo aveva l’entrata principale e quella sul retro raggiungibili tramite due scale di quattordici gradini ognuna. Era stata costruita dalla nostra tribù usando i soldi provenienti dal Dipartimento della casa e dello sviluppo urbano, anche conosciuto come hud

    La nostra casa di famiglia marchiata hud era nuova, ma finita solo per metà quando ci trasferimmo lì, e resta incompleta, e progettata senza nessuna logica, più di quarant’anni dopo. Valeva venticinquemila dollari al momento della costruzione, e credo che il suo valore sia più o meno lo stesso anche ora. Non parlo la lingua della mia tribù, ma sono sicuro che non esistano parole in Spokane per rivalutazione immobiliare.
    Il piano superiore della nostra casa hud ospita un piccolo bagno con una porta troppo stretta e un cucinino senza finestre, entrambi aggiunti in extremis nei disegni finali abbozzati in fretta da un rappresentante tribale senza alcuna competenza in materia di architettura

    Non sono cresciuto in una casa da sogno. Ho abitato in un’improvvisazione di legno.
    Al piano di sopra, quello con bagno e cucina, c’è anche una minuscola cameretta che era stata delle mie sorelle piccole, gemelle omozigote, durante l’infanzia. Kim e Arlene, non si sono mai sposate. Ora hanno quasi cinquant’anni e non hanno mai vissuto a più di un paio di chilometri di distanza l’una dall’altra, forse perché non riescono a eludere il loro legame gemellare.
    Allo stesso piano c’è la camera matrimoniale, dove il mio defunto padre dormiva da solo, e un salotto sproporzionatamente grande, dove la mia defunta madre dormiva su un divano

    Il mio defunto padre, Sherman Alexie Senior, era un indiano Coeur d’Alene. Fisicamente era aggraziato e forte, esperto di balli da sala, di danze per i powwow e di basket. Odorava sempre del fumo di un buon cubano mischiato a quello di decine di sigaracci da due soldi. Da adolescente iniziò ad assomigliare all’attore Charles Bronson, e con gli anni la somiglianza aumentò sempre di più. Introverso, depresso, passava la maggior parte del tempo a risolvere cruciverba davanti alla tv.
    La mia defunta madre, Lillian Alexie, cuciva leggendarie trapunte e fu una delle ultime persone a parlare fluentemente la nostra lingua tribale

    Era minuta, alta più o meno un metro e mezzo quando è morta. Ed era così bella e loquace e brillante che avrebbe potuto interpretare se stessa in una commedia hollywoodiana, se mai a Hollywood si fossero presi il disturbo di scritturare indiani veri per ruoli di indiani inventati.
    Non so se i miei genitori si amassero. Sono sicuro che platonicamente si volessero un gran bene.
    Hanno iniziato a dormire separati da quando ci siamo trasferiti nella casa hud all’inizio degli anni Settanta, fino alla morte di mio padre per insufficienza renale da alcolismo, nel 2003

    Dopodiché, mia madre ha continuato a dormire da sola su un divano in salotto (ce ne sono stati una serie) fino alla sua morte, nel 2015. I miei non erano una coppia affiatata a livello fisico. Non ho mai visto, sentito o fiutato alcuna prova, esclusa l’esistenza di noi figli, del fatto che mia madre e mio padre abbiano fatto sesso durante il matrimonio. Se proprio dovessi indovinare il numero di volte in cui si sono ritrovati nudi e umidi insieme, probabilmente direi: «Be’, hanno concepito quattro figli, quindi diciamo che hanno fatto sesso tre volte per dovere (le gemelle contano per una volta sola) e quattro per piacere»

    Io e il mio fratello maggiore, Arnold, avevamo le nostre camere nel seminterrato, entrambe quasi completamente finite. Lui però passava gran parte del tempo con una famiglia di cugini, quasi fossero i surrogati dei suoi veri genitori e fratelli. Voglio bene ad Arnold, ma a volte in quel periodo mi sembrava un estraneo, e immagino che ultimamente lui possa dire la stessa cosa di me. Non si è mai sposato, ma da una decina d’anni sta con una donna bianca, è chiassoso e divertente, ed è amato da tutti nella nostra tribù

    Nel locale della caldaia e in lavanderia, sempre nel seminterrato, il pavimento non è altro che una colata di cemento e le pareti sono un misto di compensato e intonaco. Scavato un metro e mezzo sottoterra, il seminterrato si allagava ogni volta che pioveva un po’ più del solito e ha puzzato di muffa e disinfettante fin dall’alba dei tempi.
    Il mio fratello minore, James, che è anche nostro cugino di secondo grado, è stato adottato dai miei quando era poco più che un neonato

    Di quindici anni più giovane di me, si è accaparrato la mia stanza dopo che sono partito per il college. Era così affamato quando lo abbiamo preso con noi, che avrebbe fagocitato qualunque cibo o bevanda si trovasse nelle sue vicinanze, compresi i pasti di altre persone. Una volta, mentre eravamo distratti, si scolò la Pepsi light da un litro e mezzo di mio padre in un unico, lunghissimo sorso. Aveva solo tre anni. Lo trovammo divertente. Non ci chiedemmo per quale motivo quel bambino avesse così tanta sete


    James aveva solo cinque anni quando andai via dalla riserva. Penso di essere stato più uno zio assente che un fratello maggiore, per lui.
    Intelligente, bello, magro e anche lui sposato con una donna bianca, James è laureato in Economia.
    Ah, il mio fratellino è il mio capitalista preferito.

    “Se voi credenti volete mettermi con le spalle al muro – se volete costringermi a scegliere la Parola di Dio – di parola ne sceglierò una sola. E quella parola sarà un verbo. E quel verbo sarà ‘tornare’, perché sento sempre il bisogno di tornare, tornare al luogo in cui sono nato, alla mia riserva, alla casa mai finita dove ho passato l’infanzia"

    Sherman Alexie

Sherman Alexie Non devi dirmi che mi ami

Traduttore : Laura Gazzarrini
Numero Pagine : 472
Prezzo : 21 €
ISBN : 978-88-94938-17-3
In libreria da : 07-02-2019

Sherman Alexie è nato nella riserva indiana di Wellpinit, nello stato di Washington. Il padre, un indiano Coeur d’Alene, era un uomo introverso, alcolizzato, che adorava i powwow e il basket. La madre, Lillian, un’indiana Spokane, sapeva parlare la lingua nativa e cuciva leggendarie trapunte per mantenere la famiglia. Sherman cresce con questa donna bella, loquace, brillante, ma anche feroce, bugiarda e superba. E trasforma la storia della sua infanzia in una trapunta di parole. Racconta di una festa di Capodanno, dove bambino si difende dagli adulti ubriachi bloccando la porta con coltellini da burro; racconta della sorella Mary, che perde la vita in un incendio; racconta dei salmoni selvaggi, che il suo popolo adorava da millenni e sono ormai scomparsi dai fiumi della riserva. Ma racconta anche delle sue malattie, della fuga a Reardan, di violenza e povertà.
In frammenti, dialoghi, poesie, prose, Sherman Alexie ripete e rinnova il passato, inganna e si autoinganna, nel tentativo di prolungare la conversazione con Lillian, la madre che non smette di apparirgli come un fantasma anche dopo la sua morte. Non devi dirmi che mi ami è un memoir e il commiato, ironico e toccante, di un figlio che vuole liberarsi dal rancore e dalla colpa per accettare, infine, l’amore contraddittorio della madre.

Questo libro è per chi non sa nuotare ma cammina nel fiume con l’acqua alle ginocchia, per il lungo viaggio della canzone Io che non vivo (più di un’ora) senza te, per chi ha sconfitto i mostri e il buio danzando fino all’alba, e per chi prende a pugni le metafore e trova le parole di una storia, una bellissima bugia che ha sempre il profumo di casa.



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