Pattinando in Antartide

  • La madre di Schrödinger

    Non sono del tutto soddisfatta del livello di bianco nella mia vita. La mia camera da letto è bianca: bianchi i muri, specchi color ghiaccio, bianche le lenzuola e le federe, bianche le veneziane. Più di così non ho potuto. Una certa mancanza di coraggio – non vorrei passare per esagerata – mi ha impedito di avere testiera e comodini bianchi. Sono color legno, e un po’ mi disturbano. Nella piccola stanza, la parete ad armadi rivestiti di specchi davanti al letto riflette tutto quel biancore, rendendola grande il doppio

    Un po’ di tempo fa ho chiamato un muratore per ricavare un’altra stanza in casa, e mi ha chiesto di che colore volessi i muri. Bianchi, ho risposto, come in tutto l’appartamento. «Così non ci sono problemi sulla scelta della carta da parati» ha concluso l’operaio senza entusiasmo. Per lui era l’unica ragione valida per tinteggiare di bianco le pareti. La mattina, se assumo la posizione giusta appena sveglia, apro gli occhi su una distesa di bianco e nient’altro. Il bianco tenero delle lenzuola, con ombre d’un bianco più scuro nelle pieghe del piumone

    Un bianco abbagliante, solcato da linee dove la parete arriva al soffitto o si incrocia con un’altra: angoli di novanta gradi in varie sfumature di bianco. Bianco a ripetizione, se sollevo appena gli occhi fino allo specchio di fronte. Momenti d’indescrivibile gioia, la mattina. Dopo, sarò costretta ad ammettere i colori nella mia giornata, ma per un po’ posso crogiolarmi in un’immensa e all’apparenza sconfinata distesa di bianco.
    Se vado indietro con la memoria, il desiderio del bianco assoluto, del whiteout, si associa all’idea di essere ricoverata in un ospedale psichiatrico

    Non ai tempi della mia prima degenza, a Hove – un sobborgo di Brighton – quando avevo quattordici anni ma, più avanti, quando ne avevo venti, ventuno, e il Centro di igiene mentale Maudsley a Londra era diventato il mio ambiente preferito. Mi sembrava che le bianche lenzuola dell’ospedale potessero offrirmi quel che volevo: un rifugio sicuro, un candido oblio. L’oblio, in senso stretto, era quel che cercavo, ma le lenzuola candide erano una buona approssimazione, o così credevo.
    La realtà dell’ospedale londinese era in verità piuttosto diversa, benché le lenzuola fossero bianche

    Sorella Winniki, l’infermiera mezza pazza (tale e quale all’infermiera Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo), in nome dell’igiene mentale mi strappava di dosso le bianche lenzuola fruscianti a un’ora antelucana. «Su, su, su, signorina Simmonds. No dobbiamo stare letto, viene depressione». Depressa lo ero già, desideravo solo le condizioni giuste per rimanere così, ma in manicomio non era permesso. A poco più di vent’anni passai diciotto mesi della mia vita dentro e fuori questo o quell’ospedale di Londra, senza mai ottenere ciò che volevo

    Sorella Winniki era come una raffica di vento. Percorreva il suo (o, come pensavo allora, il mio) reparto a tutta velocità, parlando con quel suo stentato accento londinese e le storpiature estoni. «Come andiamo oggi, qui?» urlava, ed era già scomparsa prima che noi avessimo il tempo di mettere insieme una risposta. Così, una paziente apprendeva che quel giorno sarebbe stata sottoposta a elettroshock, un’altra che se avesse saltato la terapia occupazionale ne sarebbe stato informato il professore, un’altra ancora che le erano state cambiate le medicine

    Sorella Winniki comandava tutto, anche se si capiva che sarebbe riuscita a mantenere il controllo solo finché avesse continuato a muoversi sfrecciando qua e là con uno sbatter di tacchi e uno sforbiciare di gambe inguainate di nero, mentre la sua bocca dipinta di arancione brillante gridava disposizioni e richiami. A suo modo di vedere, una sana corsia di malati di mente era una corsia dove tutti si tenevano occupati, ma tenersi occupati non è certo la cosa che i malati di mente sanno fare meglio – a eccezione, va da sé, di coloro che lo fanno fin troppo bene: di conseguenza, c’era una costante tensione fra l’attività frenetica della Winniki e il nostro torpore

    Io dovevo lottare con Sorella Winniki per raggiungere anche solo un minimo di oblio; e poiché l’oblio o è assoluto o non esiste affatto, non riuscivo mai ad averla vinta.

    Ora la superficie del mondo era diventata ghiaccio sottile e pericoloso su cui camminavamo in punta di piedi – persino mia madre – fingendo che adesso ogni cosa fosse a posto. Non durò a lungo.

    Jenny Diski

Jenny Diski Pattinando in Antartide

Traduttore : Francesca Bandel Dragone
Numero Pagine : 240
Prezzo : 18 €
ISBN : 978-88-94938-33-3
In libreria da : 07-11-2019

Alla fine degli anni Novanta, Jenny Diski osserva la propria stanza da letto interamente bianca e ripensa al candore degli ospedali dove era stata ricoverata quando era una ragazza in crisi. Per lei il bianco è un sottrarsi alla vita, ai pensieri, all’incessante frastuono dei ricordi. E poco a poco diventa un desiderio prepotente, che si traduce in un piano preciso: spingersi fino in Antartide, alla ricerca del bianco assoluto, dove perdersi e dimenticare.
Ma mentre il piano si realizza, il passato e il presente si accavallano, rifiutano di essere lasciati indietro. Nella fuga verso l’Antartide la memoria di Jenny torna alla madre di cui non ha notizie da trent’anni, al padre truffatore, alla depressione, alla madre adottiva, Doris Lessing, di cui scriverà nel memoir In gratitudine. E porta con sé anche la curiosità di sua figlia, determinata a rintracciare la nonna materna. Sul bianco tanto desiderato appaiono macchie di colore, arcobaleni imprevisti. E l’esplorazione di sé si riflette nei panorami antartici, dove il bianco si declina nelle infinite sfumature di azzurro di iceberg stupefacenti, e la presenza umana è solo accennata.
Con una scrittura forte ed evocativa che si tinge di un umorismo e di una sincerità disarmanti, Pattinando in Antartide è il racconto di un viaggio ai confini di sé e del mondo, alla ricerca del perfetto equilibrio tra la memoria e il dolore, tra l’affermazione della vita e la cieca tentazione del vuoto.



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