Qualcosa che s’impara

  • Preludio

    L’uomo che si chiama Macbeth. Lione, Francia, anni Ottanta. A teatro. Una sera di vento.
    Un uomo e la sua ombra. E la sua ombra è brace. La vedi muoversi nel buio appena rischiarato da una luce sul fondo – un rossore con riflessi grigiastri. Ha qualcosa di lugubre e d’incanto.
    Cova nell’uomo in piedi laggiù, in posizione soprana rispetto a noi. E cova in tutte le persone sedute con me a fare da pubblico.
    È un rapporto intimo quello che l’uomo ha instaurato con ciascuno di noi, come se la sua ombra a ciascuno di noi appartenesse

    O meglio, come se ciascuno di noi facesse parte della sua ombra e ne alimentasse la brace. È una sensazione che crea disagio. Brucia e raggela. Rallenta lo scorrere del tempo.
    Guardiamo tutti l’uomo, la sua ombra, la sua brace. E mentre la brace balena, danza come una fiamma, l’uomo rimane immobile, assorto, schiavo di un sospetto, chiuso in una ambizione, in una incertezza.
    È vestito di nero, neri i capelli la barba le scarpe, solo la fronte e gli zigomi pallidi – visti da dove mi trovo sono un riflesso di luna sul mare

    L’uomo ha mangiato l’insana radice che fa prigioniera la ragione – è il suo destino. Ora calcola, progetta e vede fantasmi. Per noi, è lui un fantasma – in carne e ossa. Una escogitazione.
    Pronuncia le parole che lo hanno generato e lo fanno esistere sul palcoscenico del mondo, nelle menti degli umani, le parole che gli danno forma, anima. Con tutta la sua brace, questo uomo non è che una rete di pensieri e pulsioni, un soffio di parole ardite, un rovello di sentimenti contrastanti

    Di volta in volta, altri gli prestano ossa pelle polmoni, perché possa respirare e agire, avere parvenza. E lui è solo quello che dice. La frase rispetta la sua doppia natura: lui è colui che dice e, al tempo stesso, lui è ciò che dice.
    In questo preciso momento, quando tutto deve ancora accadere, sta dicendo: «Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto». Parla rauco a se stesso, non considera la nostra presenza. «Se l’assassinio potesse bloccare nella rete le conseguenze e con la cessazione di esse assicurare l’esito del mio atto, così che questo solo colpo fosse il principio e la fine, qui, qui soltanto, su questo banco, su questa secca del tempo, arrischieremmo con un salto la vita futura»

    Raccoglie le mani al petto, le dita come artigli per trattenere le conseguenze del gesto vagheggiato e impedire che producano effetti.
    Mi sembra stia guardando me. Cerca i miei occhi – ho questa impressione, questo ricordo. Ma ho pure la sensazione che, nel medesimo istante, lui, immortale, fissi negli occhi a uno a uno tutti i mortali presenti in sala – siamo un centinaio. È il suo modo di condividere il segreto che lo tormenta.
    Abbassa lo sguardo, la sua voce è una febbre: «Ma in casi come questo abbiamo da subire un giudizio anche qui, giacché non facciamo che insegnare opere di sangue, le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro»

    Non c’è inganno, trucco, illusione. Non può fermarsi. Non è qui per noi, è qui per compiere l’azione e patire le conseguenze. D’altronde, è nei sogni che cominciano le responsabilità.
    E non basta. L’uomo davanti a noi non è soltanto le sue parole, è anche le parole degli altri, quelle che gli altri adoperano per descriverlo e raccontarlo.
    Sua moglie, ad esempio. Sua moglie ha appena commentato fra sé e sé: «Temo la tua natura: è troppo imbevuta del latte della bontà umana, perché tu possa seguire la via più breve»

    È una giovane donna, più spavalda e sicura del marito. «Desiderio d’essere grande ce l’hai, l’ambizione non ti manca, ma non hai la perfidia che a essa si dovrebbe accompagnare».
    Dopo aver rivolto a tutti noi una sorta di sguardo di benvenuto, riflette ancora sul carattere del suo uomo: «Quello che desideri ardentemente vorresti averlo santamente. Non sei disposto ad agire in modo sleale, ma vorresti ottenerlo ingiustamente. Ciò che vorresti fosse fatto hai più timore di commetterlo che desiderio che non venga realizzato»

    Lo dice con un sussurro compassionevole. Sembra che siamo noi, ciascuno di noi, suo marito. Ha l’apparenza del fiore innocente, ma è la serpe che sta sotto, suggerisce qualcuno.
    Così chiude la confidenza: «Affrettati a venire qui, affinché possa versarti nell’orecchio il mio coraggio». Più di uno fra i presenti è tentato di alzarsi e raggiungerla: traverserebbe campi, montagne, oceani, epoche, pur di lasciarsi versare da lei nell’orecchio il coraggio, o qualunque altra cosa intendesse con la parola coraggio, anche solo saliva, respiro, amore, sensualità

    O forse uscirei di qui e chiederei strada, direzione, senso. Ma trovandomi così lontano da loro, da allora, e anche allora trovandomi da questa parte e non da quella, al di qua del confine, so che non sono e non ero io il chiamato. Non appartengo a quella storia, sono un passeggero, un passante, uno spettatore, magari complice, ma sempre spettatore.
    L’unico che può raggiungerla e abbandonarsi al suo abbraccio, succhiare la sua forza e il suo amore – in scena questo accade – si chiama Macbeth

    Lei è Lady Macbeth, la sua sposa, la sua ombra e anima. Vivono nelle terre a Settentrione e i loro nomi passano di bocca in bocca come fola, come burrasca.

    “Se lo scrivo minuscolo, dono, la d mi ricorda un ragazzo con uno zainetto a terra ai suoi piedi che aspetta di partire”.

    Gian Luca Favetto

Gian Luca Favetto Qualcosa che s'impara

Numero Pagine : 176
Prezzo : 14 €
ISBN : 978-88-94938-11-1
In libreria da : 15-11-2018

Il perdono è qualcosa che s’impara quando trasforma il dolore in una storia. Gian Luca Favetto avanza in una foresta di domande e nel suo errare trova la colpa, il dono, la poesia; e, ancor prima, il grande rito del teatro, che dal sangue di Macbeth ci conduce alla magica leggerezza di Prospero. Parla con Cervantes e con Fitzgerald, attraversa il ponte di Mostar e quello di Brooklyn, ritrova Achille e Priamo, riconosce se stesso ventenne, perduto e mai perdonato, ripara ricordi e sentimenti rimettendo insieme il tempo, le generazioni, i continenti. Così, l’uomo-scrittore lancia in avanscoperta le parole, che tornano a casa sotto forma di gesti e di respiro. Che si fanno carne, per dimorare finalmente tra noi.

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