Un altro tamburo

  • L’africano

    Ormai era finita. Quasi tutti gli uomini che se ne stavano in piedi, appoggiati al muro o seduti sulla veranda dell’emporio alimentare di Thomason, erano presenti anche alla fattoria di Tucker Caliban il giovedì in cui era cominciato tutto, eppure nessuno di loro, ad esclusione forse del signor Harper, aveva capito che quello fosse l’inizio di qualcosa. Per tutto il venerdì e buona parte del sabato erano rimasti a guardare i neri di Sutton, con le valigie o a mani vuote, aspettare in fondo alla veranda l’autobus che ogni ora li portava su per il crinale dell’Eastern Ridge, attraversando Harmon’s Draw, fino alla stazione ferroviaria municipale di New Marsails

    Dalla radio e dai giornali sapevano che Sutton non era l’unico posto, sapevano che tutti i neri di tutte le città, i paesi e le contrade dello stato stavano usando ogni mezzo di trasporto possibile, comprese le proprie gambe, per dirigersi verso i confini e passare in Mississippi, Alabama o Tennessee, dove alcuni (ma solo una minoranza) si fermavano e cominciavano a cercare un tetto e un lavoro. Sapevano che i più non si fermavano appena varcato il confine, ma proseguivano fino ad arrivare in un luogo dove gli si presentasse anche solo la minima opportunità di vivere, o di morire dignitosamente, perché avevano visto, gli uomini di Sutton, fotografie della stazione zeppa di neri, e sulla statale che collegava New Marsails a Willson City avevano guardato la fila di macchine stipate di neri e di tali e tante masserizie da convincerli che i neri non si erano dati tutta quella pena per spostarsi solo di un centinaio di chilometri

    E tutti avevano letto la dichiarazione del governatore: “Non c’è proprio niente di cui preoccuparsi. Non ne abbiamo mai avuto bisogno, non li abbiamo mai voluti e ce la caveremo benissimo senza di loro: il Sud se la caverà benissimo. Anche se la nostra popolazione è stata ridotta di un terzo, non avremo problemi. Restano comunque tanti uomini validissimi”.
    Tutti volevano crederci. Non avevano vissuto abbastanza a lungo in un mondo senza facce nere per saperlo con certezza, ma speravano che sarebbe andato tutto bene, cercavano di convincersi che fosse finita lì, ma avevano la sensazione che per loro quello fosse solo l’inizio

    Anche se erano stati presenti fin dal primo momento, erano comunque indietro rispetto al resto dello stato, perché non avevano ancora provato la rabbia e l’amaro risentimento di cui leggevano sui giornali, non avevano tentato di impedire ai neri di andarsene come avevano fatto altri bianchi in altre città, pensando che fosse loro diritto e dovere strappare le valigie da ogni mano nera che le stringesse; né erano volati pugni. Gli era stata risparmiata la desolante scoperta che quei gesti erano futili oppure gli erano state impedite simili dimostrazioni di sdegno – il signor Harper gli aveva dimostrato che i neri erano impossibili da fermare; Harry Leland era arrivato addirittura a esprimere l’idea che avessero il diritto di andarsene – e così ora, nel tardo pomeriggio del sabato, mentre il sole calava dietro le facciate piatte e nude degli edifici lungo la statale, si voltarono verso il signor Harper e cercarono per la millesima volta in tre giorni di capire com’era cominciata quella storia

    Non potevano sapere tutto, ma quello che sapevano magari gli avrebbe fornito almeno una risposta parziale, e si chiedevano se ciò che aveva detto il signor Harper del “sangue” potesse mai essere vero.
    Di solito il signor Harper si presentava alle otto del mattino sulla veranda, dove teneva banco da una sedia a rotelle antica e scomoda come un trono. Era un militare in pensione che era andato a studiare al Nord, all’Accademia di West Point, su nomina del Generale Dewey Willson in persona

    A West Point, il signor Harper aveva imparato a combattere le guerre a cui non avrebbe mai avuto occasione di partecipare: era troppo giovane all’epoca della Guerra civile, era arrivato a Cuba solo quando la Guerra ispano-americana era finita da un pezzo, e si era ritrovato troppo vecchio per la Prima guerra mondiale, in cui aveva perso il figlio. La guerra non gli aveva dato nulla ma l’aveva privato di tutto, e così, trent’anni prima, aveva deciso che la vita non valeva la pena di essere affrontata in piedi, dato che ti metteva sempre al tappeto, e si era seduto su una sedia a rotelle per guardare il mondo da quella veranda, spiegandone il caotico andamento agli uomini che ogni giorno gli si raggruppavano attorno


    In tutti quei trent’anni, agli occhi del mondo era sceso una volta sola dalla sedia a rotelle: quel giovedì, per andare alla fattoria di Tucker Caliban. Adesso ci aveva rimesso saldamente radici, come se non si fosse mai alzato, coi capelli bianchi e flosci, divisi da una riga in mezzo, che gli ricadevano ai due lati del viso quasi come quelli di una donna. Teneva le mani incrociate sopra una pancia piccola ma pronunciata.

    "Il gigante nascosto della letteratura americana." The New Yorker

    William Melvin Kelley

William Melvin Kelley Un altro tamburo

Traduttore : Martina Testa
Numero Pagine : 256
Prezzo : 19 €
ISBN : 978-88-94938-45-6
In libreria da : 24-10-2019

Alla fine degli anni Cinquanta, in uno stato immaginario dell’America segregazionista, Tucker Caliban vive e lavora nella piantagione della famiglia Willson, come suo padre e i suoi antenati; ma, diversamente da loro, Tucker è riuscito a comprarne una parte.
Finché un giorno, davanti agli increduli abitanti della città vicina, sparge sale sul raccolto, uccide il bestiame e dà fuoco alla propria casa, partendo poi con la famiglia senza voltarsi indietro. Ben presto la popolazione bianca capisce che è solo l’inizio: tutti insieme, come in un corteo interminabile, i neri abbandonano le case e i lavori, prendono automobili e treni, si trasferiscono altrove, a nord. E i bianchi si ritrovano soli con il loro benessere improvvisamente interrotto, incapaci di capire e perfino di immaginare una vita futura che non sanno più come vivere.
William Melvin Kelley ha scritto Un altro tamburo più di cinquant’anni fa, nel momento più aspro della lotta per i diritti civili. E con le voci dei personaggi bianchi, ora dolorose e impotenti, ora attonite e rabbiose, racconta di ineguaglianza e ingiustizia, ma soprattutto di coraggio e amor proprio, consegnando ai lettori un indimenticabile inno alla libertà, a quell’aspirazione senza tempo che ha il potere di cambiare le vite personali e il corso della Storia.



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