Una perfetta geometria

  • I

    Maledetta pioggia. E maledetta metropolitana.
    Adriano è uscito in perfetto orario, come sempre negli ultimi cinque anni, eppure adesso è in ritardo.
    Merda. Non arrivo più.
    Qualcuno si sarà suicidato gettandosi sui binari, pensa mentre il vagone è immobile nella galleria buia. E invece no: l’altoparlante informa i passeggeri che il disagio si deve alle avverse condizioni meteorologiche. Neanche si trattasse di un volo intercontinentale. Poi finalmente, con lentezza mortale, il treno arriva a destinazione

    La stazione Termini.
    Scendere dalla metropolitana è praticamente impossibile. Per di più, alle nove del mattino e con la pioggia, la gente si accalca davanti alle porte creando un muro invalicabile.
    Ma come potete salire se non lasciate scendere?
    Adriano spinge e sgomita.
    Ha rinunciato alla riunione solo tre volte in cinque anni, e sempre per cause di forza maggiore: un funerale, una tremenda influenza e un improrogabile impegno lavorativo. Ogni martedì e giovedì dalle nove alle undici lui non c’è per nessuno

    Ne va della sua stessa vita.
    Lo slalom tra la folla ha successo. Adesso Adriano è molto più agile: sessanta chili fa non se lo sarebbe potuto permettere. Questo pensiero lo rassicura, ma basta poco perché la sua ansia riprenda vigore.
    9.05. Avranno già cominciato. Staranno già recitando la Preghiera della Serenità.
    La scala mobile che dall’inferno porta alla luce è intasata di corpi, impossibili da attraversare. Ed è lunghissima. La mente di Adriano elabora freneticamente una tempistica: ci metterà almeno due minuti, anche due minuti e mezzo

    Guarda ancora l’orologio.
    Non uscirò prima delle 9.08.
    Sulla parete a destra della scala una cascata si riversa sul corrimano e sui gradini. Potrebbe sembrare una fontana ideata da qualche geniale architetto alla moda, ma non lo è: semplicemente il soffitto non tiene l’enorme massa d’acqua che si sta abbattendo su Roma, come se fosse la stagione dei monsoni. E invece è marzo e fa un freddo bestiale.
    Qualcuno fotografa lo spettacolo con il telefonino.
    La foto finirà su Facebook, pensa Adriano

    E poi, subito dopo, un’istantanea orribile lo raggela: la scala mobile va in corto circuito, si blocca e lui non esce più.
    «Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che pos- so e la saggezza di comprendere la differenza».
    La Preghiera della Serenità la recita da solo, tra sé. È una preghiera attribuita un po’ a chiunque, dagli antichi egizi a un pastore protestante degli anni Quaranta, fino ai na- tivi americani

    A lui piace pensare che l’abbiano inventata proprio loro. Adriano, come milioni di nati cattolici, non ha mai avuto troppa dimestichezza con quel vecchio signore con la barba che ti guarda storto e ti giudica.
    Finalmente la scala restituisce ai suoi ospiti la libertà.
    9.10. Adriano conosce perfettamente la zona, sa che in pochi minuti arriverà a destinazione.
    Mentre sta già puntando il tornello d’uscita, pronto allo scat- to decisivo, un addetto in uniforme lo blocca

    Controllo biglietti.
    Dove diavolo è finito? Questo vestito ha troppe tasche. Intanto, dietro di lui si forma la coda.
    Adesso gli dico che lavoro al ministero dell’Interno, pensa Adriano. Ma rinuncia subito, perché la ricerca del tesserino sarebbe ben più lunga di quella del biglietto.
    Guarda di nuovo l’orologio. 9.12. Un incubo.
    Eccolo. Si era dimenticato di averlo messo nella tasca po- steriore dei pantaloni. È un po’ stropicciato ma valido. L’omi­ no si scansa e lo lascia passare

    Fuori c’è un muro d’acqua. Adriano non ha l’ombrello, e di cappotto o impermeabile neanche a parlarne, non fanno per lui. Appena lo vedono disarmato, decine di indiani e di pakistani gli sono addosso. Cinque euro l’ombrello. Cinque euro l’impermeabile usa e getta. Adriano li fronteggia uno a uno, rimpiangendo un po’ i tempi del tesserino e della pistola. Lasciarla intravedere sotto la giacca sarebbe stato sufficiente.
    9.15. Cos’altro deve succedere?
    Imbocca a passo veloce i portici dei palazzi umbertini vicino alla stazione

    Benedetti Savoia, abituati alla pioggia di Torino. Ma il riparo finisce quasi subito. Adriano tira il fiato e si butta a petto in fuori sotto la pioggia, immaginando di essere un irlandese – avete mai visto un irlandese con l’om- brello? Per loro bagnarsi fino all’osso è un punto d’onore. Peccato che Adriano non sia irlandese e la sensazione dei vestiti fradici appiccicati alla pelle gli faccia abbandonare all’istante ogni velleità eroica.
    Sulle strisce di via Nazionale un autobus investe una poz- zanghera, sollevando un’ondata d’acqua e inzuppandogli completamente i pantaloni

    9.18. Si saranno già messi a leggere, tra poco inizieranno le condivisioni. Ha i piedi semicongelati perché le scarpe imbarcano acqua. Accelera il passo.
    Sogna la stufetta che lui e i suoi amici hanno deciso di comprare per combattere l’umidità dello scantinato. Non manca molto, cinque, seicento metri al massimo. Pensa che se fosse bravo in fisica potrebbe calcolare il volume d’acqua che colpisce un corpo in movimento in quella data distanza e in quel lasso di tempo, ma purtroppo di fisica non ne sa nulla

    Coraggio. Sei quasi arrivato.
    L’uomo che vende i biglietti dell’opera ai turisti lo saluta sorridendo come sempre, all’angolo della St. Paul Church, la chiesa anglicana sede delle riunioni. Quel tipo dev’essere davvero irlandese, ma se ne frega e si ripara sotto l’ombrello aperto. Adriano ha il sospetto che nel sorriso di oggi ci sia un grosso carico di strafottenza.
    Ma non potevi prendere un ombrello pure tu?
    Eccolo lì, il cancello verde. E i cartelli di tutti i gruppi di recupero basati sul metodo dei Dodici Passi

    Sì, come quelli degli Alcolisti Anonimi che si vedono nei film.
    «Io sono Paolo e sono un alcolista» e tutti in coro: «Ciao, Paolo».
    Il metodo si applica con successo anche ai disturbi del comportamento alimentare, benché i mangiatori compulsivi siano una razza molto meno conosciuta. Overeaters Anonymous, si chiamano, che si potrebbe tradurre maldestramente in Stramangioni Anonimi. Adriano si è riconosciuto in loro fin dalla prima riunione, e grazie al gruppo ha affrontato i lati oscuri di sé che negli ultimi anni avevano preso consistenza, trasformandosi in sessanta chili di troppo

    9.20. La scala che porta al seminterrato è ripida, e le scarpe dalla suola liscia non lo aiutano. Deve stare attento a non scivolare, a non fare rumore, a non disturbare la riunione.
    Vede il traguardo. È già sulla sedia, vicino alla stufa. Il respiro rallenta, la mente si placa.
    Lo tradisce l’ultimo gradino, quando ormai si sente al sicuro. Come Dorando Pietri che frana sul traguardo alle Olimpiadi di Londra del 1908.
    Invece dell’ingresso in sordina che aveva immaginato, Adriano si regala un’entrata da ballerino di flamenco, i tacchi di cuoio duro che sbattono sul pavimento come nacchere impazzite e le braccia che mulinano in aria nel tentativo di recuperare l’equilibrio

    Voilà. Ci riesce. Ma lo guardano tutti ridendo di nascosto. Ci manca solo un applauso.
    Lui biascica una scusa e si siede sulla prima sedia libera, desiderando come non mai di essere invisibile.
    Il posto accanto alla stufa è già occupato da una sconosciuta di almeno centocinquanta chili che gli suscita un’antipatia immediata.
    Lei gli sorride, ignara. Lui pensa che è una cicciona di merda. Un pensiero ignobile che non riesce a scacciare, insensibile e razzista. Cerca di ritrovare la serenità con una serie di respiri profondi, di reprimere il leggero tremore del corpo dovuto al freddo

    Basta protagonismi, per oggi. La giacca di tweed azzurro, inadeguata come le scarpe, puzza di cane bagnato.
    Anche chi sta parlando in quel momento è una donna. Si piange addosso in modo insopportabile. È colpa degli altri se soffre, nella sua famiglia ce l’hanno tutti con lei.
    Che palle.
    Adriano comincia a manifestare insofferenza battendo ritmicamente il piede a terra. Milo se ne accorge e glielo se- gnala senza parlare. Gli sorride. Lui sa benissimo cosa vuol dire quel sorriso: ricordati che anche tu eri così, all’inizio

    Dovevo essere un bel rompicoglioni.
    Milo è lo sponsor di Adriano. Uno sponsor è una persona di maggiore esperienza che ha il compito di accogliere, gui- dare e ascoltare chi è appena entrato nel gruppo. Nel tempo il loro rapporto si è sviluppato in una vera amicizia. Milo non ha perso il proprio ascendente su di lui: ha il potere di calmarlo, di fargli vedere le cose da un’altra angolazione.
    Proprio quando Adriano comincia a rilassarsi la suoneria di un cellulare rompe l’atmosfera

    Venti persone si girano verso la fonte del disturbo con aria di condanna.
    Guarda tu ’sto stronzo.
    Poi si accorge che tutti guardano lui.
    Cazzo, è il mio. Mi sono dimenticato di spegnerlo. Adriano cerca goffamente di silenziarlo, e già l’aver pensato quel verbo orrendo gli dà sui nervi. Vorrebbe anche rifiutare la chiamata, ma le dita scivolano senza effetto sul maledetto touch screen. Una volta sapeva come fare, dove premere: ma ora, senza occhiali, è troppo difficile

    Invece, pur senza occhiali, legge perfettamente il cartello affisso sopra la scrivania: SI PREGA DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI.
    Proprio adesso devi metterti a suonare?

    “Una storia nera, verosimile, che ci lascia senza fiato dalla prima all’ultima pagina. Niente di più italiano, niente di più amaro. Giorgio Serafini Prosperi ci regala un personaggio che difficilmente dimenticheremo." Antonio Manzini

    Giorgio Serafini Prosperi

Giorgio Serafini Prosperi Una perfetta geometria

Numero Pagine : 328
Prezzo : 17 €
ISBN : 978-88-99253-34-9
In libreria da : 30-06-2016

L’ex commissario Adriano Panatta ha due croci nella vita, oltre al nome del famoso tennista: la passione per le donne, che gli ha rovinato la carriera, e quella per il cibo, pesante come i sessanta chili di troppo che lo ingabbiavano prima di vincere ogni giorno la sua battaglia contro la dipendenza.
Vive a Roma, quasi nascosto, quando il passato torna, implacabile, a presentare il conto: Olivia, una sua vecchia fiamma, ricompare chiedendogli di indagare sul suicidio di una ragazza, Alice, un mistero che si consuma nel mondo della politica, degli affari, del riciclaggio di denaro, delle sette religiose.
E Panatta non può rifiutarsi. Così, sotto traccia, torna a fare il poliziotto, fidandosi dei colleghi di un tempo, degli amici e del suo fiuto per la verità.
Giorgio Serafini Prosperi ci consegna un romanzo che ha tutto lo spirito e la malinconia dei gialli italiani, una storia che penetra i lati oscuri dell’anima con la sapienza e la leggerezza di chi ha sconfitto i propri mostri perché, alla fine, ne ha saputo riconoscere l’esistenza.

Questo libro è per chi ama leggere un libro tutto d’un fiato e poi ricominciarlo dall’inizio, per chi affida a un numero sulla bilancia il pronostico della giornata, per chi rintraccia i ricordi nei profumi delle strade, e per chi si arrampica in cielo, spalle alla rete, e con un rovescio lancia la palla nel suo futuro.

SongBook di Una perfetta geometria

Questa songbook nasce dalla convinzione che il libro inizi e finisca con un brano di Tom Waits. Ho costruito la playlist partendo da quel ricordo (in realtà si trova molto più avanti) con l’idea di ritornare a Waits, con la canzone che chiude il romanzo, in una sorta di circolarità geometricamente perfetta. In mezzo altri tre brani, racchiusi in appena quattro pagine: sono diffusi dalle casse di un ristorante in forma di rassicurante sottofondo, lounge o chill out che dir si voglia, esecrati dal protagonista a tal punto da costringerlo ad abbandonare il locale. Ho scelto di inserirli nella versione autentica e in una cover, a mio parere, all’altezza dell’originale con il risultato che avete sotto gli occhi (e nelle orecchie).
Ma si tratta di un falso: a cose fatte mi sono accorto che, senza considerare il brano dal “White Album” dei Beatles citato in esergo, la prima canzone che si incontra è “Thunder Road” di Bruce Springsteen, suonata addirittura in un autoradio in versione cassetta. La mia visione risulta così del tutto fraudolenta (senza contare che in geometria ogni figura è perfetta, non solo la circonferenza e quindi anche la giustificazione in tal senso è del tutto pretestuosa).
Ma ormai mi ero affezionato all’idea ho deciso di lasciarla così: sono convinto che ad Adriano Panatta questo falso involontario piacerebbe: lui di ricordi ingannevoli sembra essere un vero esperto. Buon ascolto.

Tom Waits – I hope that I don’t fall in love with you – 1973

Bob Dylan – Just Like a Woman – 1966

Nina Simone – Just Like a Woman – 1971

Beatles – Eleanor Rigby – 1966

Richie Havens – Eleanor Rigby – 1967

Patti Smith – Because the night – 1978

The Selecter – Because the night – 2015

Tom Waits – Hold On – 1999

Rassegna Stampa on line di Giorgio Serafini Prosperi

Su La Lettrice Rampante
Su Il Mio TG
Su Milano Nera
Su Righe Vaghe
Su Masferrario
Su Repubblica
Recensione su Il Cittadino
Su Umbria e Cultura
Su La Logica del Giallo



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